Coloro che creano e diffondono contenuti, messaggi, informazioni, prodotti o qualsiasi cosa sia destinato a essere visualizzato su dispositivi mobile si trovano ad affrontare un compito tutt’altro che semplice.

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Specialmente nel caso in cui bisogna decidere come gestire dei fattori già di per sé importanti quali “il luogo” e “il momento” della fruizione. Dove si troverà l’utente quando leggerà questa rivista o questo comunicato? In che situazione e in che momento della giornata visualizzerà, per esempio, questa pubblicità o userà questo gioco?

Un tempo, prima della rivoluzione mobile “smart”, le strade erano grosso modo due: in ufficio o a casa propria. Insomma, in quei luoghi dove era possibile avere uno spazio fisico adatto e collegamenti funzionanti (internet, tv). L’eccezione era la radio (o i media cartacei). I laptop avevano modificato di un po’ le abitudini, ma senza stravolgerle. Guardare un video su You Tube con un pc aperto sulle ginocchia mentre si viaggia in metropolitana non è esattamente una situazione comoda…

Poi sono arrivati i dispositivi mobili “smart” e con loro ulteriori difficoltà.

Una prima difficoltà da affrontare è proprio connessa all’essere mobile. I content provider, gli uomini marketing o qualunque soggetto realizzi un prodotto destinato a smartphone e tablet non ha più la facoltà di prevedere “dove” e “quando” l’utente visualizzerà ciò che viene realizzato. Esistono decine di indagini che sondano i comportamenti degli utenti, mostrando come, dal momento della sveglia fino all’istante in cui si spegne la luce sul comodino, i dispositivi mobile facciano parte – in maniera anche ossessiva – della quotidianità.

Una seconda difficoltà – ora che la diffusione di smartphone e tablet è ampia –  è capire se, nel momento della fruizione del messaggio o del contenuto, l’utente non sarà distratto da altro. E se la sua attenzione non sarà, pertanto, parziale, frammentata o condivisa (magari con altri media).

 

Lo spunto per questa riflessione viene da un’indagine svolta in Gran Bretagna per conto di BT British Telecom nel 2013. Agli intervistati veniva chiesto se mentre guardavano la TV erano impegnati anche in altre faccende e, in caso affermativo, quali.

Le risposte? Il 78% degli intervistati ha ammesso di svolgere altre attività. I principali diversivi? Guardare email, interagire sui social, fare shopping on-line, giocare a videogiochi, leggere.

Di conseguenza, avere la totale attenzione del pubblico (o degli utenti) ai quali ci si rivolge sarà sempre più un’utopia e un ostacolo da aggirare. Ma anche un’opportunità da tenere presente quando si rilascia un prodotto o si lancia un messaggio: da una App a una campagna su social network e web.

I cosidetti “millennials”, cioè i nati tra la fine degli anni Settanta e la metà dei Novanta, sono tra i più attivi utilizzatori di smartphone. O forse è meglio dire “addicted”, dato che una buona parte di essi afferma di provare “ansia” in caso di prolungata astensione dall’uso. E le ricerche comportamentali in questo senso si susseguono mostrando risultati simili.

 

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Parlando di mercati ben monitorati come quello statunitense e britannico si scopre che i millennials passano almeno 2 ore al giorno sui loro device mobile. Tempo sottratto a media tradizionali quali TV, radio e – ormai – PC.

Le attività principali sono state interagire con i social network, utilizzare applicazioni mobile, navigare su internet e fare acquisti.

Azioni che – in modalità differenti – vengono sfruttate dal marketing per veicolare messaggi legati ai brand e per portare gli utenti all’acquisto. I dispositivi mobile, infatti, si prestano molto bene all’interazione/interconnesione fra i diversi canali: web, App, social.  Pezzi diversi di un’unica e avvolgente strategia.

 

E i dati spingono a rendere queste relazioni sempre più strette e organiche. Il 54% di coloro che hanno tra 18-34 anni preferisce accedere ai profili social dal proprio smartphone; il PC viene in seconda posizione, con il 38%.

