La notizia dell’integrazione del profilo iBeacon nei nuovi device Apple non aveva suscitato molto clamore. Alla WorldWide Developers Conference di settembre, l’attenzione era stata soprattutto calamitata dai prodotti mobile (il sofisticato 5s e lo stra-annunciato 5c, presunto low-cost) e dai rinnovati sistemi operativi iOS7 e Mavericks.

Eppure ciò che è passato sotto traccia potrebbe avere un impatto molto forte sulle modalità d’uso e sugli ambiti di utilizzo dei nostri dispositivi mobile.

È molto che si favoleggia sul suggestivo concetto di Internet of Things, sulla concreta possibilità di mettere in comunicazione fra di loro degli oggetti, di farli dialogare in maniera “intelligente”. Si parla di qualcosa di grande portata che supera gli stretti confini di questa o quella tecnologia. Significa far entrare il digitale nel reale,  farlo interagire con i nostri gesti, con la nostra quotidianità. Le informazioni e i contenuti – di natura commerciale e no – potranno raggiungere l’utente dove e quando servono di più. Il concetto di mobile come “strumento sempre in movimento con noi” verrà modificato, diventando più profondo (e vero). Tablet e Smartphone potrebbero essere altro che pratici dispositivi per stare connessi alla rete, magari per scaricare la posta elettronica o per aggiornare il proprio status social anche quando si è in metropolitana o al parco.

 

Una soluzione tecnologica esiste già e risponde al nome di NFC. Il New Field Communication, basato su comunicazioni radio a corto raggio consente all’utente (e al suo dispositivo) di ricevere informazioni, trasferire file e, soprattutto, effettuare transazioni e pagamenti.

Per molti questa era la strada da perseguire. Per molti, ma non per tutti. Fra questi ultimi scettici c’è sempre stata Apple che degli smartphone – al di là del recupero di altre company – rimane la regina e l’inventrice. Non avendo mai creduto nel NFC, l’azienda di Cupertino ha preferito tirare diritto e puntare su un’altra tecnologia, a suo giudizio più funzionale. Trattasi del cosiddetto Bluetooth Low Energy (BLE), esistente da tempo e di cui iBeacon non è che un protocollo brevettato da Apple.

 

Ma cosa è possibile fare con iBeacon? Gli ambiti di utilizzo sono molteplici e vanno dalla condivisione/fornitura di informazioni commerciali in-store (offerte, promozioni, adv ad hoc, etc.) alla diffusione di contenuti digitali direttamente dove e quando servono (musei, mostre, luoghi turistici, momenti ludici e di entertaiment). Una declinazione concreta del tanto discusso proximity marketing. Un primo e significativo test – perché coinvolgerà molte persone – riguarda l’uso in eventi della Major League, il massimo campionato americano di baseball. In questo caso i trasmettitori installati negli stadi trasmetteranno – tramite apposite applicazioni – informazioni, offerte e contenuti sviluppati ad hoc per gli sportivi presenti allo stadio.

Rispetto alla tecnologia NFC, quella che sta dietro al BLE permette un raggio d’azione più ampio (fino a 50 metri) rispetto ai pochi centimetri di cui il primo ha, invece, bisogno per funzionare correttamente. D’altro canto, il BLE si presta meno ad operazioni come transazioni e pagamenti tramite mobile device e più – proprio perché si basa su uno standard di trasmissione che favorisce la condivisione open delle informazioni – a una distribuzione facilitata dei contenuti.

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La società polacca Estimote produce sensori wireless che utilizzano la tecnologia BLE per trovare e comunicare con gli smartphone nelle vicinanze

La shopping experience e non solo, potrebbe modificarsi in maniera radicale. Anche l’idea di offerta customizzata e il concetto di esclusività si evolveranno grazie all’opportunità di inviare offerte mirate ai singoli consumatori.

Tuttavia, la rivoluzionarietà della soluzione proposta non è sinonimo di banalità dell’attuazione della stessa. Ci sono diversi gradi di complessità in base alle esigenze dei potenziali fruitori. Se si vogliono organizzare campagne marketing di una certa forza e consistenza allora è necessario studiare un sistema o una piattaforma in grado di gestire i dati inviati e ricevuti da un numero importante di device. Un’azione seria ed efficace di marketing location-based va oltre il solo e semplice posizionamento di tanti trasmettitori in uno spazio circoscritto.

Un progetto pensato con criterio, dunque, potrebbe portare a risultati sorprendenti. Allora lo sviluppo di un’applicazione beacon-sensitive e l’installazione di trasmettitori nel luogo prescelto, divengono gli ingredienti indispensabili per arrivare alla combinazione perfetta.

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Copyrights 2013 © by Estimote, Inc

Il cosiddetto “mCommerce”, ovvero le vendite on-line che hanno come protagoniste le mamme, è sempre più caratterizzato dall’uso di dispositivi mobile, in particolare smartphone.

