Avete mai sentito parlare di “mobile born”? Anche se non lo sapete, è molto probabile che siate entrati in contatto diretto con loro. Addirittura è possibile che alcuni di voi ne abbiano uno (o più) che si aggira per casa.

I “mobile born” non sono altro che i bambini nati all’epoca dei dispositivi mobile, smartphone e tablet. E che, per ovvie ragioni, hanno cominciato a familiarizzare con questi strumenti presto, molto presto. Stando alla ricerca “Zero to Eight Children’s Media Use in America 2013″ dell’americana Common Sense Mediail 38% dei bambini sotto i due anni (avete capito bene!) ha già usato un dispositivo mobile nel corso della sua vita (nel 2011, la percentuale era del 10%).

Se poi si considera la fascia d’età 0-8 anni, si scopre che il 72% dei bambini maneggia, più o meno abitualmente, telefoni e tablet dei propri genitori, destreggiandosi con abilità fra librerie musicali, immagini e applicazioni.

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Tra le principali attività svolte dai pargoli iperdigitalizzati (che superano per precocità gli ormai famosi “nativi digitali”) troviamo: giocare a videogames, utilizzare delle applicazioni, guardare video e film, leggere ebook. Cloud_in_touch_mobile born_common_sense

Una tendenza che non accenna a diminuire. Se negli ultimi due anni, il tempo giornaliero trascorso dagli under 8 davanti a media tradizionali, quali TV o DVD, è sensibilmente diminuito, quello passato utilizzando dispositivi mobile è aumentato di 10 minuti, arrivando agli attuali 15.

La televisione rimane comunque il mezzo sovrano sia per l’intrattenimento che il cosiddetto settore “educational”. Tuttavia, qualcosa sta cambiando, specialmente quando si tratta di tablet.

Le “tavolette” diventano veicoli per “studiare” e “apprendere divertendosi” nel 43% dei casi. Ugualmente in forte crescita le percentuali di bambini fra 0-8 anni che “leggono” su dispositivi mobile.

Dall’indagine emerge che il 16% di essi lo fa quotidianamente o almeno una volta alla settimana e il 12% ogni tanto. Il device preferito per questo genere di attività – e la cosa non stupisce affatto – è il tablet.

La ricerca poi mostra anche i differenti gradi di penetrazione e le diverse destinazioni d’uso che esistono fra famiglie di reddito medio-alto e famiglie di reddito medio-basso. Solo il 20% di quelle più “povere” possiede un tablet contro il 63% di quelle più “ricche”. Il divario si osserva anche nell’utilizzo di questi dispositivi: solo il 28% di quelle a basso reddito li usa per finalità educative (contro il 54% di quelle più agiate).

 

Ora si potrebbe obiettare che la ricerca, proprio perché condotta negli Stati Uniti, non abbia molto a che vedere con quando accade alle nostre latitudini e che sia da catalogare fra le curiosità. Credo, invece, che questa indagine dica molto anche su di noi, o meglio, sull’ultimissima generazione di nuovi nati e sul loro modo di relazionarsi con la tecnologia. Basta fermarsi ad osservare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno quando guardo rapito mia figlia duenne utilizzare con estrema naturalità l’iPad (anche dopo il passaggio ad iOS7…). La stessa naturalità di chi ha sempre avuto contatti con questo tipo di oggetti.

Il mercato delle applicazioni si sta muovendo in quel senso. Forse anche le imprese nostrane dovrebbero tenerne conto. Realizzare una App per i bambini (dove il brand aziendale emerge, ma senza essere troppo invasivo) potrebbe essere un ottimo modo per conquistare anche i genitori…

Oggigiorno, in molti uffici marketing, ai piani alti delle grandi compagnie, si comincia a prendere coscienza della reale rilevanza delle cosiddette “notifiche push”, ovvero di quegli avvisi che le applicazioni inviano alla schermata iniziale del dispositivo mobile.

mobile_marketing_cloud_in_touchQuando dico “si comincia a prendere coscienza” intendo che, dopo un periodo di rodaggio e con ormai dei dati consolidati in mano, anche i grandi gruppi si stanno convincendo che l’integrazione di questi strumenti sarà sempre più funzionale alle strategie di marketing. Specialmente ora che il mondo mobile (smartphone, tablet e applicazioni ad essi legate) non è più considerato alla stregua di una curiosa appendice tecnologicamente avanzata del più vasto universo del pc, ma come un elemento sempre più centrale e da cui non si può prescindere.

Un report realizzato dalla società di marketing Forrester e intitolato “Push Mobile Engagement to the Next Level” mostra numeri e potenzialità di questo servizio, con un focus sul consumatore europeo.

Stando allo studio, la maggior parte degli utenti di smartphone riceve notifiche push “di frequente”. Il 70% degli europei che utilizza applicazioni mobile visualizza questo genere di avvisi; tra di essi il 26% li riceve addirittura più volte al giorno, il 24% almeno una volta al giorno e il 27% almeno una volta al settimana.

Se poi si guarda alla distribuzione secondo sistema operativo, sembra che gli utenti iOS-Apple siano quelli più interessati dalla ricezione di notifiche rispetto a quelli Android (89% contro 83%). Il dato è rilevante soprattutto se si pensa che nei dispositivi iOS la funzione di ricevere notifiche è disattivata per impostazione predefinita. In questo caso l’azione dell’utente che volontariamente abilita la funzione e accetta di ricevere gli avvisi push ha un valore certamente maggiore rispetto ai casi in cui questo servizio è attivato di default.

