Essere inseriti nella “vetrina” dell’AppStore, fra le applicazioni consigliate. Ecco uno dei principali sogni per coloro che – società o singoli sviluppatori – pubblicano sul negozio virtuale di Apple. Un negozio che stando anche agli ultimi dati di Distimo – società americana di ricerche di mercato – vanta ricavi quasi doppi rispetto al rivale Google Play Store (65% contro 35%).

Il sogno ha, tuttavia, concrete basi nella realtà. Infatti, rientrare tra le migliori App scelte da Apple, generalmente garantisce un’impennata dei download e, conseguentemente, il posizionamento nelle parti alte delle classifiche di categoria e di quella generale. Un risultato più o meno arduo da ottenere a seconda del Paese in cui si pubblica. Negli Stati Uniti per arrivare fra le prime migliori 10 applicazioni bisogna almeno mantenere una media di  80.000 download ogni 72 ore. In altri mercati, invece, occorrono sforzi più contenuti; in Italia ne bastano 11.000, in Germania 15.000 e in Francia 13.000.

Ma quali meccanismi consentono a un’App recentemente pubblicata a), di farsi notare e b), scalare le classifiche? Innanzitutto lo consente un mix ben calibrato di elementi “ovvi” quali l’ottima fattura, l’idea originale, un tema non eccessivamente sfruttato e l’ambizione di interessare un pubblico ampio. Ma per il resto? Si possono applicare sistemi standard di indicizzazione in grado spingere la propria App più in alto?

Fino ad oggi il meccanismo che porta su e giù le App non è stato ancora completamente svelato. Tuttavia, risale alla fine dello scorso mese di agosto, la notizia di una revisione dell’algoritmo che regola ascesa e discesa nelle classifiche dell’AppStore. Almeno secondo quanto afferma Fiksu, una società di mobile marketing, che ha notato alcune variazioni nella composizione dei ranking.

Da luglio, infatti, i cambiamenti nelle posizioni in classifica sono originati da logiche leggermente diverse da quelle ritenute valide nei mesi precedenti. Quindi a un fattore premiante come è sempre stato l’alto numero di download raggiunto in un breve lasso di tempo, si è ora aggiunto anche quello del giudizio degli utenti. Ora le review e il numero delle stelle lasciate in calce alla App dall’utente smettono di avere una semplice funzione accessoria o indicativa, ma diventano parte attiva nel determinare la sorte del prodotto in questione.

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Ugualmente, si è notato come l’aggiornamento delle classifiche abbia subito un rallentamento, passando dai soliti 15 minuti a lassi di tempo più ampi (all’inizio si era parlato di 3 ore, ma nelle settimane successive questa misura è tornata a variare, segno che Apple sta ancora facendo test e valutazioni). Aumentare i tempi di aggiornamento significa per Cupertino poter meglio gestire e arginare la manipolazione delle classifiche da parte di terzi e le eventuali anomalie nell’andamento dei download.

 

Le centinaia di migliaia di applicazioni oggi esistenti hanno dunque bisogno di classifiche articolate e il più possibile precise. La questione della visibilità dei prodotti software lanciati sull’AppStore rimanda al tema delle migliaia di applicazioni anonime che non saranno mai nemmeno vicine all’ingresso in una qualsiasi classifica. La notizia è uscita all’inizio del 2013, ma ha ancora una sua validità.

Secondo un report presentato dalla tedesca Adeven, società specializzata nell’analisi dei dati sul mercato mobile, sarebbero oltre 400.000 le “applicazioni fantasma” (o “zombie”, chiamatele come preferite) presenti sullo store. Osservando l’andamento dei download, i ricercatori avrebbero scoperto che quasi la metà dei software presenti nel negozio virtuale di Apple non viene mai o quasi mai scaricato. Si tratterebbe di App regolarmente pubblicate, ma che nessuno avrebbe mai utilizzato sui propri device e che ora giacciono dimenticate perché mai pubblicizzate, mal presentate (con keywords sbagliate), inutili o prive di qualità. Non sappiamo se il numero è reale o esagerato. Fossero anche la metà di quelle dichiarate nello studio non cambierebbe la sostanza del problema.

