Nella post-PC era, l’App Economy  è diventato un settore in forte espansione (anche qui da noi, in Europa).

Si parla spesso di crescita del mondo mobile e, in particolare, del boom nella diffusione delle applicazioni. I dati sulla crescita dei due principali negozi virtuali di Apple e Google lo dimostrano: alti profitti e almeno un milione di applicazioni presenti su ciascuno di essi. E tutto ciò in poco tempo, considerando che AppStore è nato solo cinque anni fa.

Ma quanto impatta il mercato delle applicazioni mobile sull’economia reale, oltre ai guadagni dei grandi gruppi? Quanti posti di lavoro sono stati direttamente o indirettamente creati con la crescita di questo settore? Scopriamo cosa si nasconde dietro alle tante icone (più o meno flat) che ormai riempiono i display dei nostri dispositivi e che hanno reso “smart” i nostri telefoni (e i nostri tablet). L’indagine realizzata da Vision Mobile è particolarmente interessante in quanto focalizzata sui 28 Paesi dell’Unione europea (per una volta, dunque, senza i numeri dell’ipermonitorato mercato nordamericano).

Partiamo dagli utenti e da come è cambiato il consumo di ICT negli ultimi anni. A oggi, si calcola che circa il 50% degli europei ha nelle tasche o in borsetta uno smartphone. La stessa percentuale si riferisce a coloro che accedono a internet passando per i dispositivi mobile. La domanda, poi, non accenna a diminuire, con tassi di crescita superiori al 10% annui.

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Ma cosa incide su questa crescita che non accenna a diminuire? Concorrono a creare il cosiddetto “circolo virtuoso” della App Economy elementi quali dispositivi sempre più sofisticati, una connessione sempre attiva e App ogni giorno più interessanti e ben strutturate. Tuttavia a fare da veri catalizzatori del mercato sono i negozi virtuali App Store e Google Play Store.

Grazie ad essi, da una parte i consumatori trovano un luogo sicuro (per effettuare gli acquisti) e di facile accesso dove poter cercare e trovare applicazioni; dall’altra gli sviluppatori hanno a disposizione canali distributivi a basso costo, dove diffondere i propri prodotti su scala globale in maniera da raggiungere tutti i potenziali clienti.

Senza dubbio il mercato europeo è ancora acerbo rispetto a quello degli Stati Uniti. Come affermano gli autori dell studio: “Mobile and apps today are at a stage of development that is analogous to the internet pre-broadband”. Tuttavia i macrodati per il 2013 vanno in un’unica direzione, mostrando un settore in grande espansione.

Da un punto di vista economico, si calcola che nel 2013, il fatturato del settore delle applicazioni mobile (sviluppo e servizi) raggiungerà i 51 miliardi di euro. E ciò riguarda applicazioni in vendita negli store, contratti firmati con privati per lo sviluppo di prodotti digitali, per la fornitura di servizi e la vendita attraverso e-commerce.

Da un punto di vista dell’occupazione, i numeri mostrano una situazione in controtendenza rispetto alla crisi occupazionale che colpisce in molte parti dell’Unione. Sarebbero 794.000 mila i posti di lavoro creati intorno al settore delle applicazioni mobile. Di questi 529.000 mila direttamente legati alla App Economy; la maggioranza (62%) è composta da sviluppatori, seguita dai diversi livelli di management (30%).

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I Paesi dell’Unione europea poi, contribuiscono per il 22% alla produzione globale di applicazioni e relativi servizi. Si tratta della seconda posizione a livello mondiale dopo il Nord America (42%), davanti ai Paesi asiatici (18%).

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La crescita è quantificabile in 10 miliardi di euro per anno, con le proiezioni al 2016 che indicano un incremento fino a toccare i 15 miliardi di euro.

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Ovviamente, come avviene in altri settori, ci sono differenze tra regioni (resta significativo il divario tra Europa Occidentale e Orientale) e Stati (con la Gran Bretagna che, per fatturato e penetrazione di smartphone, si avvicina più ai dati d’oltreoceano. Risultati consistenti, comunque, anche per Francia e Germania).

Cosa potrebbe dare ulteriore carburante al settore? Sicuramente politiche a livello di Paese e di Unione europea che facilitino e promuovano l’accesso a internet, rendendone la penetrazione ancora più trasversale sia nei diversi Stati che nella società (per esempio con una migliore ripartizione fra le differenti fasce di età).