Lunga vita al direct marketing, allora? Potremmo dire che quando il direct marketing viene dato per morto o comunque moribondo, ecco che arriva un nuovo strumento a fornrigli linfa vitale. Attualmente, infatti, non esiste nulla di così strettamente vicino al consumatore che… il proprio smartphone (o tablet). Un oggetto che – secondo le rilevazioni statistiche – non manca mai nelle tasche e nelle borse di noi tutti e che, per dimensione e comodità di trasporto (oltre che per funzione), è molto più “personal” dell’ormai vecchio pc (si vedano, a questo proposito, i nuovi iPad Air).

Tuttavia, che sia sottoforma di venditore porta-a-porta, di volantino pubblicitario nella propria casella della posta o  di email in arrivo, di telefonata sul proprio numero di casa, anche nel caso delle notifiche push rimangono ben vivi tutti i rischi e i limiti di questa tecnica di marketing: l’intrusione nella vita del consumatore con il conseguente fastidio e l’inevitabile rigetto del messaggio e di chi lo ha inviato.

Inoltre bisogna considerare che esiste una stretta correlazione tra utilizzatori di App e coloro che hanno accettato o si sono registrati per ricevere notifiche push. E che gli utenti – già abituati a essere sollecitati da mille messaggi quotidiani – vogliono poter controllare la situazione, essendo in genere poco disposti a essere raggiunti da altri avvisi, specialmente se non richiesti.

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Quindi, le regole base che un responsabile di marketing dovrebbe seguire sono:

1. non infastidere ulteriormente l’utenza. Gestire gli invii in maniera saggia è attualmente possibile, in modo da evitare che la notifica arrivi sul dispositivo in momenti sbagliati (come nel cuore della notte, tipico esempio di “bad push”).

2. sfruttare le innovazioni tecnologiche per far giungere le notifiche nel modo e al momento migliori. In questo senso, il nuovo co-processore M7 montato sull’iPhone 5s in grado di raccogliere i dati del movimento potrà essere utile nella gestione degli invii. Meglio far arrivare una notifica push a un guidatore quando si trova fermo in coda piuttosto che quando sfreccia in autostrada a 130 km/h. O più semplicemente far sì che la notifica giunga quando l’utente/consumatore è in prossimità di un determinato luogo (come un punto vendita), in modo che possa scoprire in tempo reale che è in corso una promozione sul suo marchio di abbigliamento preferito.

3. far diventare le notifiche push un sistema in più per comunicare con la clientela, offrendo servizi aggiuntivi. Viene citato il caso di un distributore di medicinali americano che si è servito di questo mezzo per avvisare i suoi utenti quando è il momento di assumere il farmaco acquistato.

4. premiare quegli utenti dimostratisi disposti: a) a ricevere annunci e b) a compiere particolari azioni richieste dall’azienda (come lasciare dati personali, registrarsi a newsletter, accedere a un servizio, comprare un bene). È un sistema ottimo per creare un legame di lealtà con la clientela.

Meno soggette a “smarrimenti “ dell’email, più tracciabili degli sms e più efficaci sul piano comunicativo di entrambe (non solo 160 caratteri ma una vasta gamma di opzioni a disposizione), le notifiche push offrono più possibilità e analytics molto sofisticati. Diventando in tutto e per tutto più efficaci. L’open rate sarebbe addirittura del 50% più alto rispetto a quello di una normale campagna via email.

Per le società di media/informazione, per esempio, le notifiche push sono diventate parte dell’offerta di contenuti e non solo una strategia di marketing. Con risultati spesso ragguardevoli. Infatti, gli avvisi push uniti al lancio delle cosiddette breaking news sono in grado di generare tra il 30% e il 40% del totale delle visite da mobile ai rispettivi siti web, oltre che aggiungere un numero importante di pagine visualizzate.

Insomma, gli uffici marketing delle grandi aziende hanno scoperto che esiste anche questo canale. Un canale che, dai risultati ottenuti su larga scala, appare efficace. È, tuttavia, ancora presto per dire se – così com’è ora concepito – resisterà a lungo. Il rischio di bruciarlo per troppa fretta o a seguito di un utilizzo indiscriminato è, infatti, piuttosto alto.

Ciclicamente giornali e tv ci parlano di come l’Italia sia entrata o rimasta fuori dalla modernità digitale. Di quanto gli italiani accedano a internet, usino gli smartphone, siano abili nelle transazioni online e attenti al digital marketing. Ma le imprese, piccole e medie, come si comportano?

GettonePartiamo dagli italiani intesi come utenti privati. Una buona occasione per saperne di più è, in questo senso, la sezione dedicata all’Italia del Global Media Intelligence Report di eMarketer pubblicato circa un mese fa (su dati elaborati da Gfk Eurisko).

Qual è l’atteggiamento degli italiani nei riguardi dei media e quale l’utilizzo delle nuove tecnologie? Tralasciamo la nostra predilezione per la tv e la poca frequentazione con giornali e magazine (223 minuti contro 31 per giorno) e guardiamo a ciò che ci interessa, ovvero possesso e utilizzo di Smartphone e Tablet.

Se la penetrazione della telefonia mobile raggiunge il 90% della popolazione, quella degli smartphone arriverà a toccare – alla fine del 2013 – il 41% degli utenti di tutto il mercato mobile, ovvero circa 20 milioni di italiani. Una percentuale che nel 2017 si stima possa salire fino al 68%.