Soprattutto ora che siamo di fronte a un sistema di vendita davvero imponente e ormai consolidato (a 5 anni dal lancio) a livello planetario, con fatturati sempre più importanti, con una frequentazione di utenti in costante crescita e con concorrenti agguerriti (sarebbe interessante condurre uno studio analogo su Google Play Store). Un problema che chiama in causa tanto Apple, ma soprattutto le società di sviluppo e i loro clienti.

 

La soluzione? Meno tecnologica di quanto uno s’immagini: un approccio di qualità che ripaga sempre dell’investimento. Ciò significa realizzare App “ragionate”, in grado di “poter dire qualcosa” e “di durata”. Applicazioni che gli utenti scaricano e tengono nel proprio dispositivo.

Proximity Marketing: grande potenzialità da maneggiare con cura. La notizia è ormai di qualche settimana fa: niente più cestini per l’immondizia “spioni” per le strade di Londra. Almeno per il momento. L’amministrazione comunale ha imposto a Renew, società di marketing e pubblicità, di interrompere la raccolta di dati dei passanti che si trovavano nelle vicinanze dei suoi speciali gettacarte: i cestini high-tech, dotati di schermi LCD sui quali vengono proiettate informazioni e advertising.

Ma facciamo un passo indietro. Nel mese di giugno, Renew aveva installato dei particolari device all’interno di 12 cassonetti nella City di Londra, in una zona ad altissima densità di professionisti muniti di smartphone.

Grazie alla connessione wi-fi e individuando mac-address proprio di ogni telefono cellulare, il dispositivo è stato in grado di registrare movimento, modello, direzione, velocità dei singoli smartphone tracciati e… dunque di coloro che li trasportano! Renew ha subito assicurato che si tratta di dati totalmente anonimi, non riconducibili a singole persone, ne più ne meno simili a quelli che si possono raccogliere attraverso indagini quantitative condotte con metodi più tradizionali. L’amministrazione comunale, invece, preoccupata per la privacy dei cittadini si è cautelata, imponendo di interrompere la sperimentazione.

Non preoccupatevi! L’obiettivo di questo post non è disquisire se e quanto le nostre vite sono “sotto controllo”  e se la nostra privacy è a rischio (e qui le citazioni si sprecano: da Orwell con il suo “Grande Fratello” fino a Philip Dick e il suo futuristico “Minority Report”).

Questa storia è interessante perché per la prima volta – o quasi – dà consistenza reale (e tangibile) al cosiddetto proximity marketing (o marketing di prossimità). Un concetto troppo spesso raccontato e poco vissuto. L’operazione di Renew, infatti, è stata efficace, rapida, massiva e accurata nel contempo e, soprattutto non gravata da troppi impedimenti tecnologici (niente bluetooth, con tutte le sue complicazioni e limitazioni, ma solo wi-fi). Un’operazione in grado di ridurre l’incertezza che i futuri clienti (le aziende) possono nutrire sull’efficacia di campagne di questo tipo e, di conseguenza, su un reale ritorno dell’investimento. E per chi ha sborsato dei soldi per promuovere il proprio prodotto o servizio, questi elementi contano parecchio. La stessa Renew, lanciando l’iniziativa dei cestini traccianti, aveva parlato di voler portare “i cookies di internet nella vita reale”.

Gli scenari che possiamo intravedere sono molteplici e sembrano proprio andare incontro alle esigenze delle aziende e del loro più grande e pressante desiderio-ossessione: avere dati sempre più targettizzati e precisi sia per soddisfare meglio le esigenze dei potenziali clienti sia – sogno ancora più proibito – per stimolarne i bisogni. Sapere che in una data zona, a una data ora, in determinati giorni, diversi possessori di smartphone si dirigono verso un fast-food o un’attività commerciale farebbe risparmiare molto tempo e denaro a coloro che si dannano per scoprire il modo per tenersi stretti i clienti e per conquistarne di nuovi. Le prime ad essere interessate potrebbero essere proprio le aziende di telefonia mobile: Samsung, Apple o Motorola avrebbero meno incertezze nell’aprire un negozio di accessori in una strada che sanno essere frequentata da tanti utilizzatori di loro prodotti.

