Dopo aver parlato di mamme e del legame tra e-commerce e mobile, ci occupiamo ancora dell’universo femminile, ma allargando il campo alle donne in generale (vedi post precedente).

Partiamo dal punto di osservazione statunitense. Secondo un’inchiesta di MediaPost, è già da diversi anni – dall’inizio dei Duemila – che le donne superano gli uomini nell’utilizzo di internet. Non solo. Il 60% delle spese on-line è riconducibile ad appartenenti al “gentil sesso”.

donne_smartphone_Cloud_In_TouchUna percentuale in continuo aumento grazie alla progressiva diffusione di dispositivi mobile. Con smartphone e tablet le donne americane fanno acquisti on-line, superando gli uomini di ben 15 punti percentuali (50% contro 35%). Prima di comprare però, impiegano tempo per svolgere ricerche di prodotto, per trovare offerte commerciali di loro interesse. Anche in questo caso il rapporto con gli uomini le vede primeggiare. Tavolette e telefoni intelligenti sono percepiti sempre più come oggetti indispensabili: il 58% delle intervistate sarebbe disposto a rinunciare alla TV piuttosto che a un dispositivo mobile (solo l’11% farebbe lo stesso con il proprio laptop).

E da noi in Europa, cosa accade? Secondo un sondaggio promosso da eBay e il portale AlFemminile e realizzato questa primavera tra donne del Vecchio Continente, è emerso che il 73% del campione possiede uno smartphone, mentre l’11% afferma di averne due. Le percentuali di possesso di tablet sono un po’ più basse. In ogni caso il 35% dichiara di averne uno; 1 “tavoletta” su 5 è, poi, a marchio Apple.

Non solo le europee fanno del loro dispositivo mobile un uso quotidiano (87%), ma la quasi totalità di esse (97%) ammette di usarlo ovunque e in qualsiasi occasione. Il 15% del campione cambia dispositivo ogni anno, ritenendo fondamentale possedere sempre l’ultimo modello. Un altro 37% dice di sostituirlo ogni 18 mesi circa, mentre il 47% afferma di cambiare telefono solo nel caso in cui si rompa o vada perso.

Per quanto riguarda la navigazione in internet e, in particolare, la ricerca di offerte commerciali e il conseguente acquisto di prodotti, la maggior parte delle intervistate dice di preferire l’uso di tablet (58%). In merito alla frequenza d’acquisto tramite mobile, il 63% acquista ogni tre mesi circa, il 18% una volta al mese, l’8% una volta alla settimana o ogni due settimane, il 3% una volta al giorno. 
Le scelte? In genere si tratta di prodotti o servizi legati all’ambito domestico, alla cura di sé e al tempo libero come oggetti per la casa, articoli di elettronica, libri e vestiti.

Secondo le intervistate, comprare on-line – attraverso dispositivi mobile –  è un’operazione che porta dei vantaggi. Il 22% apprezza la possibilità di confrontare i prezzi e i prodotti, il 21% di sfruttare promozioni e offerte ad hoc e il 20% la consegna a domicilio (20%). Le italiane sono attente alle promozioni visto che il 31% dichiara di guardare come prima cosa durante lo shopping on-line le offerte, contro una media europea del 21%. Tra i prodotti preferiti dalle italiane ci sono le apparecchiature elettroniche (33% contro il 24% della media europea).

Le  modalità di ricerca preferite sono la visita diretta al sito del marchio ricercato o l’utilizzo di un’apposita applicazione. I motori di ricerca vengono dopo.

Come fare, dunque, ad intercettare l’attenzione di questo target dall’alto valore commerciale? La tecnologia mobile può dare una grossa mano con offerte personalizzate e coupon da spendere sia negli acquisti on-line sia in negozio. Magari servirsi di tecniche di proximity marketing per fare offerte mirate direttamente in-store.

Il cosiddetto “mCommerce”, ovvero le vendite on-line che hanno come protagoniste le mamme, è sempre più caratterizzato dall’uso di dispositivi mobile, in particolare smartphone.

 

Guardando al mercato statunitense, si scopre che la percentuale di madri dotate di smartphone è passata dal 59% del 2011 all’87% di quest’anno. Il 46% di esse arriva addirittura a definirsi “smartphone addicted”. Sembra, poi, che le utenti mamme siano anche più attive on-line rispetto alle donne in generale (90 contro 76%).

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L’importanza della notizia risiede nella centralità del ruolo delle madri d’Oltreoceano (ma il ragionamento è valido anche per le nostre) come veri decisori delle spese in ambito domestico. Nell’85% dei casi, sono proprio le donne a incidere in maniera definitiva sulle scelte d’acquisto (da TheNextWeb).

