Due notizie che ci portano a ragionare su quali sono le tendenze di business nel mondo mobile sia lato App che advertising.

Entrambe arrivano da eMarketer.com.

La prima riguarda i guadagni sempre crescenti delle App pensate con la formula in-app-purchase.

Nei due principali store, Apple e Google Play, le applicazioni gratuite al download la fanno da padroni con percentuali che superano il 90%.

Sviluppatori e, sopratutto, grandi società di software (di game) prediligono questo sistema per ottenere i loro guadagni. I dati provengono da un report di Distimo, società di analisi americana del mondo delle applicazioni.

Considerando i guadagni dei due negozi virtuali del mese di novembre, il 92% di AppStore e il 98% di Google Play sono derivati da applicazioni free-to-download con al loro interno offerte di acquisto. L’anno prima le percentuali erano, rispettivamente, 89 e 77%.

Il recupero di Android non ha tuttavia raggiunto Apple. L’AppStore di Cupertino mantiene il primato con 63% contro 37%.

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Parlando poi dei dominatori incontrastati degli store, ovvero le App di gioco, la ricerca svela che il 41,4% del totale dei guadagni viene proprio dalla formula in-app-purchase.

Seconda notizia. Come abbiamo avuto modo di scrivere qualche tempo fa, le imprese spendono sempre di più per la pubblicità su mobile.

Con percentuali che superano il 100%, almeno secondo i dati di Millennial Media. Il mobile convince, e investire su di esso non è più un’opzione fra le altre o una scelta d’avanguardia. Sembra ormai più una stringente necessità, adesso che smartphone, tablet e applicazioni fanno sempre più parte delle nostre vite. Una crescita che nel 2013 è stata del 105% più alta rispetto all’anno precendente e che si prevede in ulteriore crescita del 62,1% nel 2014.

Addirittura c’è chi, come l’industria farmaceutica, ha aumentato del 744% la presenza su mobile (se paragoniamo questo dato del novembre 2013 con quello del medesimo periodo del 2012). Ugualmente si sono proiettate sul mobile l’industria dell’informazione (+530%), quella dello sport (+411%) o dei beni di consumo (+357%) con percentuali sopra il 300%.

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Quali le ragioni di questo interesse verso il mobile? Un terzo (34%) di coloro che vi hanno investito lo ha fatto con l’obiettivo di aumentare il traffico sul proprio sito. Un 25% cerca una presenza importante all’interno del mondo mobile e il 22% vuole rinforzare la propria brand awareness su questi canali.

Le previsioni sono ancora più rosee. Dal 2017 gli uomini marketing spenderanno oltre 72 miliardi di dollari sul mobile, circa 10 volte tanto quanto è stato speso nel 2012.

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A breve capiremo se le imprese italiane seguiranno questa tendenza. Senza dubbio c’è ancora molto attendismo e qualche resistenza a investire in questa direzione. Si prefereisce ancora distribuire le risorse su diverse piattaforme, come se puntare un po’ su tutto (dalla brochure di carta alla pubblicità sui social network) sia meglio che prendere decisioni più nette per uno o per l’altro canale comunicativo.

Come se i dispositivi mobile e le applicazioni fossero ancora semplici gadget (simpatici, ad effetto e a buon mercato…) e non elementi sempre più centrali delle nostre vite (e nelle strategie commerciali di aziende che vogliono essere competitive).

Quando si pensa al concetto di “proximity” immediatamente la mente corre alla possibilità che i dispositivi mobile hanno di ricevere  messaggi ad hoc quando questi si trovano nelle vicinanze di un punto d’interesse.

 

Come discusso in un precedente post, si va – per esempio – dalla condivisione/fornitura di informazioni commerciali in-store (offerte, promozioni, adv, etc.) alla diffusione di contenuti digitali direttamente dove e quando servono (musei, mostre, luoghi turistici, momenti ludici e di entertaiment).

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Analogamente si immagina che questa interazione debba avvenire quando siamo fuori dalle mura domestiche, mentre siamo intenti a fare shopping, mentre seguiamo una partita allo stadio o siamo in un museo davanti a un’opera d’arte. Di solito avviene che noi – utenti smartphone – riceviamo tali segnalazioni quando entriamo in un “recinto virtuale” (geofence) ben definito. Un perimetro che, tuttavia, è stato progettato da altri (intorno al proprio negozio, supermercato o edificio) e che, quindi, si configura come un luogo non nostro, a noi estraneo.

Proviamo, quindi, a rovesciare i termini della questione. Immaginiamo che il “recinto” sia quello a noi più noto e privato, ovvero quello racchiuso dalle mura domestiche.