 

Guardando al mercato statunitense, si scopre che la percentuale di madri dotate di smartphone è passata dal 59% del 2011 all’87% di quest’anno. Il 46% di esse arriva addirittura a definirsi “smartphone addicted”. Sembra, poi, che le utenti mamme siano anche più attive on-line rispetto alle donne in generale (90 contro 76%).

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L’importanza della notizia risiede nella centralità del ruolo delle madri d’Oltreoceano (ma il ragionamento è valido anche per le nostre) come veri decisori delle spese in ambito domestico. Nell’85% dei casi, sono proprio le donne a incidere in maniera definitiva sulle scelte d’acquisto (da TheNextWeb).

 

E i dispositivi mobile servono anche per trovare e visionare offerte commerciali. Negli Stati Uniti oltre il 65% degli utilizzatori di smartphone (il 60% in Italia) si serve del proprio telefono per visitare attività commerciali. Visite che nel 38% dei casi (30% qui da noi) si tramutano in acquisti. E la categoria delle “mamme” non è da meno. Tralasciando le attività più strettamente connesse alla funzione di “telefono mobile” (invio sms, controllo email, chiamate), si nota che il 67% di esse si serve dello smartphone per leggere news, il 63% per fare shopping, il 60% per gestire il proprio conto corrente, il 52% per guardare applicazioni dedicate ai loro bambini e il 27% per leggere blog (da eMarketer).

 

Non che prima dell’avvento degli smartphone “l’universo mamma” non fosse un terreno di caccia per i maghi del marketing. Tutti sanno che le genitrici sono sempre alla ricerca di prodotti e offerte (nessuno al mondo ha bisogno un ricambio di oggetti quanto i bambini in crescita!) e che sono disposte a spendere qualcosa di più pur di avere il meglio per la propria prole.

Lo smartphone, dunque, facilita e aumenta le possibilità di acquisto. Un sito web ottimizzato per il mobile è indispensabile per aumentare i momenti di visibilità. In ogni caso, però,  le potenzialità dei “telefoni intelligenti” vanno ben oltre l’essere solo un più comodo strumento  per navigare su un sito web (perché mi sta in tasca al contrario di un PC…).

 

L’obiettivo è un altro e più ambizioso: dare soluzioni che sfruttino appieno le potenzialità di questi dispositivi. Come un’applicazione pensata ad hoc può fare.

Un’idea fra tante. Riservare coupon digitali con offerte e sconti ai soli utilizzatori di smartphone potrebbe essere un buon inizio. Il coupon digitale, salvato sulla memoria del proprio telefono, diviene – per esempio – una leva in più nelle mani dell’ufficio marketing per portare i clienti al punto vendita. Magari per fargli fare un check-in nel proprio store, con il successivo share sui social network.

Ma non solo. Potrebbe essere un mezzo per creare fedeltà: coloro che entreranno a far parte della comunità mobile si sentiranno parte di qualcosa di esclusivo, a loro solo riservato. Nel migliore dei casi, se si troveranno bene, potrebbero addirittura decidere di ricevere future comunicazioni commerciali, lasciando i loro dati personali.

Un sogno?

 

Le App? Nella stragrande maggioranza dei casi le troviamo gratuite al download. Ma siamo sicuri che sia la strategia giusta?

Spesso ho scritto di quanto il micromondo di AppStore (o macromondo, considerando l’ampiezza dell’offerta) sia mutato rispetto alle origini. Oltre alla dimensioni, ciò che è davvero cambiato è la maniera di fare business al suo interno. All’inizio le cose erano semplici, limpide: “io società di sviluppo espongo la mia merce, tu utente paghi un prezzo per averla”; oppure: “caro utente, ti dono gratuitamente ciò che ho realizzato”. Insomma, costo al download o scaricamento for free.

 

Un tempo con questo semplice e antico meccanismo (“ogni prodotto ha il suo prezzo”) era possibile guadagnare. In alcuni casi, anche cifre  consistenti. Si trattava, appunto, di “un tempo”. In un precedente post ho paragonato quel periodo a quello dei pionieri che si spingono nei territori  di “frontiera”. Sperimentando e scoprendo man mano nuove soluzioni i primi “coloni” dell’AppStore scommettevano sulla creatura di Cupertino. Si era ancora nel periodo in cui avere un’idea buona era sufficiente per sfondare, in cui l’intuizione poteva fare la differenza….

Sono conscio di esagerare, romanzando il passato. Se lo faccio, tuttavia, è proprio per rimarcare le differenze con l’oggi. Attualmente, i dominatori del negozio di Apple non sono né i geniali sviluppatori nerd né i loro soci brillanti comunicatori. Ora sono le major, le grandi case di software che non solo hanno le abilità e i mezzi per confezionare prodotti (quasi sempre videogame) di altissima qualità ma che hanno anche la forza di metterli a disposizione in forma… gratuita! (almeno come download).