 

E i dispositivi mobile servono anche per trovare e visionare offerte commerciali. Negli Stati Uniti oltre il 65% degli utilizzatori di smartphone (il 60% in Italia) si serve del proprio telefono per visitare attività commerciali. Visite che nel 38% dei casi (30% qui da noi) si tramutano in acquisti. E la categoria delle “mamme” non è da meno. Tralasciando le attività più strettamente connesse alla funzione di “telefono mobile” (invio sms, controllo email, chiamate), si nota che il 67% di esse si serve dello smartphone per leggere news, il 63% per fare shopping, il 60% per gestire il proprio conto corrente, il 52% per guardare applicazioni dedicate ai loro bambini e il 27% per leggere blog (da eMarketer).

 

Non che prima dell’avvento degli smartphone “l’universo mamma” non fosse un terreno di caccia per i maghi del marketing. Tutti sanno che le genitrici sono sempre alla ricerca di prodotti e offerte (nessuno al mondo ha bisogno un ricambio di oggetti quanto i bambini in crescita!) e che sono disposte a spendere qualcosa di più pur di avere il meglio per la propria prole.

Lo smartphone, dunque, facilita e aumenta le possibilità di acquisto. Un sito web ottimizzato per il mobile è indispensabile per aumentare i momenti di visibilità. In ogni caso, però,  le potenzialità dei “telefoni intelligenti” vanno ben oltre l’essere solo un più comodo strumento  per navigare su un sito web (perché mi sta in tasca al contrario di un PC…).

 

L’obiettivo è un altro e più ambizioso: dare soluzioni che sfruttino appieno le potenzialità di questi dispositivi. Come un’applicazione pensata ad hoc può fare.

Un’idea fra tante. Riservare coupon digitali con offerte e sconti ai soli utilizzatori di smartphone potrebbe essere un buon inizio. Il coupon digitale, salvato sulla memoria del proprio telefono, diviene – per esempio – una leva in più nelle mani dell’ufficio marketing per portare i clienti al punto vendita. Magari per fargli fare un check-in nel proprio store, con il successivo share sui social network.

Ma non solo. Potrebbe essere un mezzo per creare fedeltà: coloro che entreranno a far parte della comunità mobile si sentiranno parte di qualcosa di esclusivo, a loro solo riservato. Nel migliore dei casi, se si troveranno bene, potrebbero addirittura decidere di ricevere future comunicazioni commerciali, lasciando i loro dati personali.

Un sogno?

 

Le App? Nella stragrande maggioranza dei casi le troviamo gratuite al download. Ma siamo sicuri che sia la strategia giusta?

Spesso ho scritto di quanto il micromondo di AppStore (o macromondo, considerando l’ampiezza dell’offerta) sia mutato rispetto alle origini. Oltre alla dimensioni, ciò che è davvero cambiato è la maniera di fare business al suo interno. All’inizio le cose erano semplici, limpide: “io società di sviluppo espongo la mia merce, tu utente paghi un prezzo per averla”; oppure: “caro utente, ti dono gratuitamente ciò che ho realizzato”. Insomma, costo al download o scaricamento for free.

 

Un tempo con questo semplice e antico meccanismo (“ogni prodotto ha il suo prezzo”) era possibile guadagnare. In alcuni casi, anche cifre  consistenti. Si trattava, appunto, di “un tempo”. In un precedente post ho paragonato quel periodo a quello dei pionieri che si spingono nei territori  di “frontiera”. Sperimentando e scoprendo man mano nuove soluzioni i primi “coloni” dell’AppStore scommettevano sulla creatura di Cupertino. Si era ancora nel periodo in cui avere un’idea buona era sufficiente per sfondare, in cui l’intuizione poteva fare la differenza….

Sono conscio di esagerare, romanzando il passato. Se lo faccio, tuttavia, è proprio per rimarcare le differenze con l’oggi. Attualmente, i dominatori del negozio di Apple non sono né i geniali sviluppatori nerd né i loro soci brillanti comunicatori. Ora sono le major, le grandi case di software che non solo hanno le abilità e i mezzi per confezionare prodotti (quasi sempre videogame) di altissima qualità ma che hanno anche la forza di metterli a disposizione in forma… gratuita! (almeno come download).

 

Lo spunto per questo post viene da una ricerca di Flurry (ripresa da un articolo del solito Techrunch) sulla scomparsa o quasi delle applicazioni a pagamento. Nel 2010 le applicazioni “free” rappresentavano l’80% del totale. Nel 2012 la percentuale si è alzata di 4 punti. Nel 2013 è arrivata a quota 90%.

Soprattutto è interessante notare che anche per la sparuta minoranza del 10% che ancora crede nella formula a pagamento, più della metà (6%) appartiene alla prima fascia di prezzo, quella dei 0,99 $. Le previsioni, comunque ci dicono che la percentuale di applicazioni gratuite salirà fino al 93% nel giro dei prossimi 12 mesi.  Sembra quasi che – in un mondo orientato verso il “free” –  chi opta per una soluzione a pagamento lo faccia con estrema cautela, sottovoce, in maniera dimessa (scegliendo un’opzione di basso profilo come il primo prezzo).