Senza dubbio, se si sfruttasse fino in fondo questo genere di tecnologia si farebbe un gran passo in avanti nella concreta diffusione di abitazioni sempre più automatizzate. Lo smartphone diverrebbe lo strumento principale (e più comodo) per controllare i dispositivi elettronici e le loro funzioni: termostati, contatori, luci e lampade, allarmi e sensori, elettrodomestici, aperture di porte e finestre.

Casa domotica e Internet of Things finalmente si troverebbero riuniti: gestione e controllo centralizzati e da remoto di “cose” che rispondono ai nostri comandi e riescono a dialogare fra di loro in maniera intelligente. Questi comandi, poi, potrebbero benissimo trovare in Siri – il personal assistant virtuale del sistema iOS – un forte alleato (come suggerisce Mike Elgan in un suo articolo per CultOfMac.com)  .

Ora non so se ci stiamo spingendo troppo in là. Senza dubbio la tecnologia iBeacon può essere utilizzata anche per compiti meno complessi e più legati all’invio di messaggi al proprio smartphone.

Allarmi, avvisi e informazioni potrebbero rientrare in un pacchetto più organico, come un’applicazione pensata per la gestione della nostra quotidianità. Grazie a messaggi geolocalizzati… potrebbero essere proprio le “cose” che ci circondano (e che condividono i nostri spazi domestici) a darci una mano nella vita di tutti i giorni, facendoci risparmiare tempo e aiutandoci a non dimenticare nulla.

La pirateria – e forse dico una cosa scontata – è un grosso problema anche per iOS.

Nel mondo del Jailbreak esistono AppStore fittizi dove è possibile scaricare gratuitamente copie di app che normalmente si trovano a pagamento.

Il tipo di utenza che usufruisce di questo servizio è divisibile in due macro-categorie:

a. persone che non compreranno mai la tua app

b. persone intenzionate all’acquisto, ma che desiderano provarla prima di investire i loro soldi nel tuo prodotto 

Riguardo al successivo pagamento da parte degli utenti tipo b. non bisogna farsi molte illusioni: sono davvero pochi coloro che regolarizzano la loro posizione andando sullo store virtuale di Apple.

Lo scenario è, dunque, tutt’altro che roseo. Un’ulteriore complicazione viene anche dalla natura stessa delle applicazioni. Questo genere di prodotti ha, infatti, una vita brevissima di utilizzo-medio, con il tangibile rischio che la ”prova” gratuita coincida perfettamente con il termine di utilizzo. Detto questo le app hanno anche costi rappresentativi del loro effettivo utilizzo. Apple, inoltre, non fornisce alcun periodo di trial sui prodotti distribuiti attraverso l’AppStore.

Come accade per altri settori, anche le tecniche per evitare la pirateria sulle app sono molto complesse, facilmente aggirabili e dall’elevata possibilità di creare un danno anche a chi l’applicazione l’ha regolarmente acquistata. Questo a causa di falsi positivi che possono essere causati anche per una semplice sostituzione del device. Non dimentichiamoci, poi, che Apple non vincola l’applicazione al dispositivo sul quale è stata scaricata, ma all’account dell’utente che l’ha acquistata.

Esistono soluzioni al problema? Una tecnica ottimale sarebbe quella di verificare se effettivamente l’utente ha effettuato l’acquisto, richiedendo una sorta di ricevuta digitale. Con iOS7 è stato introdotto un set di nuove API che consentono di ottenerla (anche se – a dire il vero – il sistema era comunque disponibile già con Lion). La classe è in oggetto SKReceiptRefreshRequest , interessante vero? Peccato che la verifica dello scontrino digitale sia ancora una procedura particolarmente complessa.

La ricevuta digitale sarebbe anche utilizzabile nel passaggio da applicazione a pagamento ad applicazione con modello freemium, in questo modo sarebbe possibile fornire a chi ha già pagato un set superiore di risorse.

La speranza è che venga rilasciata una qualche utility che renda l’analisi più snella (esiste già una lib su GitHub, che comunque richiede diverse conoscenze nell’ambito di certificati etc). O il danno economico diventerà sempre meno gestibile.

Ci siamo lasciati dall’ultimo evento di Apple con alcune previsioni sensate (articolo keynote Apple 10 settembre).

Successivamente ho espresso il mio disappunto (riflessioni sulla presentazione dei nuovi iPhone) di fronte al fatto che tutti i prodotti mostrati (ottimi prodotti) non avessero suscitato in me un particolare stupore o sorpresa anche a causa dei continui leaks da parte dei produttori cinesi.

Domani presteremo nuovamente la nostra attenzione all’evento organizzato da Cupertino, con il suo “We still have a lot to cover”. Dunque, cosa dobbiamo aspettarci dalla presentazione di Apple? Ci sarà una sorpresa?