Quindi: prendere dati, studiare comportamenti, scoprire i consumi per poi inviare messaggi e comunicazioni commerciali. Tutto bello e tutto interessante. Eppure sento che qualcosa continua a non convincermi fino in fondo. Qualcosa che ha a che vedere con i seguenti due fattori.

  1. La valanga di comunicazioni che quotidianamente ci sommerge. Il rischio – e non è un problema nuovo – è quello del “tanti messaggi, nessun messaggio”. Spesso il consumatore troppo sollecitato da notifiche, sms, richieste di accettazione, di attivazione, promozione etc. non ascolta e non risponde più.
  2. L’importanza del consenso e (il vero) ascolto dell’opinione del consumatore. Il consenso va sempre chiesto: raccogliere dati in maniera furbesca e borderline è – oltre che in certi casi illegale e poco etico – anche pericoloso, perché potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’azienda (gli anni Cinquanta e Sessanta, quando il consumatore era nulla, sono finiti da un pezzo). Siamo cittadini consumatori con diritti che non vogliamo veder violati.

Cosa fare allora? Avessi la risposta avrei già scritto un best seller. Mi limito a una banalità (e forse, proprio perché tale, trascurata): in questa giungla intricatissima senza dubbio è importante essere sicuri di almeno due cose:

  • La prima, che il consumatore davvero voglia ricevere le informazioni e le offerte commerciali che l’azienda sta proponendo (cioè che queste non arrivino in momenti sgraditi, magari mentre si sta usando il telefono per lavoro. È sufficiente un incidente del genere per perdere per sempre un cliente).
  • La seconda, che non abbia fornito i suoi dati solo perché “sotto ricatto”. Del tipo: il servizio non parte se tu non mi dai un’email valida e non hai compilato un form… (molte applicazioni oggi partono da questi presupposti).

Esiste una via alternativa? È la libertà di scelta l’arma più appuntita per ottenere i migliori risultati?

Ne discutiamo nel prossimo post.

Le presentazioni delle novità di casa Apple sono sempre fonte di attesa (grazie anche all’abilità con cui da Cupertino preparano questi appuntamenti). Ma anche di pareri discordanti. Alcuni rimangono soddisfatti, mentre altri si dicono delusi perché si aspettavano qualcosa di più.

La spaccatura fra opposte opinioni si è presentata anche all’interno del microcosmo di Cloud In Touch dopo la presentazione delle novità mobile, il 10 settembre scorso… Ma chi ha ragione? I soddisfatti o i delusi? Ecco le nostre ragioni.

 

Soddisfazione. Prodotti tecnologicamente innovativi e apertura di un nuovo corso

Partiamo da una sensazione: i media si sono concentrati molto sui prodotti e molto meno sulla domanda: “cosa sarebbe successo se ci fosse ancora Steve Jobs?”. Il segnale che si è tornati a concentrarsi sul lavoro e sulle idee dell’azienda di Cupertino. Soddisfatto, dunque? Sì, almeno per tre ragioni.

1) Dopo qualche esitazione, Apple ha deciso di agire. La concorrenza si è fatta agguerrita sia nella produzione di smartphone (Samsung, in primis ma in futuro anche Motorola/Google) sia per diffusione dei sistemi operativi (il vasto mondo Android, ma anche il probabile terzo incomodo Windows mobile). Bisognava mostrare coraggio, uscire dall’elitarismo snobistico tipico degli anni Ottanta e Novanta. Allora funzionava, allora ci si poteva permettere di “pensare in modo differente”. Allora era possibile rimanere fuori dai giochi e non “sporcarsi” nella lotta quotidiana, senza scendere a compromessi per aumentare i volumi di vendita, ma concentrandosi solo sulla qualità. Oggi sarebbe una follia. Oggi Apple deve tenere insieme elementi spesso contrastanti: un posizionamento alto (il marchio della Mela morsicata è uno dei più importanti al mondo), prodotti di qualità, una diffusione di massa e dividendi da distribuire agli azionisti. Mi pare che il management di Cupertino ci stia provando seriamente.