 

Lo spunto per questo post viene da una ricerca di Flurry (ripresa da un articolo del solito Techrunch) sulla scomparsa o quasi delle applicazioni a pagamento. Nel 2010 le applicazioni “free” rappresentavano l’80% del totale. Nel 2012 la percentuale si è alzata di 4 punti. Nel 2013 è arrivata a quota 90%.

Soprattutto è interessante notare che anche per la sparuta minoranza del 10% che ancora crede nella formula a pagamento, più della metà (6%) appartiene alla prima fascia di prezzo, quella dei 0,99 $. Le previsioni, comunque ci dicono che la percentuale di applicazioni gratuite salirà fino al 93% nel giro dei prossimi 12 mesi.  Sembra quasi che – in un mondo orientato verso il “free” –  chi opta per una soluzione a pagamento lo faccia con estrema cautela, sottovoce, in maniera dimessa (scegliendo un’opzione di basso profilo come il primo prezzo).

Ugualmente indicativo è il dato (si veda grafico 2) che mostra come molti sviluppatori, prima di arrivare alla distribuzione “gratuita” abbiano provato in fase di test soluzioni a pagamento. Tra le tipologie che più rimangono legate al sistema “paid” troviamo le applicazioni di “produttività”, di “business”, quelle che si occupano di fitness o salute, di lifestyle, viaggi, che forniscono sistemi di navigazione, per fare foto e video o servizi di meteorologia (fonte Distimo).

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Ma allora da dove provengono i guadagni? Oggi è possibile monetizzare seguendo altre strade, più creative ma sicuramente meno dirette, quali l’acquisto di contenuti aggiuntivi direttamente nell’applicazione (come la formula “freemium”) o l’inserimento di banner pubblicitari.

 

Sembra che la competizione serrata e l’affannosa ricerca di visibilità abbiano spostato tutto sul free. E anche i “pesci piccoli” si sono adeguati, sperando di avere più chance di farsi strada fra “i giganti” dominatori delle classifiche. Come se la gratuità fosse la formula magica per emergere dalle centinaia di migliaia di offerte simili.

Concludo lanciando una provocazione (ma forse nemmeno tanto…) che ha come punto di partenza proprio quel 90% di App “free to download”. Siamo proprio sicuri che l’opzione gratuita sia la strada giusta per chi desidera ottenere spazio all’interno dell’AppleStore (ma la situazione nel Google Play Store non è così diversa)? Paradossalmente, non sarebbe forse più conveniente evitare il sovraffollamento e mettere la propria App a pagamento?

Avete mai sentito parlare di “mobile born”? Anche se non lo sapete, è molto probabile che siate entrati in contatto diretto con loro. Addirittura è possibile che alcuni di voi ne abbiano uno (o più) che si aggira per casa.

I “mobile born” non sono altro che i bambini nati all’epoca dei dispositivi mobile, smartphone e tablet. E che, per ovvie ragioni, hanno cominciato a familiarizzare con questi strumenti presto, molto presto. Stando alla ricerca “Zero to Eight Children’s Media Use in America 2013″ dell’americana Common Sense Mediail 38% dei bambini sotto i due anni (avete capito bene!) ha già usato un dispositivo mobile nel corso della sua vita (nel 2011, la percentuale era del 10%).

Se poi si considera la fascia d’età 0-8 anni, si scopre che il 72% dei bambini maneggia, più o meno abitualmente, telefoni e tablet dei propri genitori, destreggiandosi con abilità fra librerie musicali, immagini e applicazioni.

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Tra le principali attività svolte dai pargoli iperdigitalizzati (che superano per precocità gli ormai famosi “nativi digitali”) troviamo: giocare a videogames, utilizzare delle applicazioni, guardare video e film, leggere ebook. Cloud_in_touch_mobile born_common_sense

Una tendenza che non accenna a diminuire. Se negli ultimi due anni, il tempo giornaliero trascorso dagli under 8 davanti a media tradizionali, quali TV o DVD, è sensibilmente diminuito, quello passato utilizzando dispositivi mobile è aumentato di 10 minuti, arrivando agli attuali 15.

La televisione rimane comunque il mezzo sovrano sia per l’intrattenimento che il cosiddetto settore “educational”. Tuttavia, qualcosa sta cambiando, specialmente quando si tratta di tablet.

Le “tavolette” diventano veicoli per “studiare” e “apprendere divertendosi” nel 43% dei casi. Ugualmente in forte crescita le percentuali di bambini fra 0-8 anni che “leggono” su dispositivi mobile.

Dall’indagine emerge che il 16% di essi lo fa quotidianamente o almeno una volta alla settimana e il 12% ogni tanto. Il device preferito per questo genere di attività – e la cosa non stupisce affatto – è il tablet.

