La pirateria – e forse dico una cosa scontata – è un grosso problema anche per iOS.

Nel mondo del Jailbreak esistono AppStore fittizi dove è possibile scaricare gratuitamente copie di app che normalmente si trovano a pagamento.

Il tipo di utenza che usufruisce di questo servizio è divisibile in due macro-categorie:

a. persone che non compreranno mai la tua app

b. persone intenzionate all’acquisto, ma che desiderano provarla prima di investire i loro soldi nel tuo prodotto 

Riguardo al successivo pagamento da parte degli utenti tipo b. non bisogna farsi molte illusioni: sono davvero pochi coloro che regolarizzano la loro posizione andando sullo store virtuale di Apple.

Lo scenario è, dunque, tutt’altro che roseo. Un’ulteriore complicazione viene anche dalla natura stessa delle applicazioni. Questo genere di prodotti ha, infatti, una vita brevissima di utilizzo-medio, con il tangibile rischio che la ”prova” gratuita coincida perfettamente con il termine di utilizzo. Detto questo le app hanno anche costi rappresentativi del loro effettivo utilizzo. Apple, inoltre, non fornisce alcun periodo di trial sui prodotti distribuiti attraverso l’AppStore.

Come accade per altri settori, anche le tecniche per evitare la pirateria sulle app sono molto complesse, facilmente aggirabili e dall’elevata possibilità di creare un danno anche a chi l’applicazione l’ha regolarmente acquistata. Questo a causa di falsi positivi che possono essere causati anche per una semplice sostituzione del device. Non dimentichiamoci, poi, che Apple non vincola l’applicazione al dispositivo sul quale è stata scaricata, ma all’account dell’utente che l’ha acquistata.

Esistono soluzioni al problema? Una tecnica ottimale sarebbe quella di verificare se effettivamente l’utente ha effettuato l’acquisto, richiedendo una sorta di ricevuta digitale. Con iOS7 è stato introdotto un set di nuove API che consentono di ottenerla (anche se – a dire il vero – il sistema era comunque disponibile già con Lion). La classe è in oggetto SKReceiptRefreshRequest , interessante vero? Peccato che la verifica dello scontrino digitale sia ancora una procedura particolarmente complessa.

La ricevuta digitale sarebbe anche utilizzabile nel passaggio da applicazione a pagamento ad applicazione con modello freemium, in questo modo sarebbe possibile fornire a chi ha già pagato un set superiore di risorse.

La speranza è che venga rilasciata una qualche utility che renda l’analisi più snella (esiste già una lib su GitHub, che comunque richiede diverse conoscenze nell’ambito di certificati etc). O il danno economico diventerà sempre meno gestibile.

IOS7 è uscito, lo sappiamo e molti di noi lo hanno già installato. Il nuovo sistema operativo rappresenta un cambiamento radicale rispetto al 6, un cambiamento necessario per svecchiare un prodotto che rischiava di essere visto come “datato”, specie se confrontato con quelli proposti da concorrenti che, con il trascorrere degli anni, hanno saputo produrre sistemi operativi molto accattivanti.

Non parlerò delle funzioni di iOS7, delle quali è stato detto già abbastanza. Voglio guardare “il dietro le quinte” e ripercorrere le trasformazioni che iOS7 ha subito negli ultimi mesi, dalla developer preview 1 fino al rilascio ufficiale odierno. Un’altra maniera per capire il modus operandi di Apple, fra tentativi, certezze e modifiche dell’ultima ora.

Per noi sviluppatori iOS7 rappresenta “un problema” anzi, due problemi. Il primo è il missmatch creativo che si è creato tra sistema operativo e applicazioni “vecchie” che per lo più utilizzavano lo scheumorfismo.

Il secondo sono le API e il nuovo modo di “vedere” le applicazioni.

La questione ha due risvolti, entrambi da considerare.

Senza dubbio per innovare, è necessario guardare avanti e, nel caso, prendere decisioni unilaterali, di forza, in maniera che tutti vi si adeguino senza negoziare. Lasciando troppa libertà si corre il rischio che ognuno continui sulla sua vecchia strada, implementando API vecchie. Una nota personale: è da tempo che mi riprometto di imparare bene il linguaggio “Ruby”, ma ad ogni rilascio di sistema operativo mi vedo costretto a ricominciare a studiare tutto daccapo.