Secondo un’indagine di comScore MobiLens, la maggioranza di coloro che hanno 18-24 anni (56%) è stata raggiunta da un annuncio pubblicitario mentre stava utilizzando il proprio telefono scorrendo i post in una pagina social. Molti di essi, poi, hanno interagito con l’ad cliccandoci sopra (26,7%). Questa interazione, per il 25,3% di essi, ha significato ricevere un coupon o un’offerta dal marchio o azienda cliccato.

Il legame dispositivo mobile, social network e applicazioni mobile – con queste ultime che fanno da collante fra i primi due – è sempre più rilevante  per la veicolazione di messaggi commerciali. Non è solo una questione di coinvolgimento, ma di modalità d’uso.

 

Per un approfondimento si veda: “UK Millennials and Mobile: The Key Device in a Digitally Dominated Life” (eMarketer.com)

Due notizie che ci portano a ragionare su quali sono le tendenze di business nel mondo mobile sia lato App che advertising.

Entrambe arrivano da eMarketer.com.

La prima riguarda i guadagni sempre crescenti delle App pensate con la formula in-app-purchase.

Nei due principali store, Apple e Google Play, le applicazioni gratuite al download la fanno da padroni con percentuali che superano il 90%.

Sviluppatori e, sopratutto, grandi società di software (di game) prediligono questo sistema per ottenere i loro guadagni. I dati provengono da un report di Distimo, società di analisi americana del mondo delle applicazioni.

Considerando i guadagni dei due negozi virtuali del mese di novembre, il 92% di AppStore e il 98% di Google Play sono derivati da applicazioni free-to-download con al loro interno offerte di acquisto. L’anno prima le percentuali erano, rispettivamente, 89 e 77%.

Il recupero di Android non ha tuttavia raggiunto Apple. L’AppStore di Cupertino mantiene il primato con 63% contro 37%.

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Parlando poi dei dominatori incontrastati degli store, ovvero le App di gioco, la ricerca svela che il 41,4% del totale dei guadagni viene proprio dalla formula in-app-purchase.

Seconda notizia. Come abbiamo avuto modo di scrivere qualche tempo fa, le imprese spendono sempre di più per la pubblicità su mobile.

Con percentuali che superano il 100%, almeno secondo i dati di Millennial Media. Il mobile convince, e investire su di esso non è più un’opzione fra le altre o una scelta d’avanguardia. Sembra ormai più una stringente necessità, adesso che smartphone, tablet e applicazioni fanno sempre più parte delle nostre vite. Una crescita che nel 2013 è stata del 105% più alta rispetto all’anno precendente e che si prevede in ulteriore crescita del 62,1% nel 2014.

Addirittura c’è chi, come l’industria farmaceutica, ha aumentato del 744% la presenza su mobile (se paragoniamo questo dato del novembre 2013 con quello del medesimo periodo del 2012). Ugualmente si sono proiettate sul mobile l’industria dell’informazione (+530%), quella dello sport (+411%) o dei beni di consumo (+357%) con percentuali sopra il 300%.

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Quali le ragioni di questo interesse verso il mobile? Un terzo (34%) di coloro che vi hanno investito lo ha fatto con l’obiettivo di aumentare il traffico sul proprio sito. Un 25% cerca una presenza importante all’interno del mondo mobile e il 22% vuole rinforzare la propria brand awareness su questi canali.

Le previsioni sono ancora più rosee. Dal 2017 gli uomini marketing spenderanno oltre 72 miliardi di dollari sul mobile, circa 10 volte tanto quanto è stato speso nel 2012.

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A breve capiremo se le imprese italiane seguiranno questa tendenza. Senza dubbio c’è ancora molto attendismo e qualche resistenza a investire in questa direzione. Si prefereisce ancora distribuire le risorse su diverse piattaforme, come se puntare un po’ su tutto (dalla brochure di carta alla pubblicità sui social network) sia meglio che prendere decisioni più nette per uno o per l’altro canale comunicativo.

Come se i dispositivi mobile e le applicazioni fossero ancora semplici gadget (simpatici, ad effetto e a buon mercato…) e non elementi sempre più centrali delle nostre vite (e nelle strategie commerciali di aziende che vogliono essere competitive).