Partiamo dal keynote precedente, quello del 10 settembre. Se la linea iPhone è stata rinnovata, sono, invece, mancati all’appello gli iPad. Per questi sono previsti aggiornamenti hardware e nel caso della versione “grande” è previsto un cambio abbastanza radicale dello chassis che lo renderà molto più simile al mini. Riguardo a quest’ultimo, è altamente probabile che la speranza di molti di veder integrato un display retina verrà frustrata.

Il nome dato all’evento ha un che di sibillino: “We still have a lot to cover”. Come è noto, “cover” in inglese significa anche custodia… Per associazione potremmo ipotizzare che si sia di fronte a una produzione multicolore come per l’iPhone C. In fondo – come è accaduto il 10 settembre – anche questa volta il manifesto di lancio dell’evento è supercolorato…

Tutto qui? Assolutamente no!

Apple dovrà stupirci ancora con lo splendido Mac Pro rivelandone – fra le altre cose – il costo e con la nuova release di OSX che dopo anni abbandona la famiglia dei felini per trasformarsi in Mavericks (come uno dei luoghi californiani più amati dai surfisti).

Sono, inoltre, previsti aggiornamenti hardware per i MacBook Pro con i nuovi processori Haswell di Intel (più potenti e dal minor consumo di batteria), per i MacMini e per Apple TV

Insomma, tutto procederà da piano o avremo qualche (bella) sorpresa?

Ma sopratutto: che il mio pendolino sia davvero migliore di quello del compianto Maurizio Mosca

Il momento del rilascio di un’applicazione non segna la conclusione di un progetto, semmai del primo step, della prima parte del lavoro. Un’affermazione sempre più vera, dato che l’attuale situazione di AppStore è radicalmente diversa da quella che si poteva osservare solo qualche tempo fa. Niente come l’espressione “qualcosa è cambiato” è più adatta per descrivere ciò che è successo.

app-marketing-cloud_in_touchPrima – nei tempi eroici – era come trovarsi in un territorio di frontiera, con spazi sterminati e popolato da pochi coraggiosi pionieri. La sensazione che, invece, si prova oggi è assimilabile a quella di un cittadino medio di una moderna megalopoli, magari con la densità abitativa di Tokyo: sentirsi un singolo elemento statistico che al massimo può ambire, almeno una volta nella vita, ai famosi 15 minuti di celibrità.

Fuor di metafora, oggi è sempre più complesso sia ottenere visibilità nell’AppStore per aumentare i download sia aumentare i download per salire in visibilità nelle classifiche dell’AppStore. In un precedente post abbiamo mostrato come per entrare nella top ten app italiana serva ormai una media di 11.000 download ogni 48 ore (e il nostro non è nemmeno fra i mercati più sviluppati).

L’occasione della pubblicazione del nostro progetto Fresh & Local, il conseguente utilizzo delle principali leve di marketing a nostra disposizione per promuoverlo e i dubbi sulla correttezza delle scelte operate, mi hanno fatto tornare in mente un report pubblicato nello scorso mese di marzo dalla Forrester, società di marketing americana.

Dall’indagine condotta su un campione di 58.000 individui è emerso il basso impatto che campagne one-way push hanno sui consumatori. In particolare, in cima a questa speciale classifica delle comunicazioni meno degne di fiducia si trovano i messaggi di direct marketing provenienti dalle aziende. L’invio di notifiche, sms e messaggi email non richiesti sono considerati alla stregua di spam. Subito dopo, raccoglie poca fiducia tutto quanto viene postato dalle medesime sui propri profili social.

Il grado di fiducia, invece, aumenta quando si tratta di ciò che viene scritto nei siti web delle aziende, dei risultati dei motori di ricerca, delle opinioni di altri utenti su questo o quel prodotto o servizio e delle recensioni di professionisti del settore apparse sui media, cartacei e digitali (magazine, blog e siti).

Tuttavia, se si deve concedere fiducia a qualcuno allora il consumatore continua a preferire l’opinione di chi gli sta intorno, siano essi familiari, amici e conoscenti.

Una classifica che vede Stati Uniti ed Europa viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, seppur con alcune variazioni percentuali (gli americani confidano molto più nelle review di professionisti rispetto ai “sospettosi” europei, con un 55% contro un 33%).

Dunque l’obiettivo è conquistare familiari, amici e conoscenti in maniera che questi influenzino gli orientamenti di acquisto dei rispettivi… familiari amici e conoscenti! Ma come è possibile spezzare questo circolo vizioso?

Gli analisti della Forrester propongono una soluzione antica: l’aggiunta di contenuti ad hoc che diano valore al marchio o al prodotto pubblicizzato, in modo da renderlo agli occhi del consumatore / utente un qualcosa: a) di meritevole di fiducia b) degno di nota c) inconfondibile e d) essenziale.