La ricerca poi mostra anche i differenti gradi di penetrazione e le diverse destinazioni d’uso che esistono fra famiglie di reddito medio-alto e famiglie di reddito medio-basso. Solo il 20% di quelle più “povere” possiede un tablet contro il 63% di quelle più “ricche”. Il divario si osserva anche nell’utilizzo di questi dispositivi: solo il 28% di quelle a basso reddito li usa per finalità educative (contro il 54% di quelle più agiate).

 

Ora si potrebbe obiettare che la ricerca, proprio perché condotta negli Stati Uniti, non abbia molto a che vedere con quando accade alle nostre latitudini e che sia da catalogare fra le curiosità. Credo, invece, che questa indagine dica molto anche su di noi, o meglio, sull’ultimissima generazione di nuovi nati e sul loro modo di relazionarsi con la tecnologia. Basta fermarsi ad osservare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno quando guardo rapito mia figlia duenne utilizzare con estrema naturalità l’iPad (anche dopo il passaggio ad iOS7…). La stessa naturalità di chi ha sempre avuto contatti con questo tipo di oggetti.

Il mercato delle applicazioni si sta muovendo in quel senso. Forse anche le imprese nostrane dovrebbero tenerne conto. Realizzare una App per i bambini (dove il brand aziendale emerge, ma senza essere troppo invasivo) potrebbe essere un ottimo modo per conquistare anche i genitori…

Ciclicamente giornali e tv ci parlano di come l’Italia sia entrata o rimasta fuori dalla modernità digitale. Di quanto gli italiani accedano a internet, usino gli smartphone, siano abili nelle transazioni online e attenti al digital marketing. Ma le imprese, piccole e medie, come si comportano?

GettonePartiamo dagli italiani intesi come utenti privati. Una buona occasione per saperne di più è, in questo senso, la sezione dedicata all’Italia del Global Media Intelligence Report di eMarketer pubblicato circa un mese fa (su dati elaborati da Gfk Eurisko).

Qual è l’atteggiamento degli italiani nei riguardi dei media e quale l’utilizzo delle nuove tecnologie? Tralasciamo la nostra predilezione per la tv e la poca frequentazione con giornali e magazine (223 minuti contro 31 per giorno) e guardiamo a ciò che ci interessa, ovvero possesso e utilizzo di Smartphone e Tablet.

Se la penetrazione della telefonia mobile raggiunge il 90% della popolazione, quella degli smartphone arriverà a toccare – alla fine del 2013 – il 41% degli utenti di tutto il mercato mobile, ovvero circa 20 milioni di italiani. Una percentuale che nel 2017 si stima possa salire fino al 68%.

Chi possiede un telefono “intelligente” è nella maggioranza dei casi uomo (54,3% contro 45,7% di donne), appartenente alla classe media (58,3%) e di un’età compresa fra i 35 e i 44 anni (24,9%). Parlando di fascia d’età ricordiamo che quella fra i 25 e i 34 anni arriva seconda per un soffio,  totalizzando 24,2%. Quindi è nell’arco temporale di venti anni che si concentra la maggioranza di coloro che ne possiedono uno.

La stessa navigazione sul web via mobile cresce di continuo, con tassi che sfiorano il 30% rispetto all’anno precedente. Alla fine di quest’anno, il 42% dei possessori di un telefonino userà il proprio dispositivo per navigare in rete. Non è affatto un caso che le percentuali di possessori di smartphone e navigatori tramite dispositivo mobile siano pressoché identiche.

Riguardo ai tablet, pur di fronte a percentuali di possesso non ancora alte, eMarketer prevede comunque una “tablet audience” calcolabile in ben 12,1 milioni per questo anno.

Il profilo dell’utilizzatore-tipo di smartphone e tablet che emerge da questa e da altre ricerche pubblicate negli ultimi tempi sembra costruito ad hoc sulle aspettative dei pubblicitari che, dopo la crisi e le percentuali a due cifre in negativo registrate dai media tradizionali in questi ultimi anni, puntano con decisione sul digital marketing, specialmente in versione mobile. Lo smartphone user è: una persona adulta, in attività, appartenente alla classe media o alta (nel caso dei tablet), di istruzione media-superiore, dipendente dal proprio dispositivo da cui quasi mai si separa prima di uscire di casa, propenso agli acquisti attraverso di esso e con il quale effettua le proprie ricerche in rete.

Insomma, una situazione che fa ben sperare in vista di una sempre maggiore modernizzazione e che vede il nostro Paese – più o meno – in linea con i dati del resto dell’Europa Occidentale.