Ogni mese vengono rese note statistiche che sottolineano quanto i professionisti del marketing puntino sui dispositivi mobile per veicolare i prodotti e i servizi delle aziende per cui lavorano. La corsa sembra inarrestabile: nel 2013, negli Stati Uniti sono stati spesi oltre 2 miliardi di dollari in pubblicità pensate per il solo mondo mobile. Nel 2017, addirittura, il mobile advertising supererà quello desktop (secondo dati eMarketer).

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Tuttavia, è inutile negarlo, quando si parla di pubblicità su mobile si intende quasi sempre su smartphone. Il tablet (o l’iPad), l’altra grande innovazione di questa ultima decade, pare, infatti, non avere agli occhi dei pubblicitari e degli uomini marketing una sua specifica connotazione, un suo specifico ruolo.

Come se si fosse di fronte a una mancanza di considerazione delle caratteristiche e delle modalità di utilizzo proprie dei tablet: a partire dallo schermo più ampio, passando per il luogo di fruizione preferito (dentro casa), per arrivare ai tempi di utilizzo, segnato da sessioni mediamente più lunghe rispetto a quelle di uno smartphone.

Un dispositivo così differente (rispetto all’altro mobile, il telefono “intelligente”) che avrebbe bisogno di campagne ad hoc, pensate appositamente per esso.  Cosa che non avviene con sistematicità, nonostante l’enorme diffusione a livello mondiale.

 

Patrick Pierra, direttore di TabTimes.com sostiene che il tablet ha potenzialità molto grandi sul piano dell’efficacia dell’adv. Sia per il suo essere un dispositivo mobile (con tutti i vantaggi e le peculiarità) sia perché è in grado – in certe forme di utilizzo – di sostituire il pc, specialmente quello laptop. E il pc è ancora il “re” degli acquisti on-line.

Smartphone e tablet devono cominciare a differenziarsi. Come scrive Pierra: “Combining tablets with mobile, from an advertising perspective, could be excused in 2010, maybe even in 2011. In 2014, it won’t make any sense. Creatives are not the same. In many cases, even campaigns are not the same”.

Quando si pensa al concetto di “proximity” immediatamente la mente corre alla possibilità che i dispositivi mobile hanno di ricevere  messaggi ad hoc quando questi si trovano nelle vicinanze di un punto d’interesse.

 

Come discusso in un precedente post, si va – per esempio – dalla condivisione/fornitura di informazioni commerciali in-store (offerte, promozioni, adv, etc.) alla diffusione di contenuti digitali direttamente dove e quando servono (musei, mostre, luoghi turistici, momenti ludici e di entertaiment).

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Analogamente si immagina che questa interazione debba avvenire quando siamo fuori dalle mura domestiche, mentre siamo intenti a fare shopping, mentre seguiamo una partita allo stadio o siamo in un museo davanti a un’opera d’arte. Di solito avviene che noi – utenti smartphone – riceviamo tali segnalazioni quando entriamo in un “recinto virtuale” (geofence) ben definito. Un perimetro che, tuttavia, è stato progettato da altri (intorno al proprio negozio, supermercato o edificio) e che, quindi, si configura come un luogo non nostro, a noi estraneo.

Proviamo, quindi, a rovesciare i termini della questione. Immaginiamo che il “recinto” sia quello a noi più noto e privato, ovvero quello racchiuso dalle mura domestiche.

Senza dubbio, se si sfruttasse fino in fondo questo genere di tecnologia si farebbe un gran passo in avanti nella concreta diffusione di abitazioni sempre più automatizzate. Lo smartphone diverrebbe lo strumento principale (e più comodo) per controllare i dispositivi elettronici e le loro funzioni: termostati, contatori, luci e lampade, allarmi e sensori, elettrodomestici, aperture di porte e finestre.

Casa domotica e Internet of Things finalmente si troverebbero riuniti: gestione e controllo centralizzati e da remoto di “cose” che rispondono ai nostri comandi e riescono a dialogare fra di loro in maniera intelligente. Questi comandi, poi, potrebbero benissimo trovare in Siri – il personal assistant virtuale del sistema iOS – un forte alleato (come suggerisce Mike Elgan in un suo articolo per CultOfMac.com)  .

Ora non so se ci stiamo spingendo troppo in là. Senza dubbio la tecnologia iBeacon può essere utilizzata anche per compiti meno complessi e più legati all’invio di messaggi al proprio smartphone.