Un contenuto brandizzato che dev’essere facilmente accessibile e in grado di tenere in considerazione il contesto, il momento e la modalità di fruizione (da un dispositivo mobile, da pc, dalla televisione etc.). Un contenuto che possa essere condiviso e che abbia in sé ragionevoli motivi di interesse.

I contenuti – dai consigli per le neo mamme targate Johnson&Johnson fino agli eventi spettacolari sponsorizzati Red Bull – hanno lo scopo di coinvolgere il consumatore / utente, di farlo sentire parte più o meno attiva di qualcosa e non solo il semplice terminale di un messaggio (quest’ultimo spesso non diverso dall’imperativo “compra!”). Insomma, uscire da una logica prodotto-centrica per entrare in una dove si concede qualcosa in più al potenziale acquirente / utilizzatore (nel segno di “ti do qualcosa in cambio della tua attenzione al mio marchio”).

Tutto ciò può servire anche nel momento della promozione di una App mobile? In linea generale, sì. Promuovere cercando di incuriosire, colpire, concedere e offrire qualcosa prima che il possessore di smartphone entri nel negozio virtuale Apple e clicchi “installa” è una strategia che può dare buoni frutti.

Resta, tuttavia, un grosso dubbio che ci riporta al “qualcosa è cambiato” dell’inizio, ovvero: tutto ciò è sufficiente? Non esito a rispondere dicendo che un tempo lo sarebbe senz’altro stato. Una applicazione pregevole, mediamente originale e ricca di contenuti se promossa con criterio e un minimo di pianificazione scalava le classifiche.

Oggi, con le classifiche dominate dalle grandi major che producono giochi o da start up lautamente finanziate, serve un budget consistente per la promozione a volte pari o superiore a quello allocato per lo sviluppo.

 

Essere inseriti nella “vetrina” dell’AppStore, fra le applicazioni consigliate. Ecco uno dei principali sogni per coloro che – società o singoli sviluppatori – pubblicano sul negozio virtuale di Apple. Un negozio che stando anche agli ultimi dati di Distimo – società americana di ricerche di mercato – vanta ricavi quasi doppi rispetto al rivale Google Play Store (65% contro 35%).

Il sogno ha, tuttavia, concrete basi nella realtà. Infatti, rientrare tra le migliori App scelte da Apple, generalmente garantisce un’impennata dei download e, conseguentemente, il posizionamento nelle parti alte delle classifiche di categoria e di quella generale. Un risultato più o meno arduo da ottenere a seconda del Paese in cui si pubblica. Negli Stati Uniti per arrivare fra le prime migliori 10 applicazioni bisogna almeno mantenere una media di  80.000 download ogni 72 ore. In altri mercati, invece, occorrono sforzi più contenuti; in Italia ne bastano 11.000, in Germania 15.000 e in Francia 13.000.

Ma quali meccanismi consentono a un’App recentemente pubblicata a), di farsi notare e b), scalare le classifiche? Innanzitutto lo consente un mix ben calibrato di elementi “ovvi” quali l’ottima fattura, l’idea originale, un tema non eccessivamente sfruttato e l’ambizione di interessare un pubblico ampio. Ma per il resto? Si possono applicare sistemi standard di indicizzazione in grado spingere la propria App più in alto?

Fino ad oggi il meccanismo che porta su e giù le App non è stato ancora completamente svelato. Tuttavia, risale alla fine dello scorso mese di agosto, la notizia di una revisione dell’algoritmo che regola ascesa e discesa nelle classifiche dell’AppStore. Almeno secondo quanto afferma Fiksu, una società di mobile marketing, che ha notato alcune variazioni nella composizione dei ranking.

Da luglio, infatti, i cambiamenti nelle posizioni in classifica sono originati da logiche leggermente diverse da quelle ritenute valide nei mesi precedenti. Quindi a un fattore premiante come è sempre stato l’alto numero di download raggiunto in un breve lasso di tempo, si è ora aggiunto anche quello del giudizio degli utenti. Ora le review e il numero delle stelle lasciate in calce alla App dall’utente smettono di avere una semplice funzione accessoria o indicativa, ma diventano parte attiva nel determinare la sorte del prodotto in questione.

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Ugualmente, si è notato come l’aggiornamento delle classifiche abbia subito un rallentamento, passando dai soliti 15 minuti a lassi di tempo più ampi (all’inizio si era parlato di 3 ore, ma nelle settimane successive questa misura è tornata a variare, segno che Apple sta ancora facendo test e valutazioni). Aumentare i tempi di aggiornamento significa per Cupertino poter meglio gestire e arginare la manipolazione delle classifiche da parte di terzi e le eventuali anomalie nell’andamento dei download.