Ugualmente indicativo è il dato (si veda grafico 2) che mostra come molti sviluppatori, prima di arrivare alla distribuzione “gratuita” abbiano provato in fase di test soluzioni a pagamento. Tra le tipologie che più rimangono legate al sistema “paid” troviamo le applicazioni di “produttività”, di “business”, quelle che si occupano di fitness o salute, di lifestyle, viaggi, che forniscono sistemi di navigazione, per fare foto e video o servizi di meteorologia (fonte Distimo).

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Ma allora da dove provengono i guadagni? Oggi è possibile monetizzare seguendo altre strade, più creative ma sicuramente meno dirette, quali l’acquisto di contenuti aggiuntivi direttamente nell’applicazione (come la formula “freemium”) o l’inserimento di banner pubblicitari.

 

Sembra che la competizione serrata e l’affannosa ricerca di visibilità abbiano spostato tutto sul free. E anche i “pesci piccoli” si sono adeguati, sperando di avere più chance di farsi strada fra “i giganti” dominatori delle classifiche. Come se la gratuità fosse la formula magica per emergere dalle centinaia di migliaia di offerte simili.

Concludo lanciando una provocazione (ma forse nemmeno tanto…) che ha come punto di partenza proprio quel 90% di App “free to download”. Siamo proprio sicuri che l’opzione gratuita sia la strada giusta per chi desidera ottenere spazio all’interno dell’AppleStore (ma la situazione nel Google Play Store non è così diversa)? Paradossalmente, non sarebbe forse più conveniente evitare il sovraffollamento e mettere la propria App a pagamento?

Avete mai sentito parlare di “mobile born”? Anche se non lo sapete, è molto probabile che siate entrati in contatto diretto con loro. Addirittura è possibile che alcuni di voi ne abbiano uno (o più) che si aggira per casa.

I “mobile born” non sono altro che i bambini nati all’epoca dei dispositivi mobile, smartphone e tablet. E che, per ovvie ragioni, hanno cominciato a familiarizzare con questi strumenti presto, molto presto. Stando alla ricerca “Zero to Eight Children’s Media Use in America 2013″ dell’americana Common Sense Mediail 38% dei bambini sotto i due anni (avete capito bene!) ha già usato un dispositivo mobile nel corso della sua vita (nel 2011, la percentuale era del 10%).

Se poi si considera la fascia d’età 0-8 anni, si scopre che il 72% dei bambini maneggia, più o meno abitualmente, telefoni e tablet dei propri genitori, destreggiandosi con abilità fra librerie musicali, immagini e applicazioni.

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Tra le principali attività svolte dai pargoli iperdigitalizzati (che superano per precocità gli ormai famosi “nativi digitali”) troviamo: giocare a videogames, utilizzare delle applicazioni, guardare video e film, leggere ebook. Cloud_in_touch_mobile born_common_sense

Una tendenza che non accenna a diminuire. Se negli ultimi due anni, il tempo giornaliero trascorso dagli under 8 davanti a media tradizionali, quali TV o DVD, è sensibilmente diminuito, quello passato utilizzando dispositivi mobile è aumentato di 10 minuti, arrivando agli attuali 15.

La televisione rimane comunque il mezzo sovrano sia per l’intrattenimento che il cosiddetto settore “educational”. Tuttavia, qualcosa sta cambiando, specialmente quando si tratta di tablet.

Le “tavolette” diventano veicoli per “studiare” e “apprendere divertendosi” nel 43% dei casi. Ugualmente in forte crescita le percentuali di bambini fra 0-8 anni che “leggono” su dispositivi mobile.

Dall’indagine emerge che il 16% di essi lo fa quotidianamente o almeno una volta alla settimana e il 12% ogni tanto. Il device preferito per questo genere di attività – e la cosa non stupisce affatto – è il tablet.

La ricerca poi mostra anche i differenti gradi di penetrazione e le diverse destinazioni d’uso che esistono fra famiglie di reddito medio-alto e famiglie di reddito medio-basso. Solo il 20% di quelle più “povere” possiede un tablet contro il 63% di quelle più “ricche”. Il divario si osserva anche nell’utilizzo di questi dispositivi: solo il 28% di quelle a basso reddito li usa per finalità educative (contro il 54% di quelle più agiate).

 

Ora si potrebbe obiettare che la ricerca, proprio perché condotta negli Stati Uniti, non abbia molto a che vedere con quando accade alle nostre latitudini e che sia da catalogare fra le curiosità. Credo, invece, che questa indagine dica molto anche su di noi, o meglio, sull’ultimissima generazione di nuovi nati e sul loro modo di relazionarsi con la tecnologia. Basta fermarsi ad osservare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno quando guardo rapito mia figlia duenne utilizzare con estrema naturalità l’iPad (anche dopo il passaggio ad iOS7…). La stessa naturalità di chi ha sempre avuto contatti con questo tipo di oggetti.

Il mercato delle applicazioni si sta muovendo in quel senso. Forse anche le imprese nostrane dovrebbero tenerne conto. Realizzare una App per i bambini (dove il brand aziendale emerge, ma senza essere troppo invasivo) potrebbe essere un ottimo modo per conquistare anche i genitori…

La pirateria – e forse dico una cosa scontata – è un grosso problema anche per iOS.