Allarmi, avvisi e informazioni potrebbero rientrare in un pacchetto più organico, come un’applicazione pensata per la gestione della nostra quotidianità. Grazie a messaggi geolocalizzati… potrebbero essere proprio le “cose” che ci circondano (e che condividono i nostri spazi domestici) a darci una mano nella vita di tutti i giorni, facendoci risparmiare tempo e aiutandoci a non dimenticare nulla.

In occasione del Mobile Marketing Association (MMA) Forum tenutosi a Londra lo scorso mese di novembre, la società di analisi ComScore ha presentato alcuni dati sulla crescita del commercio on-line attraverso dispositivi mobile.

L’indagine è particolarmente interessante perché ci riguarda da vicino, essendo focalizzata su 5 mercati-nazioni di riferimento in Europa, ovvero: Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Italia. 

Diamo dunque un po’ di numeri

In generale, la penetrazione degli smartphone nei 5 Paesi di riferimento è superiore al 64%, con punte del 71% in UK e del 74% in Spagna (noi ci attestiamo al 60% in compagnia di Francia e Germania). I tassi di crescita annuali sono ugualmente alti e compresi tra il 18% del Regno Unito e il 30% della Germania. 

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Molto buona è anche la penetrazione dei tablet. Sarebbero circa 44 milioni gli individui che, nei 5 Paesi  presi in considerazione, possiedono  una “tavoletta”. Guida la classifica l’UK con 13,8 milioni e la chiude la Spagna con 7,1 milioni. L’Italia sta in mezzo con  7,8 milioni.

 

Ma quali sono le principali attività legate al commercio on-line di chi possiede un dispositivo mobile? Sostanzialmente esse sono: 

a) quella di ricerca del prodotto attraverso l’accesso ai siti dei produttori; b) quella del vero e proprio acquisto e c) quello del pagamento direttamente al punto vendita.

Per quanto riguarda il punto a), circa il 40% degli utenti di smartphone consultano siti di retail ed e-commerce con il proprio dispositivo. I più avvezzi sono gli inglesi con il 47%, mentre i meno propensi a questo tipo di attività sono i francesi, con il 30%. In Italia il 40% di utenti naviga su siti di e-commerce e di aziende retail.

Gli spagnoli, invece, hanno il primato per quanto riguarda l’utilizzo del proprio dispositivo mobile durante lo shopping: il 60% degli iberici contro il 44% di noi italiani (secondi, in questo caso). Seguono i tedeschi con  il 40% e francesi e inglesi con il 31% . Inoltre, in media il 15% degli user si serve del proprio smartphone per fare acquisti e pagamenti on-line.

 

Più di un quarto di coloro che navigano su siti commerciali e e-commerce hanno un età compresa tra 25 e 34 anni e sono per la maggioranza uomini (53% contro 47%). 

La spesa media mensile realizzata attraverso dispositivi mobile si aggira intorno ai 200 euro (100 sterline per i cittadini britannici). Tra i beni più acquistati ci sono i vestiti e gli accessori, i prodotti elettronici, i libri, i biglietti, i prodotti per la cura personale. Chi acquista è generalmente di sesso maschile (57%) e di un’eta compresa fra i 25 e i 34 anni.

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Chi invece utilizza lo smartphone per orientarsi durante lo shopping lo fa soprattutto per ricercare il negozio adatto al proprio bisogno (21%) e per comparare i prezzi (16%).

Il 24% di coloro che si servono del proprio telefono direttamente in-store lo fa per scattare foto del prodotto e per inviare le immagini a persone di propria conoscenza (14%). Stessa percentuale di chi si serve del proprio smartphone per inviare un sms o fare una chiamata. Sono soprattutto gli uomini (61%) a fare esercizi di comparazione prezzi, mentre le donne, in genere, sono più portate a inviare sms o chiamare qualche conoscente quando si tratta di decidere sull’acquisto o meno di un determinato prodotto (58%). Appartengono più al genere maschile coloro che fanno la scansione del bar code dei prodotti (62%), mentre sono più numerose le donne che scattano e inviano foto dei prodotti ad amici o familiari (59%).  

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È notare che il 17% degli acquisti via mobile avviene quanto l’utente si trova in un negozio. 