Apple è decisamente coerente con quello che dice e fa; alcuni elementi dell’interfaccia grafica standard sono stati macellati da diversi sviluppatori (me compreso) per accontentare le richieste di clienti a cui non piaceva il pop up bluetto perché non in linea con i colori aziendali. Da Cupertino, infatti, non si smetteva di sconsigliare modifiche a tali componenti, avvertendo che release future avrebbero potuto generare cambiamenti, con il rischio di dare vita a comportamenti inaspettati con l’applicazione di questi hack… Insomma tutti ne erano consapevoli tanto ieri come oggi.

 

Tuttavia, se la filosofia che sta dietro a determinate scelte è comprensibile, le vie che propone per renderla operativa sono talvolta meno limpide.

Parliamo del minimalismo dell’interfaccia grafica di iOS7. È chiaro che questa scelta non è fine a sé stessa come su altri sistemi (una pura questione estetica, di gusto), ma propedeutica al contenuto e al contesto presentato, animazioni incluse.

Meno chiaro, invece, la maniera attraverso la quale trasformare il concetto in qualcosa di reale, attraverso la programmazione. Infatti, benché iOS7 preveda che tutte le app compilate debbano utilizzare come area lo schermo intero, ad oggi sembra non esistere un modo semplice per cambiare questa azione e renderla simile ad iOS6. Una scelta che ha fatto letteralmente impazzire un certo numero di sviluppatori. Capita che le “vecchie” applicazioni ricompilate vengano visualizzate con un layout diverso e con i contenuti che “scivolano” sotto la status bar. Un problema non da poco per chi come me sta lavorando per implementare animazioni di transizione diverse da quelle standard tra una sezione e un’altra senza usare gli strumenti forniti da Apple.

Non c’è dunque da stupirsi se il forum ufficiale della Mela morsicata è animato da discussioni visitate da migliaia di persone. In pratica, con questa scelta, si obbliga lo sviluppatore da una parte a “ridisegnare” gran parte del layout e dall’altra a tenere sempre presente la bicompatibilità con il vecchio sistema.

Gli stessi ingegneri Apple si sono dimostrati non esattamente all’altezza: le loro risposte ancora latitano e quando arrivano, non sono del tutto esaustive, soffermandosi su un solo modo di programmare , talvolta utilizzato da una percentuale minima dei programmatori. Intanto anch’io mi sono cimentato, proponendo una soluzione che riduca l’impatto sulle ore di lavoro e mantenga la retrocompatibilità con il 6. La speranza è che funzioni.

 

Il confronto con i programmatori ha portato Apple ha fare alcuni importanti correttivi. Dai primi giorni di settembre è possibile scaricare anche le versioni vecchie per quelle app che hanno interrotto la compatibilità con i precedenti sistemi operativi.

Nel nostro caso stiamo sviluppando un update per un nostro prodotto, iEtiquette che sarà compatibile solo con iOS7. Mentre per chi non avesse o potesse aggiornare sarà comunque possibile scaricare la versione precedente. Questa è una scelta di importanza enorme perché favorisce sia sviluppatori che utenti.

Il cambiamento, come dicevo all’inizio di questo post è radicale. Sicuramente qualcuno si lamenterà. Negli ultimi giorni ho letto di diverse polemiche riguardo ad aggiornamenti  di applicazioni a pagamento che – con il pretesto del passaggio al sistema 7 – dovranno essere pagate di nuovo dagli utenti che le avevano a suo tempo scaricate. Un caso eclatante – notizia di oggi – riguarda il task manager CLEAR che nella nuova versione iOS7 compatibile richiede ben 3 euro.

L’effort per rendere una app compatibile con iOS7 è molto elevato e per applicazioni complicate (CLEAR non è tra queste) è abbastanza normale che gli sviluppatori richiedano un pagamento. Il problema è che non è possibile fissare un prezzo di update, o gratis o tutto. D’altra parte ritengo che sia normale che un’applicazione supporti gratuitamente un solo sistema operativo. È una situazione che nel mondo desktop viviamo tutti i giorni (è probabile che qualcuno se ne approfitti, avvelenando il mercato).

 

Altre sorprese passate in sordina sono la possibilità di scaricare app in 3G fino a 100MB (prima il limite era di 50MB) e che un’applicazione per iPhone su iPad userà le risorse per retina display e verrà visualizzata a quasi tutto schermo, con un miglioramento sull’usabilità davvero notevole.