2) Perché ha presentato prodotti di qualità. Qualcuno obietterà: “Ok, ma non s’è visto nulla di nuovo, dato che l’iPhone 5 già c’era”. Un’obiezione vera solo in parte. Un conto è affermare che i rumors di questi ultimi mesi avevano svelato già quanto bolliva in pentola (semmai si potrebbe rimproverare ad Apple una scarsa vigilanza) e che dunque le novità erano già state tutte “bruciate”. Un altro è dire che i prodotti presentati non portano con sé importanti innovazioni. Ma i due piani non si possono confondere. Ugualmente non si può pretendere l’invenzione rivoluzionaria ogni 12 mesi. E nonostante ciò il 5 S è un telefono totalmente rinnovato, un computer tascabile di gran classe. Il lettore d’impronte digitali su un dispositivo consumer è un grande passo, da non sottovalutare per le molteplici implicazioni future. Il 5 C, quello che tutto il mondo ha chiamato “low cost” (pur non essendolo) è invece un’abile operazione di marketing. È colorato, agile, giovane, allegro, simpaticamente “plasticoso” (ma di una plastica di livello, però). Un prodotto alla moda, disimpegnato o meglio, che maschera il suo impegno di dispositivo altamente tecnologico dietro un aspetto da giocattolo. Una previsione: venderà moltissimo. Non parliamo poi del rinnovamento del design, minimal, flat, a zero effetti e del muovo sistema operativo iOS 7.

3) Torno all’inizio. Ovvero al superamento di Steve Jobs. Non è mai facile per un gruppo resistere e proseguire con la stessa forza e incisività quando viene meno il fondatore, specialmente se costui è un personaggio carismatico, trascinatore, visionario. Lo sanno bene i movimenti religiosi, i regni, le comunità che vivono momenti di smarrimento e di divisione dopo la scomparsa del loro padre fondatore. Ovviamente si è un po’ orfani delle kermesse di Jobs, dei suoi “One more thing”, della sua capacità di incantare. Il rischio dei capi Apple nell’era post Jobs era scimmiottare quello che non c’è più. Mi pare che non l’abbiano fatto, a costo di avere una presentazione emotivamente meno coinvolgente.

Alessandro Seregni

Delusione. “Dilusione di diludendo”

Sono rimasto molto deluso dal keynote di Apple e non per i prodotti mostrati, ma perché si sapeva già tutto e da diverso tempo.

Ad Apple conviene dare un giro di vite a questi produttori cinesi che continuano a divulgare informazioni riservate sui loro prodotti oppure nei prossimi anni i Keynote li faranno loro e diversi mesi prima di quello ufficiale. Pensate a come sarebbe stato l’evento senza aver visto le immagini dell’iPhone 5C… semplicemente bellissimo! Con un modello nuovo di iPhone e un nuovo target di prezzo.

La realtà è stata, invece, diversa. È stato presentato un nuovo telefono sul quale, tuttavia, le persone avevano già potuto – da parecchio tempo – maturare ed esprimere le proprie opinioni. Per non parlare dell’errata percezione che – in questi mesi – è derivata immaginando a un modello “plasticoso” a basso prezzo! Ma forse, fra tutte le aspettative, la vendita di un modello “low cost” è forse quella che ha deluso di più. Personalmente mi ero già espresso in merito. Avevo mostrando tutto il mio scetticismo sulla possibile commercializzazione di un prodotto “low cost”, prevedendo un prezzo variabile, tra i 499 e i 549 dollari (l’ultimo è il prezzo di vendita ufficiale). Tuttavia, molti ne erano convinti, immaginando il 5C come un modello più accessibile.

Riguardo ai telefoni presentati non ho nulla da dire. Ormai la Apple ci abitua con una mid-release a cavallo dei due anni di cambiamento più radicale. Il 5S è veramente una bomba come caratteristiche hardware: la camera è splendida e velocissima, la GPU eccezionale con supporto a OpenGL ES 3.0. Qualche perplessità sul passaggio a 64bit; sicuramente è il vero passo in avanti ma gli utenti di medio livello difficilmente se ne accorgeranno. Analogo discorso per il lettore di impronte digitali. Sembra che Apple stia facendo una distinzione tra prodotti destinati a una fascia PRO e prodotti pensati per una fascia consumer normale, composta da utenti meno esigenti che cercano un bel telefono ad un buon prezzo.