E le nostre imprese, invece, come si comportano? Quanto descritto spinge a credere che anche le forze produttive attive oggi in Italia – ovvero le piccole e medie imprese di cui è ancora formata la struttura economica nazionale  – abbiano fatto a gara per arrivare prime nel cogliere le opportunità apertesi con lo sviluppo e la diffusione dei mobile device. In realtà, non pare stia andando proprio così…

Da uno studio pubblicato in primavera dall’Osservatorio Mobile Device & Business App del Politecnico di Milano emerge come esista ancora un atteggiamento attendista da parte delle PMI. Se da un lato i nuovi dispositivi mobile sono entrati in azienda (e s’intende anche tablet e non solo smartphone), dall’altra il management nostrano appare ancora titubante nell’investire nell’ITT. In particolare in quei prodotti software come le applicazioni mobile in grado di: a) spingere, comunicare, promuovere prodotti e servizi; b) gestire e semplificare la produzione e i processi in azienda. E ciò accade  nonostante in molti casi la forza vendita sia stata appositamente dotata di strumenti mobile come il tablet.

Ma allora cosa impedisce alle applicazioni mobile di entrare in azienda? Christian Mondini, uno degli autori dello studio lo spiega così: “L’inerzia delle PMI italiane per quanto concerne l’adozione di soluzioni IT può essere analizzata attraverso due chiavi di lettura. In senso assoluto, l’ancora carente cultura sulle opportunità offerte dalle soluzioni digitali; nel dettaglio, la limitata capacità di riuscire a comprendere i molteplici benefici derivanti dall’adozione di soluzioni di Mobile Business”.

A quando un cambio sostanziale?

Ci siamo lasciati dall’ultimo evento di Apple con alcune previsioni sensate (articolo keynote Apple 10 settembre).

Successivamente ho espresso il mio disappunto (riflessioni sulla presentazione dei nuovi iPhone) di fronte al fatto che tutti i prodotti mostrati (ottimi prodotti) non avessero suscitato in me un particolare stupore o sorpresa anche a causa dei continui leaks da parte dei produttori cinesi.

Domani presteremo nuovamente la nostra attenzione all’evento organizzato da Cupertino, con il suo “We still have a lot to cover”. Dunque, cosa dobbiamo aspettarci dalla presentazione di Apple? Ci sarà una sorpresa?

Partiamo dal keynote precedente, quello del 10 settembre. Se la linea iPhone è stata rinnovata, sono, invece, mancati all’appello gli iPad. Per questi sono previsti aggiornamenti hardware e nel caso della versione “grande” è previsto un cambio abbastanza radicale dello chassis che lo renderà molto più simile al mini. Riguardo a quest’ultimo, è altamente probabile che la speranza di molti di veder integrato un display retina verrà frustrata.

Il nome dato all’evento ha un che di sibillino: “We still have a lot to cover”. Come è noto, “cover” in inglese significa anche custodia… Per associazione potremmo ipotizzare che si sia di fronte a una produzione multicolore come per l’iPhone C. In fondo – come è accaduto il 10 settembre – anche questa volta il manifesto di lancio dell’evento è supercolorato…

Tutto qui? Assolutamente no!

Apple dovrà stupirci ancora con lo splendido Mac Pro rivelandone – fra le altre cose – il costo e con la nuova release di OSX che dopo anni abbandona la famiglia dei felini per trasformarsi in Mavericks (come uno dei luoghi californiani più amati dai surfisti).

Sono, inoltre, previsti aggiornamenti hardware per i MacBook Pro con i nuovi processori Haswell di Intel (più potenti e dal minor consumo di batteria), per i MacMini e per Apple TV

Insomma, tutto procederà da piano o avremo qualche (bella) sorpresa?

Ma sopratutto: che il mio pendolino sia davvero migliore di quello del compianto Maurizio Mosca

Il momento del rilascio di un’applicazione non segna la conclusione di un progetto, semmai del primo step, della prima parte del lavoro. Un’affermazione sempre più vera, dato che l’attuale situazione di AppStore è radicalmente diversa da quella che si poteva osservare solo qualche tempo fa. Niente come l’espressione “qualcosa è cambiato” è più adatta per descrivere ciò che è successo.

app-marketing-cloud_in_touchPrima – nei tempi eroici – era come trovarsi in un territorio di frontiera, con spazi sterminati e popolato da pochi coraggiosi pionieri. La sensazione che, invece, si prova oggi è assimilabile a quella di un cittadino medio di una moderna megalopoli, magari con la densità abitativa di Tokyo: sentirsi un singolo elemento statistico che al massimo può ambire, almeno una volta nella vita, ai famosi 15 minuti di celibrità.

Fuor di metafora, oggi è sempre più complesso sia ottenere visibilità nell’AppStore per aumentare i download sia aumentare i download per salire in visibilità nelle classifiche dell’AppStore. In un precedente post abbiamo mostrato come per entrare nella top ten app italiana serva ormai una media di 11.000 download ogni 48 ore (e il nostro non è nemmeno fra i mercati più sviluppati).