Da questi dati emerge un elemento fra tutti: la sempre maggiore importanza dei dispositivi mobile nelle attività di ricerca, comparazione e acquisto. Non sono solo mezzi per comprare on-line, ma strumenti indispensabili che accompagnano l’utente in tutta la fase di studio e scelta. 

Tutto ciò si riflette sull’importanza della promozione da parte delle aziende dei propri prodotti su mobile e sullo sviluppo di applicazioni pensate per pubblicizzarli nella maniera migliore. 

 

La presentazione di ComScore (da cui sono tratti i grafici qui riportati) è scaricabile dopo semplice registrazione sul sito web dell’azienda americana.

La notizia dell’integrazione del profilo iBeacon nei nuovi device Apple non aveva suscitato molto clamore. Alla WorldWide Developers Conference di settembre, l’attenzione era stata soprattutto calamitata dai prodotti mobile (il sofisticato 5s e lo stra-annunciato 5c, presunto low-cost) e dai rinnovati sistemi operativi iOS7 e Mavericks.

Eppure ciò che è passato sotto traccia potrebbe avere un impatto molto forte sulle modalità d’uso e sugli ambiti di utilizzo dei nostri dispositivi mobile.

È molto che si favoleggia sul suggestivo concetto di Internet of Things, sulla concreta possibilità di mettere in comunicazione fra di loro degli oggetti, di farli dialogare in maniera “intelligente”. Si parla di qualcosa di grande portata che supera gli stretti confini di questa o quella tecnologia. Significa far entrare il digitale nel reale,  farlo interagire con i nostri gesti, con la nostra quotidianità. Le informazioni e i contenuti – di natura commerciale e no – potranno raggiungere l’utente dove e quando servono di più. Il concetto di mobile come “strumento sempre in movimento con noi” verrà modificato, diventando più profondo (e vero). Tablet e Smartphone potrebbero essere altro che pratici dispositivi per stare connessi alla rete, magari per scaricare la posta elettronica o per aggiornare il proprio status social anche quando si è in metropolitana o al parco.

 

Una soluzione tecnologica esiste già e risponde al nome di NFC. Il New Field Communication, basato su comunicazioni radio a corto raggio consente all’utente (e al suo dispositivo) di ricevere informazioni, trasferire file e, soprattutto, effettuare transazioni e pagamenti.

Per molti questa era la strada da perseguire. Per molti, ma non per tutti. Fra questi ultimi scettici c’è sempre stata Apple che degli smartphone – al di là del recupero di altre company – rimane la regina e l’inventrice. Non avendo mai creduto nel NFC, l’azienda di Cupertino ha preferito tirare diritto e puntare su un’altra tecnologia, a suo giudizio più funzionale. Trattasi del cosiddetto Bluetooth Low Energy (BLE), esistente da tempo e di cui iBeacon non è che un protocollo brevettato da Apple.

 

Ma cosa è possibile fare con iBeacon? Gli ambiti di utilizzo sono molteplici e vanno dalla condivisione/fornitura di informazioni commerciali in-store (offerte, promozioni, adv ad hoc, etc.) alla diffusione di contenuti digitali direttamente dove e quando servono (musei, mostre, luoghi turistici, momenti ludici e di entertaiment). Una declinazione concreta del tanto discusso proximity marketing. Un primo e significativo test – perché coinvolgerà molte persone – riguarda l’uso in eventi della Major League, il massimo campionato americano di baseball. In questo caso i trasmettitori installati negli stadi trasmetteranno – tramite apposite applicazioni – informazioni, offerte e contenuti sviluppati ad hoc per gli sportivi presenti allo stadio.

Rispetto alla tecnologia NFC, quella che sta dietro al BLE permette un raggio d’azione più ampio (fino a 50 metri) rispetto ai pochi centimetri di cui il primo ha, invece, bisogno per funzionare correttamente. D’altro canto, il BLE si presta meno ad operazioni come transazioni e pagamenti tramite mobile device e più – proprio perché si basa su uno standard di trasmissione che favorisce la condivisione open delle informazioni – a una distribuzione facilitata dei contenuti.