Nel mondo del Jailbreak esistono AppStore fittizi dove è possibile scaricare gratuitamente copie di app che normalmente si trovano a pagamento.

Il tipo di utenza che usufruisce di questo servizio è divisibile in due macro-categorie:

a. persone che non compreranno mai la tua app

b. persone intenzionate all’acquisto, ma che desiderano provarla prima di investire i loro soldi nel tuo prodotto 

Riguardo al successivo pagamento da parte degli utenti tipo b. non bisogna farsi molte illusioni: sono davvero pochi coloro che regolarizzano la loro posizione andando sullo store virtuale di Apple.

Lo scenario è, dunque, tutt’altro che roseo. Un’ulteriore complicazione viene anche dalla natura stessa delle applicazioni. Questo genere di prodotti ha, infatti, una vita brevissima di utilizzo-medio, con il tangibile rischio che la ”prova” gratuita coincida perfettamente con il termine di utilizzo. Detto questo le app hanno anche costi rappresentativi del loro effettivo utilizzo. Apple, inoltre, non fornisce alcun periodo di trial sui prodotti distribuiti attraverso l’AppStore.

Come accade per altri settori, anche le tecniche per evitare la pirateria sulle app sono molto complesse, facilmente aggirabili e dall’elevata possibilità di creare un danno anche a chi l’applicazione l’ha regolarmente acquistata. Questo a causa di falsi positivi che possono essere causati anche per una semplice sostituzione del device. Non dimentichiamoci, poi, che Apple non vincola l’applicazione al dispositivo sul quale è stata scaricata, ma all’account dell’utente che l’ha acquistata.

Esistono soluzioni al problema? Una tecnica ottimale sarebbe quella di verificare se effettivamente l’utente ha effettuato l’acquisto, richiedendo una sorta di ricevuta digitale. Con iOS7 è stato introdotto un set di nuove API che consentono di ottenerla (anche se – a dire il vero – il sistema era comunque disponibile già con Lion). La classe è in oggetto SKReceiptRefreshRequest , interessante vero? Peccato che la verifica dello scontrino digitale sia ancora una procedura particolarmente complessa.

La ricevuta digitale sarebbe anche utilizzabile nel passaggio da applicazione a pagamento ad applicazione con modello freemium, in questo modo sarebbe possibile fornire a chi ha già pagato un set superiore di risorse.

La speranza è che venga rilasciata una qualche utility che renda l’analisi più snella (esiste già una lib su GitHub, che comunque richiede diverse conoscenze nell’ambito di certificati etc). O il danno economico diventerà sempre meno gestibile.

Oggigiorno, in molti uffici marketing, ai piani alti delle grandi compagnie, si comincia a prendere coscienza della reale rilevanza delle cosiddette “notifiche push”, ovvero di quegli avvisi che le applicazioni inviano alla schermata iniziale del dispositivo mobile.

mobile_marketing_cloud_in_touchQuando dico “si comincia a prendere coscienza” intendo che, dopo un periodo di rodaggio e con ormai dei dati consolidati in mano, anche i grandi gruppi si stanno convincendo che l’integrazione di questi strumenti sarà sempre più funzionale alle strategie di marketing. Specialmente ora che il mondo mobile (smartphone, tablet e applicazioni ad essi legate) non è più considerato alla stregua di una curiosa appendice tecnologicamente avanzata del più vasto universo del pc, ma come un elemento sempre più centrale e da cui non si può prescindere.

Un report realizzato dalla società di marketing Forrester e intitolato “Push Mobile Engagement to the Next Level” mostra numeri e potenzialità di questo servizio, con un focus sul consumatore europeo.

Stando allo studio, la maggior parte degli utenti di smartphone riceve notifiche push “di frequente”. Il 70% degli europei che utilizza applicazioni mobile visualizza questo genere di avvisi; tra di essi il 26% li riceve addirittura più volte al giorno, il 24% almeno una volta al giorno e il 27% almeno una volta al settimana.

Se poi si guarda alla distribuzione secondo sistema operativo, sembra che gli utenti iOS-Apple siano quelli più interessati dalla ricezione di notifiche rispetto a quelli Android (89% contro 83%). Il dato è rilevante soprattutto se si pensa che nei dispositivi iOS la funzione di ricevere notifiche è disattivata per impostazione predefinita. In questo caso l’azione dell’utente che volontariamente abilita la funzione e accetta di ricevere gli avvisi push ha un valore certamente maggiore rispetto ai casi in cui questo servizio è attivato di default.

Lunga vita al direct marketing, allora? Potremmo dire che quando il direct marketing viene dato per morto o comunque moribondo, ecco che arriva un nuovo strumento a fornrigli linfa vitale. Attualmente, infatti, non esiste nulla di così strettamente vicino al consumatore che… il proprio smartphone (o tablet). Un oggetto che – secondo le rilevazioni statistiche – non manca mai nelle tasche e nelle borse di noi tutti e che, per dimensione e comodità di trasporto (oltre che per funzione), è molto più “personal” dell’ormai vecchio pc (si vedano, a questo proposito, i nuovi iPad Air).