 

Le centinaia di migliaia di applicazioni oggi esistenti hanno dunque bisogno di classifiche articolate e il più possibile precise. La questione della visibilità dei prodotti software lanciati sull’AppStore rimanda al tema delle migliaia di applicazioni anonime che non saranno mai nemmeno vicine all’ingresso in una qualsiasi classifica. La notizia è uscita all’inizio del 2013, ma ha ancora una sua validità.

Secondo un report presentato dalla tedesca Adeven, società specializzata nell’analisi dei dati sul mercato mobile, sarebbero oltre 400.000 le “applicazioni fantasma” (o “zombie”, chiamatele come preferite) presenti sullo store. Osservando l’andamento dei download, i ricercatori avrebbero scoperto che quasi la metà dei software presenti nel negozio virtuale di Apple non viene mai o quasi mai scaricato. Si tratterebbe di App regolarmente pubblicate, ma che nessuno avrebbe mai utilizzato sui propri device e che ora giacciono dimenticate perché mai pubblicizzate, mal presentate (con keywords sbagliate), inutili o prive di qualità. Non sappiamo se il numero è reale o esagerato. Fossero anche la metà di quelle dichiarate nello studio non cambierebbe la sostanza del problema.

Soprattutto ora che siamo di fronte a un sistema di vendita davvero imponente e ormai consolidato (a 5 anni dal lancio) a livello planetario, con fatturati sempre più importanti, con una frequentazione di utenti in costante crescita e con concorrenti agguerriti (sarebbe interessante condurre uno studio analogo su Google Play Store). Un problema che chiama in causa tanto Apple, ma soprattutto le società di sviluppo e i loro clienti.

 

La soluzione? Meno tecnologica di quanto uno s’immagini: un approccio di qualità che ripaga sempre dell’investimento. Ciò significa realizzare App “ragionate”, in grado di “poter dire qualcosa” e “di durata”. Applicazioni che gli utenti scaricano e tengono nel proprio dispositivo.

IOS7 è uscito, lo sappiamo e molti di noi lo hanno già installato. Il nuovo sistema operativo rappresenta un cambiamento radicale rispetto al 6, un cambiamento necessario per svecchiare un prodotto che rischiava di essere visto come “datato”, specie se confrontato con quelli proposti da concorrenti che, con il trascorrere degli anni, hanno saputo produrre sistemi operativi molto accattivanti.

Non parlerò delle funzioni di iOS7, delle quali è stato detto già abbastanza. Voglio guardare “il dietro le quinte” e ripercorrere le trasformazioni che iOS7 ha subito negli ultimi mesi, dalla developer preview 1 fino al rilascio ufficiale odierno. Un’altra maniera per capire il modus operandi di Apple, fra tentativi, certezze e modifiche dell’ultima ora.

Per noi sviluppatori iOS7 rappresenta “un problema” anzi, due problemi. Il primo è il missmatch creativo che si è creato tra sistema operativo e applicazioni “vecchie” che per lo più utilizzavano lo scheumorfismo.

Il secondo sono le API e il nuovo modo di “vedere” le applicazioni.

La questione ha due risvolti, entrambi da considerare.

Senza dubbio per innovare, è necessario guardare avanti e, nel caso, prendere decisioni unilaterali, di forza, in maniera che tutti vi si adeguino senza negoziare. Lasciando troppa libertà si corre il rischio che ognuno continui sulla sua vecchia strada, implementando API vecchie. Una nota personale: è da tempo che mi riprometto di imparare bene il linguaggio “Ruby”, ma ad ogni rilascio di sistema operativo mi vedo costretto a ricominciare a studiare tutto daccapo.

Apple è decisamente coerente con quello che dice e fa; alcuni elementi dell’interfaccia grafica standard sono stati macellati da diversi sviluppatori (me compreso) per accontentare le richieste di clienti a cui non piaceva il pop up bluetto perché non in linea con i colori aziendali. Da Cupertino, infatti, non si smetteva di sconsigliare modifiche a tali componenti, avvertendo che release future avrebbero potuto generare cambiamenti, con il rischio di dare vita a comportamenti inaspettati con l’applicazione di questi hack… Insomma tutti ne erano consapevoli tanto ieri come oggi.

 

Tuttavia, se la filosofia che sta dietro a determinate scelte è comprensibile, le vie che propone per renderla operativa sono talvolta meno limpide.

Parliamo del minimalismo dell’interfaccia grafica di iOS7. È chiaro che questa scelta non è fine a sé stessa come su altri sistemi (una pura questione estetica, di gusto), ma propedeutica al contenuto e al contesto presentato, animazioni incluse.