Probabilmente la maggioranza di noi pensava che il sorpasso numerico – oltre che tecnologico – fosse già avvenuto da tempo. Invece, è da questo secondo trimestre (Q2) che gli “intelligenti” smartphone hanno sorpassato per unità vendute nel mondo gli “ottusi” dumbphone, così come sono chiamati i vecchi cellulari. Quelli che solo qualche anno fa ci vantavamo di possedere, per i quali sborsavamo cifre assurde e che ora rinneghiamo quasi di conoscere.

Oltre al sorpasso degli smartphone, i dati forniti dalla società di analisi Gartner confermano la maggiore diffusione del sistema operativo Android (79%) favorito anche dalla presenza di tanti modelli, di prezzi più contenuti rispetto agli iPhone e a marche spesso forti in mercati quali Asia, Est Europa e America Latina (in Cina si sono venduti, per esempio, 10 milioni di telefoni targati Lenovo nel Q2). Al secondo posto si conferma iOS-iPhone con il 18%, mentre gli altri sistemi operativi si spartiscono la restante – piccola – fetta di torta di mercato.

Le aree dove è maggiormente cresciuta la diffusione di smartphone tra la popolazione sono: Asia-Pacifico, Europa dell’Est e America Latina, con un aumento rispettivamente del 74,1%, 31,6% e 55,7% rispetto allo stesso periodo del 2012.

A questo punto cosa farà Apple? Lancerà davvero il suo iPhoneC low-cost?

Per maggiori dettagli si veda l’articolo di Natasha Lomas per TechCrunch.com

 

Smartphones Finally Overtook Dumbphone Sales Globally In Q2, Android Now At 79%, Says Gartner

Analyst Gartner has put out its latest smartphone market report, and the Q2 2013 numbers show the inevitable finally occurred: smartphone sales exceeded feature phone sales for the first time. Android has been strangling the life out of dumbphones for years, but it looks like the market tipping point is being reached.

In Q2, Gartner says  worldwide smartphones sales rose 46.5% from the year earlier quarter to hit 225 million units shipped, while sales of feature phones declined 21% year-on-year to 210 million units. Smartphone shipments grew most in Asia Pacific, Latin American and Eastern Europe, with growth rates of 74.1%, 55.7% and 31.6% respectively, but the analyst said sales grew in all regions. IDC‘s recent market figures put Android on approaching 80% worldwide marketshare for Q2. Google’s mobile OS is clearly expanding its share by picking up former feature phone users.

The rising tide of global smartphone ownership is raising all boats, but Samsung continues to dominate the smartphone landscape. Gartner said Samsung grew its share to approaching a third (31.7%), up 29.7% on Q2 2012. Apple also grew shipments of its iPhone but its marketshare declined — highlighting the case for Cupertino to make a low cost iPhone to capture growth at the budget end of the market. Apple took a 14.2% share in Q2, 2013, vs 18.8% in the year ago quarter. It still shipped 10.2% more iPhones vs Q2 2012 but is being outpaced by higher smartphone market growth rates.

After Samsung and Apple, it’s a tale of all Asian smartphone makers battling for third place: LG grabbed third place in Q2 (with a 5.1% share); followed by Lenovo (4.7%) whose Lephone has been a popular seller in China; and ZTE (4.3%).

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Gartner said Apple saw a significant drop in the average selling price (ASP) of its devices in Q2, with its ASP declining to the lowest figure registered by Apple since the iPhone’s launch in 2007. This is down to strong sales of the iPhone 4 — again underlining the case (from a volume perspective) for Apple to launch a cheaper iPhone. However doing so would clearly accelerate that decrease in its ASP, even if market growth is now being powered by budget devices — providing the impetus for Apple to expand the iPhone to cheaper price-points still.

“While Apple’s [declining] ASP demonstrates the need for a new flagship model, it is risky for Apple to introduce a new lower-priced model too,” commented Gartner analyst Anshul Gupta in a statement. ”Although the possible new lower-priced device may be priced similarly to the iPhone 4 at $300 to $400, the potential for cannibalisation will be much greater than what is seen today with the iPhone 4. Despite being seen as the less expensive sibling of the flagship product, it would represent a new device with the hype of the marketing associated with it.”