Chi possiede un telefono “intelligente” è nella maggioranza dei casi uomo (54,3% contro 45,7% di donne), appartenente alla classe media (58,3%) e di un’età compresa fra i 35 e i 44 anni (24,9%). Parlando di fascia d’età ricordiamo che quella fra i 25 e i 34 anni arriva seconda per un soffio,  totalizzando 24,2%. Quindi è nell’arco temporale di venti anni che si concentra la maggioranza di coloro che ne possiedono uno.

La stessa navigazione sul web via mobile cresce di continuo, con tassi che sfiorano il 30% rispetto all’anno precedente. Alla fine di quest’anno, il 42% dei possessori di un telefonino userà il proprio dispositivo per navigare in rete. Non è affatto un caso che le percentuali di possessori di smartphone e navigatori tramite dispositivo mobile siano pressoché identiche.

Riguardo ai tablet, pur di fronte a percentuali di possesso non ancora alte, eMarketer prevede comunque una “tablet audience” calcolabile in ben 12,1 milioni per questo anno.

Il profilo dell’utilizzatore-tipo di smartphone e tablet che emerge da questa e da altre ricerche pubblicate negli ultimi tempi sembra costruito ad hoc sulle aspettative dei pubblicitari che, dopo la crisi e le percentuali a due cifre in negativo registrate dai media tradizionali in questi ultimi anni, puntano con decisione sul digital marketing, specialmente in versione mobile. Lo smartphone user è: una persona adulta, in attività, appartenente alla classe media o alta (nel caso dei tablet), di istruzione media-superiore, dipendente dal proprio dispositivo da cui quasi mai si separa prima di uscire di casa, propenso agli acquisti attraverso di esso e con il quale effettua le proprie ricerche in rete.

Insomma, una situazione che fa ben sperare in vista di una sempre maggiore modernizzazione e che vede il nostro Paese – più o meno – in linea con i dati del resto dell’Europa Occidentale.

E le nostre imprese, invece, come si comportano? Quanto descritto spinge a credere che anche le forze produttive attive oggi in Italia – ovvero le piccole e medie imprese di cui è ancora formata la struttura economica nazionale  – abbiano fatto a gara per arrivare prime nel cogliere le opportunità apertesi con lo sviluppo e la diffusione dei mobile device. In realtà, non pare stia andando proprio così…

Da uno studio pubblicato in primavera dall’Osservatorio Mobile Device & Business App del Politecnico di Milano emerge come esista ancora un atteggiamento attendista da parte delle PMI. Se da un lato i nuovi dispositivi mobile sono entrati in azienda (e s’intende anche tablet e non solo smartphone), dall’altra il management nostrano appare ancora titubante nell’investire nell’ITT. In particolare in quei prodotti software come le applicazioni mobile in grado di: a) spingere, comunicare, promuovere prodotti e servizi; b) gestire e semplificare la produzione e i processi in azienda. E ciò accade  nonostante in molti casi la forza vendita sia stata appositamente dotata di strumenti mobile come il tablet.

Ma allora cosa impedisce alle applicazioni mobile di entrare in azienda? Christian Mondini, uno degli autori dello studio lo spiega così: “L’inerzia delle PMI italiane per quanto concerne l’adozione di soluzioni IT può essere analizzata attraverso due chiavi di lettura. In senso assoluto, l’ancora carente cultura sulle opportunità offerte dalle soluzioni digitali; nel dettaglio, la limitata capacità di riuscire a comprendere i molteplici benefici derivanti dall’adozione di soluzioni di Mobile Business”.

A quando un cambio sostanziale?

iEtiquette si è finalmente rifatta il look, pronta per il nuovo sistema operativo iOS7.

Cos’è cambiato? Ora a dominare sono i colori flat e un’immagine iniziale che ci riporta ai divertenti e forti accostamenti cromatici degli anni 80. Abbandonato il serissimo Black&White, la nuova iEtiquette si prende poco sul serio, almeno all’apparenza: ora è possibile scegliere il colore dominante in base all’umore, all’abbigliamento o alla scocca del proprio iPhone (in attesa dell’arrivo del nuovo – giocoso e supercolorato – iPhone C). L’utente potrà, dunque, provare il tema che più gli piace fra i 9 disponibili.

 

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Cosa resta del passato? Sicuramente quegli elementi che le hanno permesso di arrivare a quota 100mila download: una guida approfondita di buone maniere e di galateo e la navigazione pratica e intuitiva.

Per festeggiare questo sostanzioso update, iEtiquette rimarrà gratuita per 9 giorni a partire da domani.

 

Il momento del rilascio di un’applicazione non segna la conclusione di un progetto, semmai del primo step, della prima parte del lavoro. Un’affermazione sempre più vera, dato che l’attuale situazione di AppStore è radicalmente diversa da quella che si poteva osservare solo qualche tempo fa. Niente come l’espressione “qualcosa è cambiato” è più adatta per descrivere ciò che è successo.

app-marketing-cloud_in_touchPrima – nei tempi eroici – era come trovarsi in un territorio di frontiera, con spazi sterminati e popolato da pochi coraggiosi pionieri. La sensazione che, invece, si prova oggi è assimilabile a quella di un cittadino medio di una moderna megalopoli, magari con la densità abitativa di Tokyo: sentirsi un singolo elemento statistico che al massimo può ambire, almeno una volta nella vita, ai famosi 15 minuti di celibrità.

Fuor di metafora, oggi è sempre più complesso sia ottenere visibilità nell’AppStore per aumentare i download sia aumentare i download per salire in visibilità nelle classifiche dell’AppStore. In un precedente post abbiamo mostrato come per entrare nella top ten app italiana serva ormai una media di 11.000 download ogni 48 ore (e il nostro non è nemmeno fra i mercati più sviluppati).