Tuttavia, che sia sottoforma di venditore porta-a-porta, di volantino pubblicitario nella propria casella della posta o  di email in arrivo, di telefonata sul proprio numero di casa, anche nel caso delle notifiche push rimangono ben vivi tutti i rischi e i limiti di questa tecnica di marketing: l’intrusione nella vita del consumatore con il conseguente fastidio e l’inevitabile rigetto del messaggio e di chi lo ha inviato.

Inoltre bisogna considerare che esiste una stretta correlazione tra utilizzatori di App e coloro che hanno accettato o si sono registrati per ricevere notifiche push. E che gli utenti – già abituati a essere sollecitati da mille messaggi quotidiani – vogliono poter controllare la situazione, essendo in genere poco disposti a essere raggiunti da altri avvisi, specialmente se non richiesti.

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Quindi, le regole base che un responsabile di marketing dovrebbe seguire sono:

1. non infastidere ulteriormente l’utenza. Gestire gli invii in maniera saggia è attualmente possibile, in modo da evitare che la notifica arrivi sul dispositivo in momenti sbagliati (come nel cuore della notte, tipico esempio di “bad push”).

2. sfruttare le innovazioni tecnologiche per far giungere le notifiche nel modo e al momento migliori. In questo senso, il nuovo co-processore M7 montato sull’iPhone 5s in grado di raccogliere i dati del movimento potrà essere utile nella gestione degli invii. Meglio far arrivare una notifica push a un guidatore quando si trova fermo in coda piuttosto che quando sfreccia in autostrada a 130 km/h. O più semplicemente far sì che la notifica giunga quando l’utente/consumatore è in prossimità di un determinato luogo (come un punto vendita), in modo che possa scoprire in tempo reale che è in corso una promozione sul suo marchio di abbigliamento preferito.

3. far diventare le notifiche push un sistema in più per comunicare con la clientela, offrendo servizi aggiuntivi. Viene citato il caso di un distributore di medicinali americano che si è servito di questo mezzo per avvisare i suoi utenti quando è il momento di assumere il farmaco acquistato.

4. premiare quegli utenti dimostratisi disposti: a) a ricevere annunci e b) a compiere particolari azioni richieste dall’azienda (come lasciare dati personali, registrarsi a newsletter, accedere a un servizio, comprare un bene). È un sistema ottimo per creare un legame di lealtà con la clientela.

Meno soggette a “smarrimenti “ dell’email, più tracciabili degli sms e più efficaci sul piano comunicativo di entrambe (non solo 160 caratteri ma una vasta gamma di opzioni a disposizione), le notifiche push offrono più possibilità e analytics molto sofisticati. Diventando in tutto e per tutto più efficaci. L’open rate sarebbe addirittura del 50% più alto rispetto a quello di una normale campagna via email.

Per le società di media/informazione, per esempio, le notifiche push sono diventate parte dell’offerta di contenuti e non solo una strategia di marketing. Con risultati spesso ragguardevoli. Infatti, gli avvisi push uniti al lancio delle cosiddette breaking news sono in grado di generare tra il 30% e il 40% del totale delle visite da mobile ai rispettivi siti web, oltre che aggiungere un numero importante di pagine visualizzate.

Insomma, gli uffici marketing delle grandi aziende hanno scoperto che esiste anche questo canale. Un canale che, dai risultati ottenuti su larga scala, appare efficace. È, tuttavia, ancora presto per dire se – così com’è ora concepito – resisterà a lungo. Il rischio di bruciarlo per troppa fretta o a seguito di un utilizzo indiscriminato è, infatti, piuttosto alto.

Ciclicamente giornali e tv ci parlano di come l’Italia sia entrata o rimasta fuori dalla modernità digitale. Di quanto gli italiani accedano a internet, usino gli smartphone, siano abili nelle transazioni online e attenti al digital marketing. Ma le imprese, piccole e medie, come si comportano?

GettonePartiamo dagli italiani intesi come utenti privati. Una buona occasione per saperne di più è, in questo senso, la sezione dedicata all’Italia del Global Media Intelligence Report di eMarketer pubblicato circa un mese fa (su dati elaborati da Gfk Eurisko).

Qual è l’atteggiamento degli italiani nei riguardi dei media e quale l’utilizzo delle nuove tecnologie? Tralasciamo la nostra predilezione per la tv e la poca frequentazione con giornali e magazine (223 minuti contro 31 per giorno) e guardiamo a ciò che ci interessa, ovvero possesso e utilizzo di Smartphone e Tablet.

Se la penetrazione della telefonia mobile raggiunge il 90% della popolazione, quella degli smartphone arriverà a toccare – alla fine del 2013 – il 41% degli utenti di tutto il mercato mobile, ovvero circa 20 milioni di italiani. Una percentuale che nel 2017 si stima possa salire fino al 68%.