Meno chiaro, invece, la maniera attraverso la quale trasformare il concetto in qualcosa di reale, attraverso la programmazione. Infatti, benché iOS7 preveda che tutte le app compilate debbano utilizzare come area lo schermo intero, ad oggi sembra non esistere un modo semplice per cambiare questa azione e renderla simile ad iOS6. Una scelta che ha fatto letteralmente impazzire un certo numero di sviluppatori. Capita che le “vecchie” applicazioni ricompilate vengano visualizzate con un layout diverso e con i contenuti che “scivolano” sotto la status bar. Un problema non da poco per chi come me sta lavorando per implementare animazioni di transizione diverse da quelle standard tra una sezione e un’altra senza usare gli strumenti forniti da Apple.

Non c’è dunque da stupirsi se il forum ufficiale della Mela morsicata è animato da discussioni visitate da migliaia di persone. In pratica, con questa scelta, si obbliga lo sviluppatore da una parte a “ridisegnare” gran parte del layout e dall’altra a tenere sempre presente la bicompatibilità con il vecchio sistema.

Gli stessi ingegneri Apple si sono dimostrati non esattamente all’altezza: le loro risposte ancora latitano e quando arrivano, non sono del tutto esaustive, soffermandosi su un solo modo di programmare , talvolta utilizzato da una percentuale minima dei programmatori. Intanto anch’io mi sono cimentato, proponendo una soluzione che riduca l’impatto sulle ore di lavoro e mantenga la retrocompatibilità con il 6. La speranza è che funzioni.

 

Il confronto con i programmatori ha portato Apple ha fare alcuni importanti correttivi. Dai primi giorni di settembre è possibile scaricare anche le versioni vecchie per quelle app che hanno interrotto la compatibilità con i precedenti sistemi operativi.

Nel nostro caso stiamo sviluppando un update per un nostro prodotto, iEtiquette che sarà compatibile solo con iOS7. Mentre per chi non avesse o potesse aggiornare sarà comunque possibile scaricare la versione precedente. Questa è una scelta di importanza enorme perché favorisce sia sviluppatori che utenti.

Il cambiamento, come dicevo all’inizio di questo post è radicale. Sicuramente qualcuno si lamenterà. Negli ultimi giorni ho letto di diverse polemiche riguardo ad aggiornamenti  di applicazioni a pagamento che – con il pretesto del passaggio al sistema 7 – dovranno essere pagate di nuovo dagli utenti che le avevano a suo tempo scaricate. Un caso eclatante – notizia di oggi – riguarda il task manager CLEAR che nella nuova versione iOS7 compatibile richiede ben 3 euro.

L’effort per rendere una app compatibile con iOS7 è molto elevato e per applicazioni complicate (CLEAR non è tra queste) è abbastanza normale che gli sviluppatori richiedano un pagamento. Il problema è che non è possibile fissare un prezzo di update, o gratis o tutto. D’altra parte ritengo che sia normale che un’applicazione supporti gratuitamente un solo sistema operativo. È una situazione che nel mondo desktop viviamo tutti i giorni (è probabile che qualcuno se ne approfitti, avvelenando il mercato).

 

Altre sorprese passate in sordina sono la possibilità di scaricare app in 3G fino a 100MB (prima il limite era di 50MB) e che un’applicazione per iPhone su iPad userà le risorse per retina display e verrà visualizzata a quasi tutto schermo, con un miglioramento sull’usabilità davvero notevole.

 

Le presentazioni delle novità di casa Apple sono sempre fonte di attesa (grazie anche all’abilità con cui da Cupertino preparano questi appuntamenti). Ma anche di pareri discordanti. Alcuni rimangono soddisfatti, mentre altri si dicono delusi perché si aspettavano qualcosa di più.

La spaccatura fra opposte opinioni si è presentata anche all’interno del microcosmo di Cloud In Touch dopo la presentazione delle novità mobile, il 10 settembre scorso… Ma chi ha ragione? I soddisfatti o i delusi? Ecco le nostre ragioni.

 

Soddisfazione. Prodotti tecnologicamente innovativi e apertura di un nuovo corso

Partiamo da una sensazione: i media si sono concentrati molto sui prodotti e molto meno sulla domanda: “cosa sarebbe successo se ci fosse ancora Steve Jobs?”. Il segnale che si è tornati a concentrarsi sul lavoro e sulle idee dell’azienda di Cupertino. Soddisfatto, dunque? Sì, almeno per tre ragioni.