L’occasione della pubblicazione del nostro progetto Fresh & Local, il conseguente utilizzo delle principali leve di marketing a nostra disposizione per promuoverlo e i dubbi sulla correttezza delle scelte operate, mi hanno fatto tornare in mente un report pubblicato nello scorso mese di marzo dalla Forrester, società di marketing americana.

Dall’indagine condotta su un campione di 58.000 individui è emerso il basso impatto che campagne one-way push hanno sui consumatori. In particolare, in cima a questa speciale classifica delle comunicazioni meno degne di fiducia si trovano i messaggi di direct marketing provenienti dalle aziende. L’invio di notifiche, sms e messaggi email non richiesti sono considerati alla stregua di spam. Subito dopo, raccoglie poca fiducia tutto quanto viene postato dalle medesime sui propri profili social.

Il grado di fiducia, invece, aumenta quando si tratta di ciò che viene scritto nei siti web delle aziende, dei risultati dei motori di ricerca, delle opinioni di altri utenti su questo o quel prodotto o servizio e delle recensioni di professionisti del settore apparse sui media, cartacei e digitali (magazine, blog e siti).

Tuttavia, se si deve concedere fiducia a qualcuno allora il consumatore continua a preferire l’opinione di chi gli sta intorno, siano essi familiari, amici e conoscenti.

Una classifica che vede Stati Uniti ed Europa viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, seppur con alcune variazioni percentuali (gli americani confidano molto più nelle review di professionisti rispetto ai “sospettosi” europei, con un 55% contro un 33%).

Dunque l’obiettivo è conquistare familiari, amici e conoscenti in maniera che questi influenzino gli orientamenti di acquisto dei rispettivi… familiari amici e conoscenti! Ma come è possibile spezzare questo circolo vizioso?

Gli analisti della Forrester propongono una soluzione antica: l’aggiunta di contenuti ad hoc che diano valore al marchio o al prodotto pubblicizzato, in modo da renderlo agli occhi del consumatore / utente un qualcosa: a) di meritevole di fiducia b) degno di nota c) inconfondibile e d) essenziale.

Un contenuto brandizzato che dev’essere facilmente accessibile e in grado di tenere in considerazione il contesto, il momento e la modalità di fruizione (da un dispositivo mobile, da pc, dalla televisione etc.). Un contenuto che possa essere condiviso e che abbia in sé ragionevoli motivi di interesse.

I contenuti – dai consigli per le neo mamme targate Johnson&Johnson fino agli eventi spettacolari sponsorizzati Red Bull – hanno lo scopo di coinvolgere il consumatore / utente, di farlo sentire parte più o meno attiva di qualcosa e non solo il semplice terminale di un messaggio (quest’ultimo spesso non diverso dall’imperativo “compra!”). Insomma, uscire da una logica prodotto-centrica per entrare in una dove si concede qualcosa in più al potenziale acquirente / utilizzatore (nel segno di “ti do qualcosa in cambio della tua attenzione al mio marchio”).

Tutto ciò può servire anche nel momento della promozione di una App mobile? In linea generale, sì. Promuovere cercando di incuriosire, colpire, concedere e offrire qualcosa prima che il possessore di smartphone entri nel negozio virtuale Apple e clicchi “installa” è una strategia che può dare buoni frutti.

Resta, tuttavia, un grosso dubbio che ci riporta al “qualcosa è cambiato” dell’inizio, ovvero: tutto ciò è sufficiente? Non esito a rispondere dicendo che un tempo lo sarebbe senz’altro stato. Una applicazione pregevole, mediamente originale e ricca di contenuti se promossa con criterio e un minimo di pianificazione scalava le classifiche.

Oggi, con le classifiche dominate dalle grandi major che producono giochi o da start up lautamente finanziate, serve un budget consistente per la promozione a volte pari o superiore a quello allocato per lo sviluppo.

 

Nella post-PC era, l’App Economy  è diventato un settore in forte espansione (anche qui da noi, in Europa).

Si parla spesso di crescita del mondo mobile e, in particolare, del boom nella diffusione delle applicazioni. I dati sulla crescita dei due principali negozi virtuali di Apple e Google lo dimostrano: alti profitti e almeno un milione di applicazioni presenti su ciascuno di essi. E tutto ciò in poco tempo, considerando che AppStore è nato solo cinque anni fa.

Ma quanto impatta il mercato delle applicazioni mobile sull’economia reale, oltre ai guadagni dei grandi gruppi? Quanti posti di lavoro sono stati direttamente o indirettamente creati con la crescita di questo settore? Scopriamo cosa si nasconde dietro alle tante icone (più o meno flat) che ormai riempiono i display dei nostri dispositivi e che hanno reso “smart” i nostri telefoni (e i nostri tablet). L’indagine realizzata da Vision Mobile è particolarmente interessante in quanto focalizzata sui 28 Paesi dell’Unione europea (per una volta, dunque, senza i numeri dell’ipermonitorato mercato nordamericano).

Partiamo dagli utenti e da come è cambiato il consumo di ICT negli ultimi anni. A oggi, si calcola che circa il 50% degli europei ha nelle tasche o in borsetta uno smartphone. La stessa percentuale si riferisce a coloro che accedono a internet passando per i dispositivi mobile. La domanda, poi, non accenna a diminuire, con tassi di crescita superiori al 10% annui.