Chi possiede un telefono “intelligente” è nella maggioranza dei casi uomo (54,3% contro 45,7% di donne), appartenente alla classe media (58,3%) e di un’età compresa fra i 35 e i 44 anni (24,9%). Parlando di fascia d’età ricordiamo che quella fra i 25 e i 34 anni arriva seconda per un soffio,  totalizzando 24,2%. Quindi è nell’arco temporale di venti anni che si concentra la maggioranza di coloro che ne possiedono uno.

La stessa navigazione sul web via mobile cresce di continuo, con tassi che sfiorano il 30% rispetto all’anno precedente. Alla fine di quest’anno, il 42% dei possessori di un telefonino userà il proprio dispositivo per navigare in rete. Non è affatto un caso che le percentuali di possessori di smartphone e navigatori tramite dispositivo mobile siano pressoché identiche.

Riguardo ai tablet, pur di fronte a percentuali di possesso non ancora alte, eMarketer prevede comunque una “tablet audience” calcolabile in ben 12,1 milioni per questo anno.

Il profilo dell’utilizzatore-tipo di smartphone e tablet che emerge da questa e da altre ricerche pubblicate negli ultimi tempi sembra costruito ad hoc sulle aspettative dei pubblicitari che, dopo la crisi e le percentuali a due cifre in negativo registrate dai media tradizionali in questi ultimi anni, puntano con decisione sul digital marketing, specialmente in versione mobile. Lo smartphone user è: una persona adulta, in attività, appartenente alla classe media o alta (nel caso dei tablet), di istruzione media-superiore, dipendente dal proprio dispositivo da cui quasi mai si separa prima di uscire di casa, propenso agli acquisti attraverso di esso e con il quale effettua le proprie ricerche in rete.

Insomma, una situazione che fa ben sperare in vista di una sempre maggiore modernizzazione e che vede il nostro Paese – più o meno – in linea con i dati del resto dell’Europa Occidentale.

E le nostre imprese, invece, come si comportano? Quanto descritto spinge a credere che anche le forze produttive attive oggi in Italia – ovvero le piccole e medie imprese di cui è ancora formata la struttura economica nazionale  – abbiano fatto a gara per arrivare prime nel cogliere le opportunità apertesi con lo sviluppo e la diffusione dei mobile device. In realtà, non pare stia andando proprio così…

Da uno studio pubblicato in primavera dall’Osservatorio Mobile Device & Business App del Politecnico di Milano emerge come esista ancora un atteggiamento attendista da parte delle PMI. Se da un lato i nuovi dispositivi mobile sono entrati in azienda (e s’intende anche tablet e non solo smartphone), dall’altra il management nostrano appare ancora titubante nell’investire nell’ITT. In particolare in quei prodotti software come le applicazioni mobile in grado di: a) spingere, comunicare, promuovere prodotti e servizi; b) gestire e semplificare la produzione e i processi in azienda. E ciò accade  nonostante in molti casi la forza vendita sia stata appositamente dotata di strumenti mobile come il tablet.

Ma allora cosa impedisce alle applicazioni mobile di entrare in azienda? Christian Mondini, uno degli autori dello studio lo spiega così: “L’inerzia delle PMI italiane per quanto concerne l’adozione di soluzioni IT può essere analizzata attraverso due chiavi di lettura. In senso assoluto, l’ancora carente cultura sulle opportunità offerte dalle soluzioni digitali; nel dettaglio, la limitata capacità di riuscire a comprendere i molteplici benefici derivanti dall’adozione di soluzioni di Mobile Business”.

A quando un cambio sostanziale?

Ci siamo lasciati dall’ultimo evento di Apple con alcune previsioni sensate (articolo keynote Apple 10 settembre).

Successivamente ho espresso il mio disappunto (riflessioni sulla presentazione dei nuovi iPhone) di fronte al fatto che tutti i prodotti mostrati (ottimi prodotti) non avessero suscitato in me un particolare stupore o sorpresa anche a causa dei continui leaks da parte dei produttori cinesi.

Domani presteremo nuovamente la nostra attenzione all’evento organizzato da Cupertino, con il suo “We still have a lot to cover”. Dunque, cosa dobbiamo aspettarci dalla presentazione di Apple? Ci sarà una sorpresa?

Partiamo dal keynote precedente, quello del 10 settembre. Se la linea iPhone è stata rinnovata, sono, invece, mancati all’appello gli iPad. Per questi sono previsti aggiornamenti hardware e nel caso della versione “grande” è previsto un cambio abbastanza radicale dello chassis che lo renderà molto più simile al mini. Riguardo a quest’ultimo, è altamente probabile che la speranza di molti di veder integrato un display retina verrà frustrata.

Il nome dato all’evento ha un che di sibillino: “We still have a lot to cover”. Come è noto, “cover” in inglese significa anche custodia… Per associazione potremmo ipotizzare che si sia di fronte a una produzione multicolore come per l’iPhone C. In fondo – come è accaduto il 10 settembre – anche questa volta il manifesto di lancio dell’evento è supercolorato…

Tutto qui? Assolutamente no!