1) Dopo qualche esitazione, Apple ha deciso di agire. La concorrenza si è fatta agguerrita sia nella produzione di smartphone (Samsung, in primis ma in futuro anche Motorola/Google) sia per diffusione dei sistemi operativi (il vasto mondo Android, ma anche il probabile terzo incomodo Windows mobile). Bisognava mostrare coraggio, uscire dall’elitarismo snobistico tipico degli anni Ottanta e Novanta. Allora funzionava, allora ci si poteva permettere di “pensare in modo differente”. Allora era possibile rimanere fuori dai giochi e non “sporcarsi” nella lotta quotidiana, senza scendere a compromessi per aumentare i volumi di vendita, ma concentrandosi solo sulla qualità. Oggi sarebbe una follia. Oggi Apple deve tenere insieme elementi spesso contrastanti: un posizionamento alto (il marchio della Mela morsicata è uno dei più importanti al mondo), prodotti di qualità, una diffusione di massa e dividendi da distribuire agli azionisti. Mi pare che il management di Cupertino ci stia provando seriamente.

2) Perché ha presentato prodotti di qualità. Qualcuno obietterà: “Ok, ma non s’è visto nulla di nuovo, dato che l’iPhone 5 già c’era”. Un’obiezione vera solo in parte. Un conto è affermare che i rumors di questi ultimi mesi avevano svelato già quanto bolliva in pentola (semmai si potrebbe rimproverare ad Apple una scarsa vigilanza) e che dunque le novità erano già state tutte “bruciate”. Un altro è dire che i prodotti presentati non portano con sé importanti innovazioni. Ma i due piani non si possono confondere. Ugualmente non si può pretendere l’invenzione rivoluzionaria ogni 12 mesi. E nonostante ciò il 5 S è un telefono totalmente rinnovato, un computer tascabile di gran classe. Il lettore d’impronte digitali su un dispositivo consumer è un grande passo, da non sottovalutare per le molteplici implicazioni future. Il 5 C, quello che tutto il mondo ha chiamato “low cost” (pur non essendolo) è invece un’abile operazione di marketing. È colorato, agile, giovane, allegro, simpaticamente “plasticoso” (ma di una plastica di livello, però). Un prodotto alla moda, disimpegnato o meglio, che maschera il suo impegno di dispositivo altamente tecnologico dietro un aspetto da giocattolo. Una previsione: venderà moltissimo. Non parliamo poi del rinnovamento del design, minimal, flat, a zero effetti e del muovo sistema operativo iOS 7.

3) Torno all’inizio. Ovvero al superamento di Steve Jobs. Non è mai facile per un gruppo resistere e proseguire con la stessa forza e incisività quando viene meno il fondatore, specialmente se costui è un personaggio carismatico, trascinatore, visionario. Lo sanno bene i movimenti religiosi, i regni, le comunità che vivono momenti di smarrimento e di divisione dopo la scomparsa del loro padre fondatore. Ovviamente si è un po’ orfani delle kermesse di Jobs, dei suoi “One more thing”, della sua capacità di incantare. Il rischio dei capi Apple nell’era post Jobs era scimmiottare quello che non c’è più. Mi pare che non l’abbiano fatto, a costo di avere una presentazione emotivamente meno coinvolgente.

Alessandro Seregni

Delusione. “Dilusione di diludendo”

Sono rimasto molto deluso dal keynote di Apple e non per i prodotti mostrati, ma perché si sapeva già tutto e da diverso tempo.

Ad Apple conviene dare un giro di vite a questi produttori cinesi che continuano a divulgare informazioni riservate sui loro prodotti oppure nei prossimi anni i Keynote li faranno loro e diversi mesi prima di quello ufficiale. Pensate a come sarebbe stato l’evento senza aver visto le immagini dell’iPhone 5C… semplicemente bellissimo! Con un modello nuovo di iPhone e un nuovo target di prezzo.

La realtà è stata, invece, diversa. È stato presentato un nuovo telefono sul quale, tuttavia, le persone avevano già potuto – da parecchio tempo – maturare ed esprimere le proprie opinioni. Per non parlare dell’errata percezione che – in questi mesi – è derivata immaginando a un modello “plasticoso” a basso prezzo! Ma forse, fra tutte le aspettative, la vendita di un modello “low cost” è forse quella che ha deluso di più. Personalmente mi ero già espresso in merito. Avevo mostrando tutto il mio scetticismo sulla possibile commercializzazione di un prodotto “low cost”, prevedendo un prezzo variabile, tra i 499 e i 549 dollari (l’ultimo è il prezzo di vendita ufficiale). Tuttavia, molti ne erano convinti, immaginando il 5C come un modello più accessibile.

Riguardo ai telefoni presentati non ho nulla da dire. Ormai la Apple ci abitua con una mid-release a cavallo dei due anni di cambiamento più radicale. Il 5S è veramente una bomba come caratteristiche hardware: la camera è splendida e velocissima, la GPU eccezionale con supporto a OpenGL ES 3.0. Qualche perplessità sul passaggio a 64bit; sicuramente è il vero passo in avanti ma gli utenti di medio livello difficilmente se ne accorgeranno. Analogo discorso per il lettore di impronte digitali. Sembra che Apple stia facendo una distinzione tra prodotti destinati a una fascia PRO e prodotti pensati per una fascia consumer normale, composta da utenti meno esigenti che cercano un bel telefono ad un buon prezzo.