Torniamo al prezzo di vendita. Il 5C in Italia, aggiunte tasse e sovrapprezzi (di cui non si capisce mai l’origine) costerà 629 euro. Ricordo che i nostri vicini francesi lo pagano già 599 euro, una cifra che non sembra esattamente concorrenziale. Un po’ diversa la situazione se si guarda oltreoceano, negli Stati Uniti. Il 5C costa 549 dollari (cioè circa 413 euro), mentre un Galaxy S4 (che sicuramente ha un hardware più potente, ma meno appeal) costa 620 dollari (cioè 466 euro, anche se in Italia viene venduto a circa 590): ecco allora dove il 5C può davvero diventare concorrenziale a Samsung.

Andrea Alessandro Finollo

In attesa delle novità Apple, alcune previsioni e un paio di riflessioni.

Sono passati 3 mesi circa dalla presentazione di iOS7 e OSX Mavericks e in questo periodo si sono susseguite un’infinità di immagini inerenti al fantomatico iPhone low cost e all’ iPhone 5S. In realtà niente di sorprendente. I primi leak di questi modelli risalgono già ai primi mesi del 2014. È possibile che Apple non sia più in grado di stupirci? (come si è detto nel precedente articolo http://cloudintouch.it/2013/09/05/apple-e-la-capacita-di-inventare-il-futuro/). Senza dubbio l’ufficio marketing di Cupertino è abile a creare un “clima di attesa” intorno ai nuovi prodotti attraverso un gioco di mezze verità e un po’ di smentite. Tuttavia, è anche evidente un grosso problema di sicurezza interna. Basti pensare che  le immagini dei primi iPhone 5 furono mostrate prima della presentazione del 4s.

Read more!

Fresh & Local è la prima applicazione mobile per iPhone dedicata al consumo di cibo fresco, locale e di stagione.

  • Calcola quanta strada hanno percorso i cibi che hai acquistato o stai per acquistare.
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  • Scopri tutte le attività che intorno a te producono, vendono o servono prodotti freschi e di provenienza locale.

Scopritela in anteprima!

(a breve disponibile su AppStore).

È il caso di dire: sincronizzate i vostri iCal sparsi per i diversi device (per i radical chic va bene anche la Moleskine…) e segnatevi questa data: 10 settembre 2013.

Secondo voci accreditate sarà quella la data di presentazione del “nuovo” iPhone. Apple deve rispondere sia alle mosse di competitor sempre più agguerriti (e attrezzati) sia alle richieste di consumatori e investitori, entrambi d’accordo sulla necessità di accelerare il ritmo delle innovazioni (e delle novità) da immettere sul mercato.

Lo spiega Ina Fried nel suo articolo per AllThingsD.com

 

Circle September 10 on Your Calendar for Apple’s Big iPhone Event

Apple is expected to unveil its next iPhone at a special event on Sept. 10, sources toldAllThingsD.

The launch comes at an important time for Apple, which continues to make a lot of money from the iPhone but has seen its global market share dip amid a growing wave of lower-cost Android devices as well as an intense battle with archrival Samsung.

One of the key questions is whether Apple adopts a new tactic to address the mid-range of the smartphone market. Historically, Apple has gone after those customers by offering its year-old and two-year-old models for $100 and $200 less than a new iPhone. However, there has been a great deal of talk that the company will debut a new lower-cost iPhone alongside whatever update it has in store for the current iPhone 5.

Much of the speculation there has centered on the usual kinds of camera and processor enhancements, as well as the likelihood of a fingerprint sensor. That has been expected ever since Apple acquired Authentec last year.

Naturally, any new phones will be running iOS 7, which has been in testing since its announcement at Apple’s developer conference in June. The new software includes aradical redesign of the overall look of the iPhone’s menus and icons, but the other new features are largely incremental updates, such as improved notifications, better photo-organizing abilities and additional capabilities for developers.