L’occasione della pubblicazione del nostro progetto Fresh & Local, il conseguente utilizzo delle principali leve di marketing a nostra disposizione per promuoverlo e i dubbi sulla correttezza delle scelte operate, mi hanno fatto tornare in mente un report pubblicato nello scorso mese di marzo dalla Forrester, società di marketing americana.

Dall’indagine condotta su un campione di 58.000 individui è emerso il basso impatto che campagne one-way push hanno sui consumatori. In particolare, in cima a questa speciale classifica delle comunicazioni meno degne di fiducia si trovano i messaggi di direct marketing provenienti dalle aziende. L’invio di notifiche, sms e messaggi email non richiesti sono considerati alla stregua di spam. Subito dopo, raccoglie poca fiducia tutto quanto viene postato dalle medesime sui propri profili social.

Il grado di fiducia, invece, aumenta quando si tratta di ciò che viene scritto nei siti web delle aziende, dei risultati dei motori di ricerca, delle opinioni di altri utenti su questo o quel prodotto o servizio e delle recensioni di professionisti del settore apparse sui media, cartacei e digitali (magazine, blog e siti).

Tuttavia, se si deve concedere fiducia a qualcuno allora il consumatore continua a preferire l’opinione di chi gli sta intorno, siano essi familiari, amici e conoscenti.

Una classifica che vede Stati Uniti ed Europa viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, seppur con alcune variazioni percentuali (gli americani confidano molto più nelle review di professionisti rispetto ai “sospettosi” europei, con un 55% contro un 33%).

Dunque l’obiettivo è conquistare familiari, amici e conoscenti in maniera che questi influenzino gli orientamenti di acquisto dei rispettivi… familiari amici e conoscenti! Ma come è possibile spezzare questo circolo vizioso?

Gli analisti della Forrester propongono una soluzione antica: l’aggiunta di contenuti ad hoc che diano valore al marchio o al prodotto pubblicizzato, in modo da renderlo agli occhi del consumatore / utente un qualcosa: a) di meritevole di fiducia b) degno di nota c) inconfondibile e d) essenziale.

Un contenuto brandizzato che dev’essere facilmente accessibile e in grado di tenere in considerazione il contesto, il momento e la modalità di fruizione (da un dispositivo mobile, da pc, dalla televisione etc.). Un contenuto che possa essere condiviso e che abbia in sé ragionevoli motivi di interesse.

I contenuti – dai consigli per le neo mamme targate Johnson&Johnson fino agli eventi spettacolari sponsorizzati Red Bull – hanno lo scopo di coinvolgere il consumatore / utente, di farlo sentire parte più o meno attiva di qualcosa e non solo il semplice terminale di un messaggio (quest’ultimo spesso non diverso dall’imperativo “compra!”). Insomma, uscire da una logica prodotto-centrica per entrare in una dove si concede qualcosa in più al potenziale acquirente / utilizzatore (nel segno di “ti do qualcosa in cambio della tua attenzione al mio marchio”).

Tutto ciò può servire anche nel momento della promozione di una App mobile? In linea generale, sì. Promuovere cercando di incuriosire, colpire, concedere e offrire qualcosa prima che il possessore di smartphone entri nel negozio virtuale Apple e clicchi “installa” è una strategia che può dare buoni frutti.

Resta, tuttavia, un grosso dubbio che ci riporta al “qualcosa è cambiato” dell’inizio, ovvero: tutto ciò è sufficiente? Non esito a rispondere dicendo che un tempo lo sarebbe senz’altro stato. Una applicazione pregevole, mediamente originale e ricca di contenuti se promossa con criterio e un minimo di pianificazione scalava le classifiche.

Oggi, con le classifiche dominate dalle grandi major che producono giochi o da start up lautamente finanziate, serve un budget consistente per la promozione a volte pari o superiore a quello allocato per lo sviluppo.

 

Nella post-PC era, l’App Economy  è diventato un settore in forte espansione (anche qui da noi, in Europa).

Si parla spesso di crescita del mondo mobile e, in particolare, del boom nella diffusione delle applicazioni. I dati sulla crescita dei due principali negozi virtuali di Apple e Google lo dimostrano: alti profitti e almeno un milione di applicazioni presenti su ciascuno di essi. E tutto ciò in poco tempo, considerando che AppStore è nato solo cinque anni fa.

Ma quanto impatta il mercato delle applicazioni mobile sull’economia reale, oltre ai guadagni dei grandi gruppi? Quanti posti di lavoro sono stati direttamente o indirettamente creati con la crescita di questo settore? Scopriamo cosa si nasconde dietro alle tante icone (più o meno flat) che ormai riempiono i display dei nostri dispositivi e che hanno reso “smart” i nostri telefoni (e i nostri tablet). L’indagine realizzata da Vision Mobile è particolarmente interessante in quanto focalizzata sui 28 Paesi dell’Unione europea (per una volta, dunque, senza i numeri dell’ipermonitorato mercato nordamericano).