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La società polacca Estimote produce sensori wireless che utilizzano la tecnologia BLE per trovare e comunicare con gli smartphone nelle vicinanze

La shopping experience e non solo, potrebbe modificarsi in maniera radicale. Anche l’idea di offerta customizzata e il concetto di esclusività si evolveranno grazie all’opportunità di inviare offerte mirate ai singoli consumatori.

Tuttavia, la rivoluzionarietà della soluzione proposta non è sinonimo di banalità dell’attuazione della stessa. Ci sono diversi gradi di complessità in base alle esigenze dei potenziali fruitori. Se si vogliono organizzare campagne marketing di una certa forza e consistenza allora è necessario studiare un sistema o una piattaforma in grado di gestire i dati inviati e ricevuti da un numero importante di device. Un’azione seria ed efficace di marketing location-based va oltre il solo e semplice posizionamento di tanti trasmettitori in uno spazio circoscritto.

Un progetto pensato con criterio, dunque, potrebbe portare a risultati sorprendenti. Allora lo sviluppo di un’applicazione beacon-sensitive e l’installazione di trasmettitori nel luogo prescelto, divengono gli ingredienti indispensabili per arrivare alla combinazione perfetta.

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Copyrights 2013 © by Estimote, Inc

Dopo aver parlato di mamme e del legame tra e-commerce e mobile, ci occupiamo ancora dell’universo femminile, ma allargando il campo alle donne in generale (vedi post precedente).

Partiamo dal punto di osservazione statunitense. Secondo un’inchiesta di MediaPost, è già da diversi anni – dall’inizio dei Duemila – che le donne superano gli uomini nell’utilizzo di internet. Non solo. Il 60% delle spese on-line è riconducibile ad appartenenti al “gentil sesso”.

donne_smartphone_Cloud_In_TouchUna percentuale in continuo aumento grazie alla progressiva diffusione di dispositivi mobile. Con smartphone e tablet le donne americane fanno acquisti on-line, superando gli uomini di ben 15 punti percentuali (50% contro 35%). Prima di comprare però, impiegano tempo per svolgere ricerche di prodotto, per trovare offerte commerciali di loro interesse. Anche in questo caso il rapporto con gli uomini le vede primeggiare. Tavolette e telefoni intelligenti sono percepiti sempre più come oggetti indispensabili: il 58% delle intervistate sarebbe disposto a rinunciare alla TV piuttosto che a un dispositivo mobile (solo l’11% farebbe lo stesso con il proprio laptop).

E da noi in Europa, cosa accade? Secondo un sondaggio promosso da eBay e il portale AlFemminile e realizzato questa primavera tra donne del Vecchio Continente, è emerso che il 73% del campione possiede uno smartphone, mentre l’11% afferma di averne due. Le percentuali di possesso di tablet sono un po’ più basse. In ogni caso il 35% dichiara di averne uno; 1 “tavoletta” su 5 è, poi, a marchio Apple.

Non solo le europee fanno del loro dispositivo mobile un uso quotidiano (87%), ma la quasi totalità di esse (97%) ammette di usarlo ovunque e in qualsiasi occasione. Il 15% del campione cambia dispositivo ogni anno, ritenendo fondamentale possedere sempre l’ultimo modello. Un altro 37% dice di sostituirlo ogni 18 mesi circa, mentre il 47% afferma di cambiare telefono solo nel caso in cui si rompa o vada perso.

Per quanto riguarda la navigazione in internet e, in particolare, la ricerca di offerte commerciali e il conseguente acquisto di prodotti, la maggior parte delle intervistate dice di preferire l’uso di tablet (58%). In merito alla frequenza d’acquisto tramite mobile, il 63% acquista ogni tre mesi circa, il 18% una volta al mese, l’8% una volta alla settimana o ogni due settimane, il 3% una volta al giorno. 
Le scelte? In genere si tratta di prodotti o servizi legati all’ambito domestico, alla cura di sé e al tempo libero come oggetti per la casa, articoli di elettronica, libri e vestiti.