This has become something of a pattern for Apple, which typically debuts its software update at its June developer conference, tests it for a couple months, then shows the new hardware a couple weeks ahead of the new phone’s availability. The iOS update is also available for older models. Apple has already said that iOS 7 will work on many recent iPhones, iPads and iPod touch devices.

Apple is also expected to formally launch the next version of Mac OS X, known as Mavericks, in the coming weeks, though that is not expected at the Sept. 10 event.

An Apple representative declined to comment on the timing of any upcoming events.

Consumers, investors (and reportedly board members as well) have been pressing Apple for a more rapid pace of innovation.

The company has long been rumored to also be working on television and watch projects, though there is no indication either of those are close to debuting.

Motorola, dopo qualche anno di appannamento e con Google alle spalle, vorrebbe ritornare a dire la sua nel settore dei dispositivi mobile. A due anni dall’acquisizione da parte del colosso di Mountain View, l’azienda americana di elettronica torna sul mercato in modo serio, con un prodotto che – almeno – può provare a competere con quelli di marchi top quali Samsung e soprattutto Apple. Per ora, il nuovo Moto X sarà disponibile solo negli Stati Uniti.

Solamente i prossimi mesi ci diranno se è riuscita a colmare il gap con gli altri competitor. Per una comparazione si veda l’articolo di AJ Dellinger per Digitaltrends.com

 

How does Moto X compare to iPhone 5 and Galaxy S4?

Motorola showed off an entire line of new Droid phones last week, but it was nothing but a tease for non-Verizon customers as that was the only service provider those handsets are available on. A flagship phone has to transcend those network lines to reach as many hands as possible. That job appears like it belongs to Moto X, the newest handset from Motorola that will be available on every major carrier. Does Moto X have enough power to push itself up the ranks and be the signature phone of Motorola? How does it compare to the other handsets at the top of their class? We find out by pitting the Moto X against the Galaxy S4 and iPhone 5 in a spec showdown.
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Going just by the specs, it may seem as though the Moto X is fighting an uphill battle against the likes of heavy hitters like Samsung’s Galaxy S4 and Apple’s iPhone 5. However, the strength of the Moto X appears to be in it’s computing power and customization (read our Moto X hands-on impressions). Housing the X8 chipset beneath it’s exterior – an exterior that can be customized with 17 back colors and various other color/material combinations of your choice – the Moto X should get the job done. Apple devices seem to work in a similar way: even with a lower number on the spec sheet, they manage to run smoothly.

The display of the Moto X may also appear as a turn off, as it’s smaller in size at 4.7 inches and maxes out at 1280 x 720 pixels. It does produce a comparable pixels-per-inch count to the iPhone 5, so we’ve no doubt the picture will be just fine. But both are overshadowed by the impressive display on the Galaxy S4. Similarly, the Galaxy S4 has a considerable advantage when it comes to the megapixel count on its camera, but Moto X sports a ClearPixel that promises great results of its own. A lot of the differences between these phones are going to show up clearly when you take the time to play around with them. User interface is as important as anything, and Moto X may appeal to you more with its Touchless Control and an Active Display feature that displays information when you turn the phone over from face down rather than making you turn the phone on and off.

 

Come far entrare più clienti in un negozio? Una strada sempre valida è quella di regalare quello che prima costava già poco nella prospettiva che il cliente: a) compri dell’altro attirato da ciò che vede sugli scaffali e b) torni più spesso a fare visita allo Store. Ciò accade anche per le applicazioni nel negozio virtuale di Apple, come ci spiega Dante D’Orazio nel suo articolo per TheVerge.com

 

Apple offers free downloads to get you to use its retail store app

Apple hopes it can incentivize iPhone users to download the company’s mobile shopping app. The Apple Store app, which lets users shop for products online as well as set up in-store pickups, now features free promotional downloads. The first promotion is for a puzzle game called Color Zen, which typically costs 99 cents.

To get the free download, you have to navigate to a specific retail store page, but you can redeem the promo even if you’re not at an Apple Store. Apple has yet to detail the new program, but 9to5Macspeculates that new content (such as apps, songs, and iBooks) will be offered each week. The current promotion runs through August 27th. The offer is reminiscent of the one Starbucks has long included with its mobile app, which provides free songs each week to users, as well as the Amazon Appstore’s free app of the day. By offering free content, Apple can ensure that customers check back into the Store app frequently — and see all of the company’s new products.