Partiamo dagli utenti e da come è cambiato il consumo di ICT negli ultimi anni. A oggi, si calcola che circa il 50% degli europei ha nelle tasche o in borsetta uno smartphone. La stessa percentuale si riferisce a coloro che accedono a internet passando per i dispositivi mobile. La domanda, poi, non accenna a diminuire, con tassi di crescita superiori al 10% annui.

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Ma cosa incide su questa crescita che non accenna a diminuire? Concorrono a creare il cosiddetto “circolo virtuoso” della App Economy elementi quali dispositivi sempre più sofisticati, una connessione sempre attiva e App ogni giorno più interessanti e ben strutturate. Tuttavia a fare da veri catalizzatori del mercato sono i negozi virtuali App Store e Google Play Store.

Grazie ad essi, da una parte i consumatori trovano un luogo sicuro (per effettuare gli acquisti) e di facile accesso dove poter cercare e trovare applicazioni; dall’altra gli sviluppatori hanno a disposizione canali distributivi a basso costo, dove diffondere i propri prodotti su scala globale in maniera da raggiungere tutti i potenziali clienti.

Senza dubbio il mercato europeo è ancora acerbo rispetto a quello degli Stati Uniti. Come affermano gli autori dell studio: “Mobile and apps today are at a stage of development that is analogous to the internet pre-broadband”. Tuttavia i macrodati per il 2013 vanno in un’unica direzione, mostrando un settore in grande espansione.

Da un punto di vista economico, si calcola che nel 2013, il fatturato del settore delle applicazioni mobile (sviluppo e servizi) raggiungerà i 51 miliardi di euro. E ciò riguarda applicazioni in vendita negli store, contratti firmati con privati per lo sviluppo di prodotti digitali, per la fornitura di servizi e la vendita attraverso e-commerce.

Da un punto di vista dell’occupazione, i numeri mostrano una situazione in controtendenza rispetto alla crisi occupazionale che colpisce in molte parti dell’Unione. Sarebbero 794.000 mila i posti di lavoro creati intorno al settore delle applicazioni mobile. Di questi 529.000 mila direttamente legati alla App Economy; la maggioranza (62%) è composta da sviluppatori, seguita dai diversi livelli di management (30%).

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I Paesi dell’Unione europea poi, contribuiscono per il 22% alla produzione globale di applicazioni e relativi servizi. Si tratta della seconda posizione a livello mondiale dopo il Nord America (42%), davanti ai Paesi asiatici (18%).

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La crescita è quantificabile in 10 miliardi di euro per anno, con le proiezioni al 2016 che indicano un incremento fino a toccare i 15 miliardi di euro.

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Ovviamente, come avviene in altri settori, ci sono differenze tra regioni (resta significativo il divario tra Europa Occidentale e Orientale) e Stati (con la Gran Bretagna che, per fatturato e penetrazione di smartphone, si avvicina più ai dati d’oltreoceano. Risultati consistenti, comunque, anche per Francia e Germania).

Cosa potrebbe dare ulteriore carburante al settore? Sicuramente politiche a livello di Paese e di Unione europea che facilitino e promuovano l’accesso a internet, rendendone la penetrazione ancora più trasversale sia nei diversi Stati che nella società (per esempio con una migliore ripartizione fra le differenti fasce di età).

Proximity Marketing: grande potenzialità da maneggiare con cura. La notizia è ormai di qualche settimana fa: niente più cestini per l’immondizia “spioni” per le strade di Londra. Almeno per il momento. L’amministrazione comunale ha imposto a Renew, società di marketing e pubblicità, di interrompere la raccolta di dati dei passanti che si trovavano nelle vicinanze dei suoi speciali gettacarte: i cestini high-tech, dotati di schermi LCD sui quali vengono proiettate informazioni e advertising.

Ma facciamo un passo indietro. Nel mese di giugno, Renew aveva installato dei particolari device all’interno di 12 cassonetti nella City di Londra, in una zona ad altissima densità di professionisti muniti di smartphone.

Grazie alla connessione wi-fi e individuando mac-address proprio di ogni telefono cellulare, il dispositivo è stato in grado di registrare movimento, modello, direzione, velocità dei singoli smartphone tracciati e… dunque di coloro che li trasportano! Renew ha subito assicurato che si tratta di dati totalmente anonimi, non riconducibili a singole persone, ne più ne meno simili a quelli che si possono raccogliere attraverso indagini quantitative condotte con metodi più tradizionali. L’amministrazione comunale, invece, preoccupata per la privacy dei cittadini si è cautelata, imponendo di interrompere la sperimentazione.

Non preoccupatevi! L’obiettivo di questo post non è disquisire se e quanto le nostre vite sono “sotto controllo”  e se la nostra privacy è a rischio (e qui le citazioni si sprecano: da Orwell con il suo “Grande Fratello” fino a Philip Dick e il suo futuristico “Minority Report”).