 

Proximity Marketing: grande potenzialità da maneggiare con cura. La notizia è ormai di qualche settimana fa: niente più cestini per l’immondizia “spioni” per le strade di Londra. Almeno per il momento. L’amministrazione comunale ha imposto a Renew, società di marketing e pubblicità, di interrompere la raccolta di dati dei passanti che si trovavano nelle vicinanze dei suoi speciali gettacarte: i cestini high-tech, dotati di schermi LCD sui quali vengono proiettate informazioni e advertising.

Ma facciamo un passo indietro. Nel mese di giugno, Renew aveva installato dei particolari device all’interno di 12 cassonetti nella City di Londra, in una zona ad altissima densità di professionisti muniti di smartphone.

Grazie alla connessione wi-fi e individuando mac-address proprio di ogni telefono cellulare, il dispositivo è stato in grado di registrare movimento, modello, direzione, velocità dei singoli smartphone tracciati e… dunque di coloro che li trasportano! Renew ha subito assicurato che si tratta di dati totalmente anonimi, non riconducibili a singole persone, ne più ne meno simili a quelli che si possono raccogliere attraverso indagini quantitative condotte con metodi più tradizionali. L’amministrazione comunale, invece, preoccupata per la privacy dei cittadini si è cautelata, imponendo di interrompere la sperimentazione.

Non preoccupatevi! L’obiettivo di questo post non è disquisire se e quanto le nostre vite sono “sotto controllo”  e se la nostra privacy è a rischio (e qui le citazioni si sprecano: da Orwell con il suo “Grande Fratello” fino a Philip Dick e il suo futuristico “Minority Report”).

Questa storia è interessante perché per la prima volta – o quasi – dà consistenza reale (e tangibile) al cosiddetto proximity marketing (o marketing di prossimità). Un concetto troppo spesso raccontato e poco vissuto. L’operazione di Renew, infatti, è stata efficace, rapida, massiva e accurata nel contempo e, soprattutto non gravata da troppi impedimenti tecnologici (niente bluetooth, con tutte le sue complicazioni e limitazioni, ma solo wi-fi). Un’operazione in grado di ridurre l’incertezza che i futuri clienti (le aziende) possono nutrire sull’efficacia di campagne di questo tipo e, di conseguenza, su un reale ritorno dell’investimento. E per chi ha sborsato dei soldi per promuovere il proprio prodotto o servizio, questi elementi contano parecchio. La stessa Renew, lanciando l’iniziativa dei cestini traccianti, aveva parlato di voler portare “i cookies di internet nella vita reale”.

Gli scenari che possiamo intravedere sono molteplici e sembrano proprio andare incontro alle esigenze delle aziende e del loro più grande e pressante desiderio-ossessione: avere dati sempre più targettizzati e precisi sia per soddisfare meglio le esigenze dei potenziali clienti sia – sogno ancora più proibito – per stimolarne i bisogni. Sapere che in una data zona, a una data ora, in determinati giorni, diversi possessori di smartphone si dirigono verso un fast-food o un’attività commerciale farebbe risparmiare molto tempo e denaro a coloro che si dannano per scoprire il modo per tenersi stretti i clienti e per conquistarne di nuovi. Le prime ad essere interessate potrebbero essere proprio le aziende di telefonia mobile: Samsung, Apple o Motorola avrebbero meno incertezze nell’aprire un negozio di accessori in una strada che sanno essere frequentata da tanti utilizzatori di loro prodotti.

Quindi: prendere dati, studiare comportamenti, scoprire i consumi per poi inviare messaggi e comunicazioni commerciali. Tutto bello e tutto interessante. Eppure sento che qualcosa continua a non convincermi fino in fondo. Qualcosa che ha a che vedere con i seguenti due fattori.

  1. La valanga di comunicazioni che quotidianamente ci sommerge. Il rischio – e non è un problema nuovo – è quello del “tanti messaggi, nessun messaggio”. Spesso il consumatore troppo sollecitato da notifiche, sms, richieste di accettazione, di attivazione, promozione etc. non ascolta e non risponde più.
  2. L’importanza del consenso e (il vero) ascolto dell’opinione del consumatore. Il consenso va sempre chiesto: raccogliere dati in maniera furbesca e borderline è – oltre che in certi casi illegale e poco etico – anche pericoloso, perché potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’azienda (gli anni Cinquanta e Sessanta, quando il consumatore era nulla, sono finiti da un pezzo). Siamo cittadini consumatori con diritti che non vogliamo veder violati.