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Ma cosa incide su questa crescita che non accenna a diminuire? Concorrono a creare il cosiddetto “circolo virtuoso” della App Economy elementi quali dispositivi sempre più sofisticati, una connessione sempre attiva e App ogni giorno più interessanti e ben strutturate. Tuttavia a fare da veri catalizzatori del mercato sono i negozi virtuali App Store e Google Play Store.

Grazie ad essi, da una parte i consumatori trovano un luogo sicuro (per effettuare gli acquisti) e di facile accesso dove poter cercare e trovare applicazioni; dall’altra gli sviluppatori hanno a disposizione canali distributivi a basso costo, dove diffondere i propri prodotti su scala globale in maniera da raggiungere tutti i potenziali clienti.

Senza dubbio il mercato europeo è ancora acerbo rispetto a quello degli Stati Uniti. Come affermano gli autori dell studio: “Mobile and apps today are at a stage of development that is analogous to the internet pre-broadband”. Tuttavia i macrodati per il 2013 vanno in un’unica direzione, mostrando un settore in grande espansione.

Da un punto di vista economico, si calcola che nel 2013, il fatturato del settore delle applicazioni mobile (sviluppo e servizi) raggiungerà i 51 miliardi di euro. E ciò riguarda applicazioni in vendita negli store, contratti firmati con privati per lo sviluppo di prodotti digitali, per la fornitura di servizi e la vendita attraverso e-commerce.

Da un punto di vista dell’occupazione, i numeri mostrano una situazione in controtendenza rispetto alla crisi occupazionale che colpisce in molte parti dell’Unione. Sarebbero 794.000 mila i posti di lavoro creati intorno al settore delle applicazioni mobile. Di questi 529.000 mila direttamente legati alla App Economy; la maggioranza (62%) è composta da sviluppatori, seguita dai diversi livelli di management (30%).

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I Paesi dell’Unione europea poi, contribuiscono per il 22% alla produzione globale di applicazioni e relativi servizi. Si tratta della seconda posizione a livello mondiale dopo il Nord America (42%), davanti ai Paesi asiatici (18%).

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La crescita è quantificabile in 10 miliardi di euro per anno, con le proiezioni al 2016 che indicano un incremento fino a toccare i 15 miliardi di euro.

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Ovviamente, come avviene in altri settori, ci sono differenze tra regioni (resta significativo il divario tra Europa Occidentale e Orientale) e Stati (con la Gran Bretagna che, per fatturato e penetrazione di smartphone, si avvicina più ai dati d’oltreoceano. Risultati consistenti, comunque, anche per Francia e Germania).

Cosa potrebbe dare ulteriore carburante al settore? Sicuramente politiche a livello di Paese e di Unione europea che facilitino e promuovano l’accesso a internet, rendendone la penetrazione ancora più trasversale sia nei diversi Stati che nella società (per esempio con una migliore ripartizione fra le differenti fasce di età).

Essere inseriti nella “vetrina” dell’AppStore, fra le applicazioni consigliate. Ecco uno dei principali sogni per coloro che – società o singoli sviluppatori – pubblicano sul negozio virtuale di Apple. Un negozio che stando anche agli ultimi dati di Distimo – società americana di ricerche di mercato – vanta ricavi quasi doppi rispetto al rivale Google Play Store (65% contro 35%).

Il sogno ha, tuttavia, concrete basi nella realtà. Infatti, rientrare tra le migliori App scelte da Apple, generalmente garantisce un’impennata dei download e, conseguentemente, il posizionamento nelle parti alte delle classifiche di categoria e di quella generale. Un risultato più o meno arduo da ottenere a seconda del Paese in cui si pubblica. Negli Stati Uniti per arrivare fra le prime migliori 10 applicazioni bisogna almeno mantenere una media di  80.000 download ogni 72 ore. In altri mercati, invece, occorrono sforzi più contenuti; in Italia ne bastano 11.000, in Germania 15.000 e in Francia 13.000.

Ma quali meccanismi consentono a un’App recentemente pubblicata a), di farsi notare e b), scalare le classifiche? Innanzitutto lo consente un mix ben calibrato di elementi “ovvi” quali l’ottima fattura, l’idea originale, un tema non eccessivamente sfruttato e l’ambizione di interessare un pubblico ampio. Ma per il resto? Si possono applicare sistemi standard di indicizzazione in grado spingere la propria App più in alto?

Fino ad oggi il meccanismo che porta su e giù le App non è stato ancora completamente svelato. Tuttavia, risale alla fine dello scorso mese di agosto, la notizia di una revisione dell’algoritmo che regola ascesa e discesa nelle classifiche dell’AppStore. Almeno secondo quanto afferma Fiksu, una società di mobile marketing, che ha notato alcune variazioni nella composizione dei ranking.

Da luglio, infatti, i cambiamenti nelle posizioni in classifica sono originati da logiche leggermente diverse da quelle ritenute valide nei mesi precedenti. Quindi a un fattore premiante come è sempre stato l’alto numero di download raggiunto in un breve lasso di tempo, si è ora aggiunto anche quello del giudizio degli utenti. Ora le review e il numero delle stelle lasciate in calce alla App dall’utente smettono di avere una semplice funzione accessoria o indicativa, ma diventano parte attiva nel determinare la sorte del prodotto in questione.

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Ugualmente, si è notato come l’aggiornamento delle classifiche abbia subito un rallentamento, passando dai soliti 15 minuti a lassi di tempo più ampi (all’inizio si era parlato di 3 ore, ma nelle settimane successive questa misura è tornata a variare, segno che Apple sta ancora facendo test e valutazioni). Aumentare i tempi di aggiornamento significa per Cupertino poter meglio gestire e arginare la manipolazione delle classifiche da parte di terzi e le eventuali anomalie nell’andamento dei download.