Secondo le intervistate, comprare on-line – attraverso dispositivi mobile –  è un’operazione che porta dei vantaggi. Il 22% apprezza la possibilità di confrontare i prezzi e i prodotti, il 21% di sfruttare promozioni e offerte ad hoc e il 20% la consegna a domicilio (20%). Le italiane sono attente alle promozioni visto che il 31% dichiara di guardare come prima cosa durante lo shopping on-line le offerte, contro una media europea del 21%. Tra i prodotti preferiti dalle italiane ci sono le apparecchiature elettroniche (33% contro il 24% della media europea).

Le  modalità di ricerca preferite sono la visita diretta al sito del marchio ricercato o l’utilizzo di un’apposita applicazione. I motori di ricerca vengono dopo.

Come fare, dunque, ad intercettare l’attenzione di questo target dall’alto valore commerciale? La tecnologia mobile può dare una grossa mano con offerte personalizzate e coupon da spendere sia negli acquisti on-line sia in negozio. Magari servirsi di tecniche di proximity marketing per fare offerte mirate direttamente in-store.

Il cosiddetto “mCommerce”, ovvero le vendite on-line che hanno come protagoniste le mamme, è sempre più caratterizzato dall’uso di dispositivi mobile, in particolare smartphone.

 

Guardando al mercato statunitense, si scopre che la percentuale di madri dotate di smartphone è passata dal 59% del 2011 all’87% di quest’anno. Il 46% di esse arriva addirittura a definirsi “smartphone addicted”. Sembra, poi, che le utenti mamme siano anche più attive on-line rispetto alle donne in generale (90 contro 76%).

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L’importanza della notizia risiede nella centralità del ruolo delle madri d’Oltreoceano (ma il ragionamento è valido anche per le nostre) come veri decisori delle spese in ambito domestico. Nell’85% dei casi, sono proprio le donne a incidere in maniera definitiva sulle scelte d’acquisto (da TheNextWeb).

 

E i dispositivi mobile servono anche per trovare e visionare offerte commerciali. Negli Stati Uniti oltre il 65% degli utilizzatori di smartphone (il 60% in Italia) si serve del proprio telefono per visitare attività commerciali. Visite che nel 38% dei casi (30% qui da noi) si tramutano in acquisti. E la categoria delle “mamme” non è da meno. Tralasciando le attività più strettamente connesse alla funzione di “telefono mobile” (invio sms, controllo email, chiamate), si nota che il 67% di esse si serve dello smartphone per leggere news, il 63% per fare shopping, il 60% per gestire il proprio conto corrente, il 52% per guardare applicazioni dedicate ai loro bambini e il 27% per leggere blog (da eMarketer).

 

Non che prima dell’avvento degli smartphone “l’universo mamma” non fosse un terreno di caccia per i maghi del marketing. Tutti sanno che le genitrici sono sempre alla ricerca di prodotti e offerte (nessuno al mondo ha bisogno un ricambio di oggetti quanto i bambini in crescita!) e che sono disposte a spendere qualcosa di più pur di avere il meglio per la propria prole.

Lo smartphone, dunque, facilita e aumenta le possibilità di acquisto. Un sito web ottimizzato per il mobile è indispensabile per aumentare i momenti di visibilità. In ogni caso, però,  le potenzialità dei “telefoni intelligenti” vanno ben oltre l’essere solo un più comodo strumento  per navigare su un sito web (perché mi sta in tasca al contrario di un PC…).

 

L’obiettivo è un altro e più ambizioso: dare soluzioni che sfruttino appieno le potenzialità di questi dispositivi. Come un’applicazione pensata ad hoc può fare.

Un’idea fra tante. Riservare coupon digitali con offerte e sconti ai soli utilizzatori di smartphone potrebbe essere un buon inizio. Il coupon digitale, salvato sulla memoria del proprio telefono, diviene – per esempio – una leva in più nelle mani dell’ufficio marketing per portare i clienti al punto vendita. Magari per fargli fare un check-in nel proprio store, con il successivo share sui social network.

Ma non solo. Potrebbe essere un mezzo per creare fedeltà: coloro che entreranno a far parte della comunità mobile si sentiranno parte di qualcosa di esclusivo, a loro solo riservato. Nel migliore dei casi, se si troveranno bene, potrebbero addirittura decidere di ricevere future comunicazioni commerciali, lasciando i loro dati personali.

Un sogno?

 

Le App? Nella stragrande maggioranza dei casi le troviamo gratuite al download. Ma siamo sicuri che sia la strategia giusta?