Also noteworthy in Q2, Microsoft’s Windows Phone platform pushed past BlackBerry’s OS for the first time to take third place. When Windows Phone launched, back in 2010, Steve Ballmer and Nokia’s CEO Stephen Elop talked of their ambition to create a third ecosystem in the smartphone space. They’re still trying to stock the fires of an ecosystem but are at least in third place from a sales perspective.

Windows Phone took a 3.3% global market share in Q2 vs just 2.7% for the struggling BlackBerry OS. Gupta, noted: “While Microsoft has managed to increase share and volume in the quarter, Microsoft should continue to focus on growing interest from app developers to help grow its appeal among users.”

Taken together, Android and iOS took a 93.2% global marketshare in the quarter — underlining why developers opt to support these two platform first and foremost, and generally require incentives to expend effort elsewhere. Android’s global marketshare in Q2 was a staggering 79% according to Gartner, up from 64.2% in the year ago quarter — buoyed by feature phone switchers.

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The drop off in feature phone sales is bad news for Nokia, which still leans heavily on its feature phone business (being as its smartphone business is tied to the Windows Phone underdog). Nokia shipped just 61 million feature phones in Q2, down from 83 million in the year ago quarter. But the Finnish mobile maker is at least seeing some decent growth in smartphones, thanks to having a broader portfolio of devices to offer at different price points. Nokia’s Windows Phone-powered Lumia sales grew 112.7% in Q2 2013, according to Gartner.

 

 

 

Idee come quelle di Spotify mi rendono felice. “Tutta la musica che vuoi a portata di un clic”: la voce suadente che intervalla le mie scelte musicali ha perfettamente ragione. Sono certo che se avessi avuto Spotify al tempo del liceo, quando ero adolescente e di musica letteralmente vivevo, beh… probabilmente non mi sarei mai diplomato!

Spotify (e come lui altri tentativi precedenti) ha costretto le case discografiche e gli artisti a uscire dalla trincea in cui si erano rifugiati, smettere di vedere pericoli e pirateria un po’ dappertutto e capire che il modo di fruire le canzoni è cambiato per sempre… Sembra infatti che si siano accorti che Spotify non è l’ennesimo nemico, ma un’opportunità. Lo dimostrano gli oltre 500 milioni di dollari sotto forma di royalties che la compagnia di musica in streaming ha pagato dal 2006 a oggi.

Per saperne di più: l’articolo di Nathan Olivares-Giles per TheVerge.com

Spotify’s losses grow despite revenue doubling in 2012

A major question looms over Spotify and its streaming music competition: can anyone grow into a profitable business? For Spotify, the answer is not yet. In 2012, Spotify’s revenue doubled, but it also failed to turn a profit as its losses grew due to increased licensing fees, The Wall Street Journal said in a report. The problem here is that all Spotify does is stream music. And in order to do that, it has to pay record labels and musicians licensing fees so it’ll have something to stream. For now, the fees are growingalong with everything else and profit remains out of reach.

In 2011, when the music service made its US debut after years of popularity in Europe, Spotify brought in about $252 million in revenue, according to the Journal. In 2012, revenue jumped to $576.5 million, the report said. Losses meanwhile have grown from $60 million in 2011 to $77 million in 2012, largely due to increased licensing fees, the Journal said. Spotify reported these numbers in regulatory filings submitted to the Luxembourg company registry. While the company hasn’t broken out how much it specifically spent on licensing fees last year, the Journal noted that Spotify has paid more than $500 million in royalties since launching the service back in 2006.

The company has previously said that about 70 percent of its revenue — which comes from ad sales and paying subscribers — goes toward paying licensing fees. As of July, Spotify has about 6 million paid subscribers, 1 million of whom have signed up since December. But there are another 18 million Spotify users who don’t pay, opting instead to listen to up to 10 hours of free music filled with radio-style ads each month.

Clearly, Spotify needs to grow its paying customer base if it’s going to turn into a viable business. It’s also hoping that expansions into Mexico, Hong Kong, Malaysia, Singapore, and other new markets will help push the company into profitability. The company is alsonegotiating with record labels for price breaks on the licensing fees that are eating into its revenue. Spotify’s issues, of course, aren’t unique. Pandora and Rdio face similar hurdles as royalties industry-wide have hit the $1 billion mark. One sign of hope for the likes of Spotify is the fact that streaming music has caught on so much that it’s bitten into music downloads. But this has also pushed Google and Apple into the streaming music ranks, giving Spotify even more competition in an already crowded space.