 

Le centinaia di migliaia di applicazioni oggi esistenti hanno dunque bisogno di classifiche articolate e il più possibile precise. La questione della visibilità dei prodotti software lanciati sull’AppStore rimanda al tema delle migliaia di applicazioni anonime che non saranno mai nemmeno vicine all’ingresso in una qualsiasi classifica. La notizia è uscita all’inizio del 2013, ma ha ancora una sua validità.

Secondo un report presentato dalla tedesca Adeven, società specializzata nell’analisi dei dati sul mercato mobile, sarebbero oltre 400.000 le “applicazioni fantasma” (o “zombie”, chiamatele come preferite) presenti sullo store. Osservando l’andamento dei download, i ricercatori avrebbero scoperto che quasi la metà dei software presenti nel negozio virtuale di Apple non viene mai o quasi mai scaricato. Si tratterebbe di App regolarmente pubblicate, ma che nessuno avrebbe mai utilizzato sui propri device e che ora giacciono dimenticate perché mai pubblicizzate, mal presentate (con keywords sbagliate), inutili o prive di qualità. Non sappiamo se il numero è reale o esagerato. Fossero anche la metà di quelle dichiarate nello studio non cambierebbe la sostanza del problema.

Soprattutto ora che siamo di fronte a un sistema di vendita davvero imponente e ormai consolidato (a 5 anni dal lancio) a livello planetario, con fatturati sempre più importanti, con una frequentazione di utenti in costante crescita e con concorrenti agguerriti (sarebbe interessante condurre uno studio analogo su Google Play Store). Un problema che chiama in causa tanto Apple, ma soprattutto le società di sviluppo e i loro clienti.

 

La soluzione? Meno tecnologica di quanto uno s’immagini: un approccio di qualità che ripaga sempre dell’investimento. Ciò significa realizzare App “ragionate”, in grado di “poter dire qualcosa” e “di durata”. Applicazioni che gli utenti scaricano e tengono nel proprio dispositivo.

Proximity Marketing: grande potenzialità da maneggiare con cura. La notizia è ormai di qualche settimana fa: niente più cestini per l’immondizia “spioni” per le strade di Londra. Almeno per il momento. L’amministrazione comunale ha imposto a Renew, società di marketing e pubblicità, di interrompere la raccolta di dati dei passanti che si trovavano nelle vicinanze dei suoi speciali gettacarte: i cestini high-tech, dotati di schermi LCD sui quali vengono proiettate informazioni e advertising.

Ma facciamo un passo indietro. Nel mese di giugno, Renew aveva installato dei particolari device all’interno di 12 cassonetti nella City di Londra, in una zona ad altissima densità di professionisti muniti di smartphone.

Grazie alla connessione wi-fi e individuando mac-address proprio di ogni telefono cellulare, il dispositivo è stato in grado di registrare movimento, modello, direzione, velocità dei singoli smartphone tracciati e… dunque di coloro che li trasportano! Renew ha subito assicurato che si tratta di dati totalmente anonimi, non riconducibili a singole persone, ne più ne meno simili a quelli che si possono raccogliere attraverso indagini quantitative condotte con metodi più tradizionali. L’amministrazione comunale, invece, preoccupata per la privacy dei cittadini si è cautelata, imponendo di interrompere la sperimentazione.

Non preoccupatevi! L’obiettivo di questo post non è disquisire se e quanto le nostre vite sono “sotto controllo”  e se la nostra privacy è a rischio (e qui le citazioni si sprecano: da Orwell con il suo “Grande Fratello” fino a Philip Dick e il suo futuristico “Minority Report”).

Questa storia è interessante perché per la prima volta – o quasi – dà consistenza reale (e tangibile) al cosiddetto proximity marketing (o marketing di prossimità). Un concetto troppo spesso raccontato e poco vissuto. L’operazione di Renew, infatti, è stata efficace, rapida, massiva e accurata nel contempo e, soprattutto non gravata da troppi impedimenti tecnologici (niente bluetooth, con tutte le sue complicazioni e limitazioni, ma solo wi-fi). Un’operazione in grado di ridurre l’incertezza che i futuri clienti (le aziende) possono nutrire sull’efficacia di campagne di questo tipo e, di conseguenza, su un reale ritorno dell’investimento. E per chi ha sborsato dei soldi per promuovere il proprio prodotto o servizio, questi elementi contano parecchio. La stessa Renew, lanciando l’iniziativa dei cestini traccianti, aveva parlato di voler portare “i cookies di internet nella vita reale”.

Gli scenari che possiamo intravedere sono molteplici e sembrano proprio andare incontro alle esigenze delle aziende e del loro più grande e pressante desiderio-ossessione: avere dati sempre più targettizzati e precisi sia per soddisfare meglio le esigenze dei potenziali clienti sia – sogno ancora più proibito – per stimolarne i bisogni. Sapere che in una data zona, a una data ora, in determinati giorni, diversi possessori di smartphone si dirigono verso un fast-food o un’attività commerciale farebbe risparmiare molto tempo e denaro a coloro che si dannano per scoprire il modo per tenersi stretti i clienti e per conquistarne di nuovi. Le prime ad essere interessate potrebbero essere proprio le aziende di telefonia mobile: Samsung, Apple o Motorola avrebbero meno incertezze nell’aprire un negozio di accessori in una strada che sanno essere frequentata da tanti utilizzatori di loro prodotti.