 

Con una battutaccia da avanspettacolo, potremmo dire che il mercato delle applicazioni medicali – le cosiddette mHealth o mobile Health – gode di ottima salute… In effetti, stando a diverse ricerche, il numero di applicazioni mobile legate alla salute e alla medicina è aumentato in maniera esponenziale.

Ad oggi i dati mostrano come il 19% di coloro che possiedono uno smartphone abbia installato nel proprio dispositivo almeno un’applicazione di carattere medicale. Tra 5 anni si stima che la percentuale possa salire al 50% (contando anche i possessori di tablet).

Chi si cimenterà nell’ideazione e nello sviluppo di un’applicazione di questo genere dovrà far fronte a una triplice sfida. Innanzitutto mantenere alto l’interesse sul lato consumer, con prodotti personali orientati più al benessere o alla conoscenza, in generale, delle malattie. Secondariamente, riuscire a sviluppare applicativi d’aiuto quotidiano per chi deve convivere con una malattia cronica. Da ultimo, cercare di aprirsi uno spazio sempre più ampio nel settore medico-sanitario con soluzioni in grado di interagire con strutture complesse come gli ospedali o, addirittura, come i sistemi sanitari (locali, regionali o nazionali). I dispositivi mobile e i loro applicativi allora entreranno nel vivo della gestione dei dati dei pazienti, dell’organizzazione dell’attività dei medici e del lavoro delle assicurazioni.

Per un approfondimento si veda l’articolo di Ken Terry per Informationweek.com

 

Mobile Health Market To Reach $26B By 2017

The market for mobile health applications and associated devices will grow at a compound annual growth rate of 61% to reach $26 billion in revenue by 2017, according to a new report from Research and Markets. Most of that revenue will come not from software downloads, but from mobile health device sales and services, the report says.

Based partly on a survey of 324 “opinion leaders,” the report also estimates that about 50% of mobile phone and tablet users will have downloaded mobile health — mHealth — apps within five years. In contrast, 11% of cell phone users and 19% of smartphone users had mHealth apps on their devices in 2012, according to a Pew Internet survey.

The Research and Markets study predicts that smartphone user penetration will be the main driver for mHealth apps uptake and that “buyers will continue to drive the market.” Applications will enter traditional health distribution channels; second-generation apps will focus on chronic diseases; and mHealth business models will broaden, the report states.

The report divides the development of the mHealth market into three phases. Having gone through the initial trial phase, the market has now entered the commercialization stage. This is characterized by “a massive increase of offered solutions, the creation of new business models and the concentration on private, health-interested people, patients and corporations as major target groups,” said the report.

The third phase, in which mHealth apps will become part of doctors’ treatment plans, is mainly being held back by “missing regulations,” the report says. This is a reference to the long-delayed final rule of the Food and Drug Administration (FDA) on the use of mHealth apps as medical devices. Some observers view the absence of the FDA regulations, expected to arrive this fall, as a deterrent to investment in apps designed for people with chronic diseases.

There are other major obstacles, however, to the integration of mHealth apps with mainstream healthcare. One is the difficulty of integrating monitoring data with the clinical workflow and electronic health records. Another is the current lack of payment to doctors for viewing this data.

The report hypothesizes that in the next phase of the market, “health insurers will become the main payer, especially for the more advanced mHealth solutions (2d generation mHealth applications).” Today, however, most health plans are not even paying for home monitoring, let alone the use of mobile apps in treatment. Three large self-insured employers recently agreed to cover WellDoc’s diabetes management app as a prescription benefit, but that’s the exception so far.

John Moore, founder and CEO of Chilmark Research, which has also studied the mobile health market, told InformationWeek Healthcare that the transition to new reimbursement methods might reshape physicians’ attitudes about mobile health. “We’re moving to a capitated care model where providers are taking financial risk, and with that we’re seeing a number of provider organizations begin to monitor patients outside of the exam room. But it’s very preliminary—it’s all pilots. There have been no broad rollouts of any of this stuff,” he said.