Apple dovrà stupirci ancora con lo splendido Mac Pro rivelandone – fra le altre cose – il costo e con la nuova release di OSX che dopo anni abbandona la famiglia dei felini per trasformarsi in Mavericks (come uno dei luoghi californiani più amati dai surfisti).

Sono, inoltre, previsti aggiornamenti hardware per i MacBook Pro con i nuovi processori Haswell di Intel (più potenti e dal minor consumo di batteria), per i MacMini e per Apple TV

Insomma, tutto procederà da piano o avremo qualche (bella) sorpresa?

Ma sopratutto: che il mio pendolino sia davvero migliore di quello del compianto Maurizio Mosca

Il momento del rilascio di un’applicazione non segna la conclusione di un progetto, semmai del primo step, della prima parte del lavoro. Un’affermazione sempre più vera, dato che l’attuale situazione di AppStore è radicalmente diversa da quella che si poteva osservare solo qualche tempo fa. Niente come l’espressione “qualcosa è cambiato” è più adatta per descrivere ciò che è successo.

app-marketing-cloud_in_touchPrima – nei tempi eroici – era come trovarsi in un territorio di frontiera, con spazi sterminati e popolato da pochi coraggiosi pionieri. La sensazione che, invece, si prova oggi è assimilabile a quella di un cittadino medio di una moderna megalopoli, magari con la densità abitativa di Tokyo: sentirsi un singolo elemento statistico che al massimo può ambire, almeno una volta nella vita, ai famosi 15 minuti di celibrità.

Fuor di metafora, oggi è sempre più complesso sia ottenere visibilità nell’AppStore per aumentare i download sia aumentare i download per salire in visibilità nelle classifiche dell’AppStore. In un precedente post abbiamo mostrato come per entrare nella top ten app italiana serva ormai una media di 11.000 download ogni 48 ore (e il nostro non è nemmeno fra i mercati più sviluppati).

L’occasione della pubblicazione del nostro progetto Fresh & Local, il conseguente utilizzo delle principali leve di marketing a nostra disposizione per promuoverlo e i dubbi sulla correttezza delle scelte operate, mi hanno fatto tornare in mente un report pubblicato nello scorso mese di marzo dalla Forrester, società di marketing americana.

Dall’indagine condotta su un campione di 58.000 individui è emerso il basso impatto che campagne one-way push hanno sui consumatori. In particolare, in cima a questa speciale classifica delle comunicazioni meno degne di fiducia si trovano i messaggi di direct marketing provenienti dalle aziende. L’invio di notifiche, sms e messaggi email non richiesti sono considerati alla stregua di spam. Subito dopo, raccoglie poca fiducia tutto quanto viene postato dalle medesime sui propri profili social.

Il grado di fiducia, invece, aumenta quando si tratta di ciò che viene scritto nei siti web delle aziende, dei risultati dei motori di ricerca, delle opinioni di altri utenti su questo o quel prodotto o servizio e delle recensioni di professionisti del settore apparse sui media, cartacei e digitali (magazine, blog e siti).

Tuttavia, se si deve concedere fiducia a qualcuno allora il consumatore continua a preferire l’opinione di chi gli sta intorno, siano essi familiari, amici e conoscenti.

Una classifica che vede Stati Uniti ed Europa viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, seppur con alcune variazioni percentuali (gli americani confidano molto più nelle review di professionisti rispetto ai “sospettosi” europei, con un 55% contro un 33%).

Dunque l’obiettivo è conquistare familiari, amici e conoscenti in maniera che questi influenzino gli orientamenti di acquisto dei rispettivi… familiari amici e conoscenti! Ma come è possibile spezzare questo circolo vizioso?

Gli analisti della Forrester propongono una soluzione antica: l’aggiunta di contenuti ad hoc che diano valore al marchio o al prodotto pubblicizzato, in modo da renderlo agli occhi del consumatore / utente un qualcosa: a) di meritevole di fiducia b) degno di nota c) inconfondibile e d) essenziale.

Un contenuto brandizzato che dev’essere facilmente accessibile e in grado di tenere in considerazione il contesto, il momento e la modalità di fruizione (da un dispositivo mobile, da pc, dalla televisione etc.). Un contenuto che possa essere condiviso e che abbia in sé ragionevoli motivi di interesse.

I contenuti – dai consigli per le neo mamme targate Johnson&Johnson fino agli eventi spettacolari sponsorizzati Red Bull – hanno lo scopo di coinvolgere il consumatore / utente, di farlo sentire parte più o meno attiva di qualcosa e non solo il semplice terminale di un messaggio (quest’ultimo spesso non diverso dall’imperativo “compra!”). Insomma, uscire da una logica prodotto-centrica per entrare in una dove si concede qualcosa in più al potenziale acquirente / utilizzatore (nel segno di “ti do qualcosa in cambio della tua attenzione al mio marchio”).

Tutto ciò può servire anche nel momento della promozione di una App mobile? In linea generale, sì. Promuovere cercando di incuriosire, colpire, concedere e offrire qualcosa prima che il possessore di smartphone entri nel negozio virtuale Apple e clicchi “installa” è una strategia che può dare buoni frutti.