Quindi: prendere dati, studiare comportamenti, scoprire i consumi per poi inviare messaggi e comunicazioni commerciali. Tutto bello e tutto interessante. Eppure sento che qualcosa continua a non convincermi fino in fondo. Qualcosa che ha a che vedere con i seguenti due fattori.

  1. La valanga di comunicazioni che quotidianamente ci sommerge. Il rischio – e non è un problema nuovo – è quello del “tanti messaggi, nessun messaggio”. Spesso il consumatore troppo sollecitato da notifiche, sms, richieste di accettazione, di attivazione, promozione etc. non ascolta e non risponde più.
  2. L’importanza del consenso e (il vero) ascolto dell’opinione del consumatore. Il consenso va sempre chiesto: raccogliere dati in maniera furbesca e borderline è – oltre che in certi casi illegale e poco etico – anche pericoloso, perché potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’azienda (gli anni Cinquanta e Sessanta, quando il consumatore era nulla, sono finiti da un pezzo). Siamo cittadini consumatori con diritti che non vogliamo veder violati.

Cosa fare allora? Avessi la risposta avrei già scritto un best seller. Mi limito a una banalità (e forse, proprio perché tale, trascurata): in questa giungla intricatissima senza dubbio è importante essere sicuri di almeno due cose:

  • La prima, che il consumatore davvero voglia ricevere le informazioni e le offerte commerciali che l’azienda sta proponendo (cioè che queste non arrivino in momenti sgraditi, magari mentre si sta usando il telefono per lavoro. È sufficiente un incidente del genere per perdere per sempre un cliente).
  • La seconda, che non abbia fornito i suoi dati solo perché “sotto ricatto”. Del tipo: il servizio non parte se tu non mi dai un’email valida e non hai compilato un form… (molte applicazioni oggi partono da questi presupposti).

Esiste una via alternativa? È la libertà di scelta l’arma più appuntita per ottenere i migliori risultati?

Ne discutiamo nel prossimo post.

Le presentazioni delle novità di casa Apple sono sempre fonte di attesa (grazie anche all’abilità con cui da Cupertino preparano questi appuntamenti). Ma anche di pareri discordanti. Alcuni rimangono soddisfatti, mentre altri si dicono delusi perché si aspettavano qualcosa di più.

La spaccatura fra opposte opinioni si è presentata anche all’interno del microcosmo di Cloud In Touch dopo la presentazione delle novità mobile, il 10 settembre scorso… Ma chi ha ragione? I soddisfatti o i delusi? Ecco le nostre ragioni.

 

Soddisfazione. Prodotti tecnologicamente innovativi e apertura di un nuovo corso

Partiamo da una sensazione: i media si sono concentrati molto sui prodotti e molto meno sulla domanda: “cosa sarebbe successo se ci fosse ancora Steve Jobs?”. Il segnale che si è tornati a concentrarsi sul lavoro e sulle idee dell’azienda di Cupertino. Soddisfatto, dunque? Sì, almeno per tre ragioni.

1) Dopo qualche esitazione, Apple ha deciso di agire. La concorrenza si è fatta agguerrita sia nella produzione di smartphone (Samsung, in primis ma in futuro anche Motorola/Google) sia per diffusione dei sistemi operativi (il vasto mondo Android, ma anche il probabile terzo incomodo Windows mobile). Bisognava mostrare coraggio, uscire dall’elitarismo snobistico tipico degli anni Ottanta e Novanta. Allora funzionava, allora ci si poteva permettere di “pensare in modo differente”. Allora era possibile rimanere fuori dai giochi e non “sporcarsi” nella lotta quotidiana, senza scendere a compromessi per aumentare i volumi di vendita, ma concentrandosi solo sulla qualità. Oggi sarebbe una follia. Oggi Apple deve tenere insieme elementi spesso contrastanti: un posizionamento alto (il marchio della Mela morsicata è uno dei più importanti al mondo), prodotti di qualità, una diffusione di massa e dividendi da distribuire agli azionisti. Mi pare che il management di Cupertino ci stia provando seriamente.

2) Perché ha presentato prodotti di qualità. Qualcuno obietterà: “Ok, ma non s’è visto nulla di nuovo, dato che l’iPhone 5 già c’era”. Un’obiezione vera solo in parte. Un conto è affermare che i rumors di questi ultimi mesi avevano svelato già quanto bolliva in pentola (semmai si potrebbe rimproverare ad Apple una scarsa vigilanza) e che dunque le novità erano già state tutte “bruciate”. Un altro è dire che i prodotti presentati non portano con sé importanti innovazioni. Ma i due piani non si possono confondere. Ugualmente non si può pretendere l’invenzione rivoluzionaria ogni 12 mesi. E nonostante ciò il 5 S è un telefono totalmente rinnovato, un computer tascabile di gran classe. Il lettore d’impronte digitali su un dispositivo consumer è un grande passo, da non sottovalutare per le molteplici implicazioni future. Il 5 C, quello che tutto il mondo ha chiamato “low cost” (pur non essendolo) è invece un’abile operazione di marketing. È colorato, agile, giovane, allegro, simpaticamente “plasticoso” (ma di una plastica di livello, però). Un prodotto alla moda, disimpegnato o meglio, che maschera il suo impegno di dispositivo altamente tecnologico dietro un aspetto da giocattolo. Una previsione: venderà moltissimo. Non parliamo poi del rinnovamento del design, minimal, flat, a zero effetti e del muovo sistema operativo iOS 7.