Even if Research and Markets’ forecast about downloads of mHealth apps turns out to be accurate, Moore said, most of those apps will continue to be medical reference and fitness/wellness programs. “The vast majority will not be integrated [with physician treatment plans],” he said.

However, he admitted, the crystal ball is blurry at this point. One factor that could change the equation, he noted, is the proposed Meaningful Use Stage 3 criteria. Among other things, those would require that EHRs accept patient-generated data, including biometric data on weight, blood pressure, and blood glucose.

How about the workflow issue? “Maybe the data will go into a cloud-based system that will convert it for EHRs to digest,” he suggested. But doctors might still be reluctant to view the data unless they were convinced it would help them provide better care without increasing their liability.

Meanwhile, he pointed out, lots of companies are coming with new app-related monitoring devices to “surf the wave” set in motion by Nike and other fitness firms. Already, he said, some firms are selling their devices with free applications and coupling those with other apps you have to pay for. For example, a fitness app might be combined with a weight-loss program that is using the same data.

“What we haven’t found yet is when is there a convergence between consumer needs for health and wellness activities and when providers will use it in the context of care delivery and monitoring a patient over time,” Moore said.

Idee come quelle di Spotify mi rendono felice. “Tutta la musica che vuoi a portata di un clic”: la voce suadente che intervalla le mie scelte musicali ha perfettamente ragione. Sono certo che se avessi avuto Spotify al tempo del liceo, quando ero adolescente e di musica letteralmente vivevo, beh… probabilmente non mi sarei mai diplomato!

Spotify (e come lui altri tentativi precedenti) ha costretto le case discografiche e gli artisti a uscire dalla trincea in cui si erano rifugiati, smettere di vedere pericoli e pirateria un po’ dappertutto e capire che il modo di fruire le canzoni è cambiato per sempre… Sembra infatti che si siano accorti che Spotify non è l’ennesimo nemico, ma un’opportunità. Lo dimostrano gli oltre 500 milioni di dollari sotto forma di royalties che la compagnia di musica in streaming ha pagato dal 2006 a oggi.

Per saperne di più: l’articolo di Nathan Olivares-Giles per TheVerge.com

Spotify’s losses grow despite revenue doubling in 2012

A major question looms over Spotify and its streaming music competition: can anyone grow into a profitable business? For Spotify, the answer is not yet. In 2012, Spotify’s revenue doubled, but it also failed to turn a profit as its losses grew due to increased licensing fees, The Wall Street Journal said in a report. The problem here is that all Spotify does is stream music. And in order to do that, it has to pay record labels and musicians licensing fees so it’ll have something to stream. For now, the fees are growingalong with everything else and profit remains out of reach.

In 2011, when the music service made its US debut after years of popularity in Europe, Spotify brought in about $252 million in revenue, according to the Journal. In 2012, revenue jumped to $576.5 million, the report said. Losses meanwhile have grown from $60 million in 2011 to $77 million in 2012, largely due to increased licensing fees, the Journal said. Spotify reported these numbers in regulatory filings submitted to the Luxembourg company registry. While the company hasn’t broken out how much it specifically spent on licensing fees last year, the Journal noted that Spotify has paid more than $500 million in royalties since launching the service back in 2006.

The company has previously said that about 70 percent of its revenue — which comes from ad sales and paying subscribers — goes toward paying licensing fees. As of July, Spotify has about 6 million paid subscribers, 1 million of whom have signed up since December. But there are another 18 million Spotify users who don’t pay, opting instead to listen to up to 10 hours of free music filled with radio-style ads each month.

Clearly, Spotify needs to grow its paying customer base if it’s going to turn into a viable business. It’s also hoping that expansions into Mexico, Hong Kong, Malaysia, Singapore, and other new markets will help push the company into profitability. The company is alsonegotiating with record labels for price breaks on the licensing fees that are eating into its revenue. Spotify’s issues, of course, aren’t unique. Pandora and Rdio face similar hurdles as royalties industry-wide have hit the $1 billion mark. One sign of hope for the likes of Spotify is the fact that streaming music has caught on so much that it’s bitten into music downloads. But this has also pushed Google and Apple into the streaming music ranks, giving Spotify even more competition in an already crowded space.