Proximity Marketing: grande potenzialità da maneggiare con cura

Proximity Marketing: grande potenzialità da maneggiare con cura. La notizia è ormai di qualche settimana fa: niente più cestini per l’immondizia “spioni” per le strade di Londra. Almeno per il momento. L’amministrazione comunale ha imposto a Renew, società di marketing e pubblicità, di interrompere la raccolta di dati dei passanti che si trovavano nelle vicinanze dei suoi speciali gettacarte: i cestini high-tech, dotati di schermi LCD sui quali vengono proiettate informazioni e advertising.

Ma facciamo un passo indietro. Nel mese di giugno, Renew aveva installato dei particolari device all’interno di 12 cassonetti nella City di Londra, in una zona ad altissima densità di professionisti muniti di smartphone.

Grazie alla connessione wi-fi e individuando mac-address proprio di ogni telefono cellulare, il dispositivo è stato in grado di registrare movimento, modello, direzione, velocità dei singoli smartphone tracciati e… dunque di coloro che li trasportano! Renew ha subito assicurato che si tratta di dati totalmente anonimi, non riconducibili a singole persone, ne più ne meno simili a quelli che si possono raccogliere attraverso indagini quantitative condotte con metodi più tradizionali. L’amministrazione comunale, invece, preoccupata per la privacy dei cittadini si è cautelata, imponendo di interrompere la sperimentazione.

Non preoccupatevi! L’obiettivo di questo post non è disquisire se e quanto le nostre vite sono “sotto controllo”  e se la nostra privacy è a rischio (e qui le citazioni si sprecano: da Orwell con il suo “Grande Fratello” fino a Philip Dick e il suo futuristico “Minority Report”).

Questa storia è interessante perché per la prima volta – o quasi – dà consistenza reale (e tangibile) al cosiddetto proximity marketing (o marketing di prossimità). Un concetto troppo spesso raccontato e poco vissuto. L’operazione di Renew, infatti, è stata efficace, rapida, massiva e accurata nel contempo e, soprattutto non gravata da troppi impedimenti tecnologici (niente bluetooth, con tutte le sue complicazioni e limitazioni, ma solo wi-fi). Un’operazione in grado di ridurre l’incertezza che i futuri clienti (le aziende) possono nutrire sull’efficacia di campagne di questo tipo e, di conseguenza, su un reale ritorno dell’investimento. E per chi ha sborsato dei soldi per promuovere il proprio prodotto o servizio, questi elementi contano parecchio. La stessa Renew, lanciando l’iniziativa dei cestini traccianti, aveva parlato di voler portare “i cookies di internet nella vita reale”.

Gli scenari che possiamo intravedere sono molteplici e sembrano proprio andare incontro alle esigenze delle aziende e del loro più grande e pressante desiderio-ossessione: avere dati sempre più targettizzati e precisi sia per soddisfare meglio le esigenze dei potenziali clienti sia – sogno ancora più proibito – per stimolarne i bisogni. Sapere che in una data zona, a una data ora, in determinati giorni, diversi possessori di smartphone si dirigono verso un fast-food o un’attività commerciale farebbe risparmiare molto tempo e denaro a coloro che si dannano per scoprire il modo per tenersi stretti i clienti e per conquistarne di nuovi. Le prime ad essere interessate potrebbero essere proprio le aziende di telefonia mobile: Samsung, Apple o Motorola avrebbero meno incertezze nell’aprire un negozio di accessori in una strada che sanno essere frequentata da tanti utilizzatori di loro prodotti.

Quindi: prendere dati, studiare comportamenti, scoprire i consumi per poi inviare messaggi e comunicazioni commerciali. Tutto bello e tutto interessante. Eppure sento che qualcosa continua a non convincermi fino in fondo. Qualcosa che ha a che vedere con i seguenti due fattori.

  1. La valanga di comunicazioni che quotidianamente ci sommerge. Il rischio – e non è un problema nuovo – è quello del “tanti messaggi, nessun messaggio”. Spesso il consumatore troppo sollecitato da notifiche, sms, richieste di accettazione, di attivazione, promozione etc. non ascolta e non risponde più.
  2. L’importanza del consenso e (il vero) ascolto dell’opinione del consumatore. Il consenso va sempre chiesto: raccogliere dati in maniera furbesca e borderline è – oltre che in certi casi illegale e poco etico – anche pericoloso, perché potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’azienda (gli anni Cinquanta e Sessanta, quando il consumatore era nulla, sono finiti da un pezzo). Siamo cittadini consumatori con diritti che non vogliamo veder violati.

Cosa fare allora? Avessi la risposta avrei già scritto un best seller. Mi limito a una banalità (e forse, proprio perché tale, trascurata): in questa giungla intricatissima senza dubbio è importante essere sicuri di almeno due cose:

  • La prima, che il consumatore davvero voglia ricevere le informazioni e le offerte commerciali che l’azienda sta proponendo (cioè che queste non arrivino in momenti sgraditi, magari mentre si sta usando il telefono per lavoro. È sufficiente un incidente del genere per perdere per sempre un cliente).
  • La seconda, che non abbia fornito i suoi dati solo perché “sotto ricatto”. Del tipo: il servizio non parte se tu non mi dai un’email valida e non hai compilato un form… (molte applicazioni oggi partono da questi presupposti).

Esiste una via alternativa? È la libertà di scelta l’arma più appuntita per ottenere i migliori risultati?

Ne discutiamo nel prossimo post.

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