3) Torno all’inizio. Ovvero al superamento di Steve Jobs. Non è mai facile per un gruppo resistere e proseguire con la stessa forza e incisività quando viene meno il fondatore, specialmente se costui è un personaggio carismatico, trascinatore, visionario. Lo sanno bene i movimenti religiosi, i regni, le comunità che vivono momenti di smarrimento e di divisione dopo la scomparsa del loro padre fondatore. Ovviamente si è un po’ orfani delle kermesse di Jobs, dei suoi “One more thing”, della sua capacità di incantare. Il rischio dei capi Apple nell’era post Jobs era scimmiottare quello che non c’è più. Mi pare che non l’abbiano fatto, a costo di avere una presentazione emotivamente meno coinvolgente.

Alessandro Seregni

Delusione. “Dilusione di diludendo”

Sono rimasto molto deluso dal keynote di Apple e non per i prodotti mostrati, ma perché si sapeva già tutto e da diverso tempo.

Ad Apple conviene dare un giro di vite a questi produttori cinesi che continuano a divulgare informazioni riservate sui loro prodotti oppure nei prossimi anni i Keynote li faranno loro e diversi mesi prima di quello ufficiale. Pensate a come sarebbe stato l’evento senza aver visto le immagini dell’iPhone 5C… semplicemente bellissimo! Con un modello nuovo di iPhone e un nuovo target di prezzo.

La realtà è stata, invece, diversa. È stato presentato un nuovo telefono sul quale, tuttavia, le persone avevano già potuto – da parecchio tempo – maturare ed esprimere le proprie opinioni. Per non parlare dell’errata percezione che – in questi mesi – è derivata immaginando a un modello “plasticoso” a basso prezzo! Ma forse, fra tutte le aspettative, la vendita di un modello “low cost” è forse quella che ha deluso di più. Personalmente mi ero già espresso in merito. Avevo mostrando tutto il mio scetticismo sulla possibile commercializzazione di un prodotto “low cost”, prevedendo un prezzo variabile, tra i 499 e i 549 dollari (l’ultimo è il prezzo di vendita ufficiale). Tuttavia, molti ne erano convinti, immaginando il 5C come un modello più accessibile.

Riguardo ai telefoni presentati non ho nulla da dire. Ormai la Apple ci abitua con una mid-release a cavallo dei due anni di cambiamento più radicale. Il 5S è veramente una bomba come caratteristiche hardware: la camera è splendida e velocissima, la GPU eccezionale con supporto a OpenGL ES 3.0. Qualche perplessità sul passaggio a 64bit; sicuramente è il vero passo in avanti ma gli utenti di medio livello difficilmente se ne accorgeranno. Analogo discorso per il lettore di impronte digitali. Sembra che Apple stia facendo una distinzione tra prodotti destinati a una fascia PRO e prodotti pensati per una fascia consumer normale, composta da utenti meno esigenti che cercano un bel telefono ad un buon prezzo.

Torniamo al prezzo di vendita. Il 5C in Italia, aggiunte tasse e sovrapprezzi (di cui non si capisce mai l’origine) costerà 629 euro. Ricordo che i nostri vicini francesi lo pagano già 599 euro, una cifra che non sembra esattamente concorrenziale. Un po’ diversa la situazione se si guarda oltreoceano, negli Stati Uniti. Il 5C costa 549 dollari (cioè circa 413 euro), mentre un Galaxy S4 (che sicuramente ha un hardware più potente, ma meno appeal) costa 620 dollari (cioè 466 euro, anche se in Italia viene venduto a circa 590): ecco allora dove il 5C può davvero diventare concorrenziale a Samsung.

Andrea Alessandro Finollo

Ieri sera sono state presentate ufficialmente le novità di Apple.

iphone-5s-5c_cloud_in_touch La curiosità era sicuramente per il 5C, modello che secondo i rumors dei mesi scorsi sarebbe diventato l’iPhone “low cost”. Oggi riviste, giornali e blog non risparmiano sulle “virgolette” quando parlano del basso costo del nuovo 5C. Infatti, l’azienda di Cupertino non ha smentito sé stessa e né la propria natura. Va bene competere sul mercato e uscire dall’isolamento dorato degli anni Ottanta e Novanta, ma con i modi che le sono propri, ovvero qualità e innovazione. Costerà 599 euro. Il nuovo telefono è in 5 colori, ha una scocca in policarbonato a prova di graffio e appare decisamente accattivante. Arriverà sui mercati di Francia, Germania e UK entro il 20 settembre. Noi italiani, invece, dovremo pazientare ancora qualche mese (si dice fino a dicembre).

Molto interessanti anche le novità che riguardano il prodotto top, l’iPhone 5S. Al di là della possibilità di scegliere fra diversi colori (molto luxury come oro, argento e grigio), a colpire sono le innovazioni tecnologiche introdotte. Tra le quali:

 

  • Touch ID, il lettore di impronte digitali, in grado di riconoscere il suo “padrone”, accelerando e rendendo più sicure alcune operazioni
  • una fotocamera rinnovata
  • un processore a 64bit

Tutto ciò all’interno del nuovo sistema operativo iOS7, disponibile gratuitamente dal 18 settembre (per iPhone, dal 4 in su; per iPad, dal 2 in su e per iPod Touch 5th gen).

Per saperne di più su quanto presentato alla conferenza di ieri, segnaliamo gli articoli pubblicati da:

TheVerge.com

TechCrunch.com

CorrieredellaSera.it

LaRepubblica.it