Torniamo al prezzo di vendita. Il 5C in Italia, aggiunte tasse e sovrapprezzi (di cui non si capisce mai l’origine) costerà 629 euro. Ricordo che i nostri vicini francesi lo pagano già 599 euro, una cifra che non sembra esattamente concorrenziale. Un po’ diversa la situazione se si guarda oltreoceano, negli Stati Uniti. Il 5C costa 549 dollari (cioè circa 413 euro), mentre un Galaxy S4 (che sicuramente ha un hardware più potente, ma meno appeal) costa 620 dollari (cioè 466 euro, anche se in Italia viene venduto a circa 590): ecco allora dove il 5C può davvero diventare concorrenziale a Samsung.

Andrea Alessandro Finollo

Ieri sera sono state presentate ufficialmente le novità di Apple.

iphone-5s-5c_cloud_in_touch La curiosità era sicuramente per il 5C, modello che secondo i rumors dei mesi scorsi sarebbe diventato l’iPhone “low cost”. Oggi riviste, giornali e blog non risparmiano sulle “virgolette” quando parlano del basso costo del nuovo 5C. Infatti, l’azienda di Cupertino non ha smentito sé stessa e né la propria natura. Va bene competere sul mercato e uscire dall’isolamento dorato degli anni Ottanta e Novanta, ma con i modi che le sono propri, ovvero qualità e innovazione. Costerà 599 euro. Il nuovo telefono è in 5 colori, ha una scocca in policarbonato a prova di graffio e appare decisamente accattivante. Arriverà sui mercati di Francia, Germania e UK entro il 20 settembre. Noi italiani, invece, dovremo pazientare ancora qualche mese (si dice fino a dicembre).

Molto interessanti anche le novità che riguardano il prodotto top, l’iPhone 5S. Al di là della possibilità di scegliere fra diversi colori (molto luxury come oro, argento e grigio), a colpire sono le innovazioni tecnologiche introdotte. Tra le quali:

 

  • Touch ID, il lettore di impronte digitali, in grado di riconoscere il suo “padrone”, accelerando e rendendo più sicure alcune operazioni
  • una fotocamera rinnovata
  • un processore a 64bit

Tutto ciò all’interno del nuovo sistema operativo iOS7, disponibile gratuitamente dal 18 settembre (per iPhone, dal 4 in su; per iPad, dal 2 in su e per iPod Touch 5th gen).

Per saperne di più su quanto presentato alla conferenza di ieri, segnaliamo gli articoli pubblicati da:

TheVerge.com

TechCrunch.com

CorrieredellaSera.it

LaRepubblica.it

 

 

Apple è ancora in grado di stupire o ha perso la sua capacità di inventare il futuro?

Apple back to the futureÈ la classica domanda che porta a discussioni tanto oziose quanto piacevoli. Quelle che ci fanno rimanere alzati fino a tardi in compagnia di un paio di amici, magari seduti all’aperto con una birra in mano o in un caffè. Ognuno avrà la propria idea, ognuno sosterrà la propria tesi, evidenziando a turno i momenti nei quali Apple ha fallito e nei quali ha avuto successo, dove si è limitata a svolgere  un buon lavoro e dove invece ha fatto emergere il genio creativo.

Ognuno troverà spiegazioni all’alternanza di successi, invenzioni rivoluzionarie e passaggi a vuoto. La presenza o l’assenza di Steve Jobs, la maturità o l’immaturità del mercato, l’impossibilità di stupire ogni volta etc. Addirittura qualcuno potrebbe arrivare a scorgere una ripetizione, una ciclicità, nella capacità di Apple di tirar fuori dal cilindro – ogni tot anni – un prodotto in grado di scompaginare ciò che già esiste, disegnando nuovi scenari. Ecco allora che si possono citare le pietre miliari: il Mac nel 1984, l’Ipod nel 2001, la presentazione dell’iphone nel 2007 e il lancio dell’AppStore l’anno successivo, nel 2008.

In attesa delle (imminenti) novità di iOS7 è, dunque, bello soffermarsi a osservare le cose in prospettiva, divertirsi a fare bilanci. Un po’ come fa Rene Ritchie in un articolo per iMore.com

(In un’altra serata, magari, si parlerà della filmografia di Brian De Palma, di quanto i primi romanzi di King fossero diversi e migliori degli ultimi, della triste parabola dell’hard rock o chi è più divertente  tra I Simpson e I Griffin).