Resta, tuttavia, un grosso dubbio che ci riporta al “qualcosa è cambiato” dell’inizio, ovvero: tutto ciò è sufficiente? Non esito a rispondere dicendo che un tempo lo sarebbe senz’altro stato. Una applicazione pregevole, mediamente originale e ricca di contenuti se promossa con criterio e un minimo di pianificazione scalava le classifiche.

Oggi, con le classifiche dominate dalle grandi major che producono giochi o da start up lautamente finanziate, serve un budget consistente per la promozione a volte pari o superiore a quello allocato per lo sviluppo.

 

Nella post-PC era, l’App Economy  è diventato un settore in forte espansione (anche qui da noi, in Europa).

Si parla spesso di crescita del mondo mobile e, in particolare, del boom nella diffusione delle applicazioni. I dati sulla crescita dei due principali negozi virtuali di Apple e Google lo dimostrano: alti profitti e almeno un milione di applicazioni presenti su ciascuno di essi. E tutto ciò in poco tempo, considerando che AppStore è nato solo cinque anni fa.

Ma quanto impatta il mercato delle applicazioni mobile sull’economia reale, oltre ai guadagni dei grandi gruppi? Quanti posti di lavoro sono stati direttamente o indirettamente creati con la crescita di questo settore? Scopriamo cosa si nasconde dietro alle tante icone (più o meno flat) che ormai riempiono i display dei nostri dispositivi e che hanno reso “smart” i nostri telefoni (e i nostri tablet). L’indagine realizzata da Vision Mobile è particolarmente interessante in quanto focalizzata sui 28 Paesi dell’Unione europea (per una volta, dunque, senza i numeri dell’ipermonitorato mercato nordamericano).

Partiamo dagli utenti e da come è cambiato il consumo di ICT negli ultimi anni. A oggi, si calcola che circa il 50% degli europei ha nelle tasche o in borsetta uno smartphone. La stessa percentuale si riferisce a coloro che accedono a internet passando per i dispositivi mobile. La domanda, poi, non accenna a diminuire, con tassi di crescita superiori al 10% annui.

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Ma cosa incide su questa crescita che non accenna a diminuire? Concorrono a creare il cosiddetto “circolo virtuoso” della App Economy elementi quali dispositivi sempre più sofisticati, una connessione sempre attiva e App ogni giorno più interessanti e ben strutturate. Tuttavia a fare da veri catalizzatori del mercato sono i negozi virtuali App Store e Google Play Store.

Grazie ad essi, da una parte i consumatori trovano un luogo sicuro (per effettuare gli acquisti) e di facile accesso dove poter cercare e trovare applicazioni; dall’altra gli sviluppatori hanno a disposizione canali distributivi a basso costo, dove diffondere i propri prodotti su scala globale in maniera da raggiungere tutti i potenziali clienti.

Senza dubbio il mercato europeo è ancora acerbo rispetto a quello degli Stati Uniti. Come affermano gli autori dell studio: “Mobile and apps today are at a stage of development that is analogous to the internet pre-broadband”. Tuttavia i macrodati per il 2013 vanno in un’unica direzione, mostrando un settore in grande espansione.

Da un punto di vista economico, si calcola che nel 2013, il fatturato del settore delle applicazioni mobile (sviluppo e servizi) raggiungerà i 51 miliardi di euro. E ciò riguarda applicazioni in vendita negli store, contratti firmati con privati per lo sviluppo di prodotti digitali, per la fornitura di servizi e la vendita attraverso e-commerce.

Da un punto di vista dell’occupazione, i numeri mostrano una situazione in controtendenza rispetto alla crisi occupazionale che colpisce in molte parti dell’Unione. Sarebbero 794.000 mila i posti di lavoro creati intorno al settore delle applicazioni mobile. Di questi 529.000 mila direttamente legati alla App Economy; la maggioranza (62%) è composta da sviluppatori, seguita dai diversi livelli di management (30%).

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I Paesi dell’Unione europea poi, contribuiscono per il 22% alla produzione globale di applicazioni e relativi servizi. Si tratta della seconda posizione a livello mondiale dopo il Nord America (42%), davanti ai Paesi asiatici (18%).

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La crescita è quantificabile in 10 miliardi di euro per anno, con le proiezioni al 2016 che indicano un incremento fino a toccare i 15 miliardi di euro.

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Ovviamente, come avviene in altri settori, ci sono differenze tra regioni (resta significativo il divario tra Europa Occidentale e Orientale) e Stati (con la Gran Bretagna che, per fatturato e penetrazione di smartphone, si avvicina più ai dati d’oltreoceano. Risultati consistenti, comunque, anche per Francia e Germania).

Cosa potrebbe dare ulteriore carburante al settore? Sicuramente politiche a livello di Paese e di Unione europea che facilitino e promuovano l’accesso a internet, rendendone la penetrazione ancora più trasversale sia nei diversi Stati che nella società (per esempio con una migliore ripartizione fra le differenti fasce di età).