Questa storia è interessante perché per la prima volta – o quasi – dà consistenza reale (e tangibile) al cosiddetto proximity marketing (o marketing di prossimità). Un concetto troppo spesso raccontato e poco vissuto. L’operazione di Renew, infatti, è stata efficace, rapida, massiva e accurata nel contempo e, soprattutto non gravata da troppi impedimenti tecnologici (niente bluetooth, con tutte le sue complicazioni e limitazioni, ma solo wi-fi). Un’operazione in grado di ridurre l’incertezza che i futuri clienti (le aziende) possono nutrire sull’efficacia di campagne di questo tipo e, di conseguenza, su un reale ritorno dell’investimento. E per chi ha sborsato dei soldi per promuovere il proprio prodotto o servizio, questi elementi contano parecchio. La stessa Renew, lanciando l’iniziativa dei cestini traccianti, aveva parlato di voler portare “i cookies di internet nella vita reale”.

Gli scenari che possiamo intravedere sono molteplici e sembrano proprio andare incontro alle esigenze delle aziende e del loro più grande e pressante desiderio-ossessione: avere dati sempre più targettizzati e precisi sia per soddisfare meglio le esigenze dei potenziali clienti sia – sogno ancora più proibito – per stimolarne i bisogni. Sapere che in una data zona, a una data ora, in determinati giorni, diversi possessori di smartphone si dirigono verso un fast-food o un’attività commerciale farebbe risparmiare molto tempo e denaro a coloro che si dannano per scoprire il modo per tenersi stretti i clienti e per conquistarne di nuovi. Le prime ad essere interessate potrebbero essere proprio le aziende di telefonia mobile: Samsung, Apple o Motorola avrebbero meno incertezze nell’aprire un negozio di accessori in una strada che sanno essere frequentata da tanti utilizzatori di loro prodotti.

Quindi: prendere dati, studiare comportamenti, scoprire i consumi per poi inviare messaggi e comunicazioni commerciali. Tutto bello e tutto interessante. Eppure sento che qualcosa continua a non convincermi fino in fondo. Qualcosa che ha a che vedere con i seguenti due fattori.

  1. La valanga di comunicazioni che quotidianamente ci sommerge. Il rischio – e non è un problema nuovo – è quello del “tanti messaggi, nessun messaggio”. Spesso il consumatore troppo sollecitato da notifiche, sms, richieste di accettazione, di attivazione, promozione etc. non ascolta e non risponde più.
  2. L’importanza del consenso e (il vero) ascolto dell’opinione del consumatore. Il consenso va sempre chiesto: raccogliere dati in maniera furbesca e borderline è – oltre che in certi casi illegale e poco etico – anche pericoloso, perché potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’azienda (gli anni Cinquanta e Sessanta, quando il consumatore era nulla, sono finiti da un pezzo). Siamo cittadini consumatori con diritti che non vogliamo veder violati.

Cosa fare allora? Avessi la risposta avrei già scritto un best seller. Mi limito a una banalità (e forse, proprio perché tale, trascurata): in questa giungla intricatissima senza dubbio è importante essere sicuri di almeno due cose:

  • La prima, che il consumatore davvero voglia ricevere le informazioni e le offerte commerciali che l’azienda sta proponendo (cioè che queste non arrivino in momenti sgraditi, magari mentre si sta usando il telefono per lavoro. È sufficiente un incidente del genere per perdere per sempre un cliente).
  • La seconda, che non abbia fornito i suoi dati solo perché “sotto ricatto”. Del tipo: il servizio non parte se tu non mi dai un’email valida e non hai compilato un form… (molte applicazioni oggi partono da questi presupposti).

Esiste una via alternativa? È la libertà di scelta l’arma più appuntita per ottenere i migliori risultati?

Ne discutiamo nel prossimo post.

In attesa delle novità Apple, alcune previsioni e un paio di riflessioni.

Sono passati 3 mesi circa dalla presentazione di iOS7 e OSX Mavericks e in questo periodo si sono susseguite un’infinità di immagini inerenti al fantomatico iPhone low cost e all’ iPhone 5S. In realtà niente di sorprendente. I primi leak di questi modelli risalgono già ai primi mesi del 2014. È possibile che Apple non sia più in grado di stupirci? (come si è detto nel precedente articolo http://cloudintouch.it/2013/09/05/apple-e-la-capacita-di-inventare-il-futuro/). Senza dubbio l’ufficio marketing di Cupertino è abile a creare un “clima di attesa” intorno ai nuovi prodotti attraverso un gioco di mezze verità e un po’ di smentite. Tuttavia, è anche evidente un grosso problema di sicurezza interna. Basti pensare che  le immagini dei primi iPhone 5 furono mostrate prima della presentazione del 4s.

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