Spesso ho scritto di quanto il micromondo di AppStore (o macromondo, considerando l’ampiezza dell’offerta) sia mutato rispetto alle origini. Oltre alla dimensioni, ciò che è davvero cambiato è la maniera di fare business al suo interno. All’inizio le cose erano semplici, limpide: “io società di sviluppo espongo la mia merce, tu utente paghi un prezzo per averla”; oppure: “caro utente, ti dono gratuitamente ciò che ho realizzato”. Insomma, costo al download o scaricamento for free.

 

Un tempo con questo semplice e antico meccanismo (“ogni prodotto ha il suo prezzo”) era possibile guadagnare. In alcuni casi, anche cifre  consistenti. Si trattava, appunto, di “un tempo”. In un precedente post ho paragonato quel periodo a quello dei pionieri che si spingono nei territori  di “frontiera”. Sperimentando e scoprendo man mano nuove soluzioni i primi “coloni” dell’AppStore scommettevano sulla creatura di Cupertino. Si era ancora nel periodo in cui avere un’idea buona era sufficiente per sfondare, in cui l’intuizione poteva fare la differenza….

Sono conscio di esagerare, romanzando il passato. Se lo faccio, tuttavia, è proprio per rimarcare le differenze con l’oggi. Attualmente, i dominatori del negozio di Apple non sono né i geniali sviluppatori nerd né i loro soci brillanti comunicatori. Ora sono le major, le grandi case di software che non solo hanno le abilità e i mezzi per confezionare prodotti (quasi sempre videogame) di altissima qualità ma che hanno anche la forza di metterli a disposizione in forma… gratuita! (almeno come download).

 

Lo spunto per questo post viene da una ricerca di Flurry (ripresa da un articolo del solito Techrunch) sulla scomparsa o quasi delle applicazioni a pagamento. Nel 2010 le applicazioni “free” rappresentavano l’80% del totale. Nel 2012 la percentuale si è alzata di 4 punti. Nel 2013 è arrivata a quota 90%.

Soprattutto è interessante notare che anche per la sparuta minoranza del 10% che ancora crede nella formula a pagamento, più della metà (6%) appartiene alla prima fascia di prezzo, quella dei 0,99 $. Le previsioni, comunque ci dicono che la percentuale di applicazioni gratuite salirà fino al 93% nel giro dei prossimi 12 mesi.  Sembra quasi che – in un mondo orientato verso il “free” –  chi opta per una soluzione a pagamento lo faccia con estrema cautela, sottovoce, in maniera dimessa (scegliendo un’opzione di basso profilo come il primo prezzo).

Ugualmente indicativo è il dato (si veda grafico 2) che mostra come molti sviluppatori, prima di arrivare alla distribuzione “gratuita” abbiano provato in fase di test soluzioni a pagamento. Tra le tipologie che più rimangono legate al sistema “paid” troviamo le applicazioni di “produttività”, di “business”, quelle che si occupano di fitness o salute, di lifestyle, viaggi, che forniscono sistemi di navigazione, per fare foto e video o servizi di meteorologia (fonte Distimo).

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Ma allora da dove provengono i guadagni? Oggi è possibile monetizzare seguendo altre strade, più creative ma sicuramente meno dirette, quali l’acquisto di contenuti aggiuntivi direttamente nell’applicazione (come la formula “freemium”) o l’inserimento di banner pubblicitari.

 

Sembra che la competizione serrata e l’affannosa ricerca di visibilità abbiano spostato tutto sul free. E anche i “pesci piccoli” si sono adeguati, sperando di avere più chance di farsi strada fra “i giganti” dominatori delle classifiche. Come se la gratuità fosse la formula magica per emergere dalle centinaia di migliaia di offerte simili.

Concludo lanciando una provocazione (ma forse nemmeno tanto…) che ha come punto di partenza proprio quel 90% di App “free to download”. Siamo proprio sicuri che l’opzione gratuita sia la strada giusta per chi desidera ottenere spazio all’interno dell’AppleStore (ma la situazione nel Google Play Store non è così diversa)? Paradossalmente, non sarebbe forse più conveniente evitare il sovraffollamento e mettere la propria App a pagamento?