Cosa fare allora? Avessi la risposta avrei già scritto un best seller. Mi limito a una banalità (e forse, proprio perché tale, trascurata): in questa giungla intricatissima senza dubbio è importante essere sicuri di almeno due cose:

  • La prima, che il consumatore davvero voglia ricevere le informazioni e le offerte commerciali che l’azienda sta proponendo (cioè che queste non arrivino in momenti sgraditi, magari mentre si sta usando il telefono per lavoro. È sufficiente un incidente del genere per perdere per sempre un cliente).
  • La seconda, che non abbia fornito i suoi dati solo perché “sotto ricatto”. Del tipo: il servizio non parte se tu non mi dai un’email valida e non hai compilato un form… (molte applicazioni oggi partono da questi presupposti).

Esiste una via alternativa? È la libertà di scelta l’arma più appuntita per ottenere i migliori risultati?

Ne discutiamo nel prossimo post.

Le presentazioni delle novità di casa Apple sono sempre fonte di attesa (grazie anche all’abilità con cui da Cupertino preparano questi appuntamenti). Ma anche di pareri discordanti. Alcuni rimangono soddisfatti, mentre altri si dicono delusi perché si aspettavano qualcosa di più.

La spaccatura fra opposte opinioni si è presentata anche all’interno del microcosmo di Cloud In Touch dopo la presentazione delle novità mobile, il 10 settembre scorso… Ma chi ha ragione? I soddisfatti o i delusi? Ecco le nostre ragioni.

 

Soddisfazione. Prodotti tecnologicamente innovativi e apertura di un nuovo corso

Partiamo da una sensazione: i media si sono concentrati molto sui prodotti e molto meno sulla domanda: “cosa sarebbe successo se ci fosse ancora Steve Jobs?”. Il segnale che si è tornati a concentrarsi sul lavoro e sulle idee dell’azienda di Cupertino. Soddisfatto, dunque? Sì, almeno per tre ragioni.

1) Dopo qualche esitazione, Apple ha deciso di agire. La concorrenza si è fatta agguerrita sia nella produzione di smartphone (Samsung, in primis ma in futuro anche Motorola/Google) sia per diffusione dei sistemi operativi (il vasto mondo Android, ma anche il probabile terzo incomodo Windows mobile). Bisognava mostrare coraggio, uscire dall’elitarismo snobistico tipico degli anni Ottanta e Novanta. Allora funzionava, allora ci si poteva permettere di “pensare in modo differente”. Allora era possibile rimanere fuori dai giochi e non “sporcarsi” nella lotta quotidiana, senza scendere a compromessi per aumentare i volumi di vendita, ma concentrandosi solo sulla qualità. Oggi sarebbe una follia. Oggi Apple deve tenere insieme elementi spesso contrastanti: un posizionamento alto (il marchio della Mela morsicata è uno dei più importanti al mondo), prodotti di qualità, una diffusione di massa e dividendi da distribuire agli azionisti. Mi pare che il management di Cupertino ci stia provando seriamente.

2) Perché ha presentato prodotti di qualità. Qualcuno obietterà: “Ok, ma non s’è visto nulla di nuovo, dato che l’iPhone 5 già c’era”. Un’obiezione vera solo in parte. Un conto è affermare che i rumors di questi ultimi mesi avevano svelato già quanto bolliva in pentola (semmai si potrebbe rimproverare ad Apple una scarsa vigilanza) e che dunque le novità erano già state tutte “bruciate”. Un altro è dire che i prodotti presentati non portano con sé importanti innovazioni. Ma i due piani non si possono confondere. Ugualmente non si può pretendere l’invenzione rivoluzionaria ogni 12 mesi. E nonostante ciò il 5 S è un telefono totalmente rinnovato, un computer tascabile di gran classe. Il lettore d’impronte digitali su un dispositivo consumer è un grande passo, da non sottovalutare per le molteplici implicazioni future. Il 5 C, quello che tutto il mondo ha chiamato “low cost” (pur non essendolo) è invece un’abile operazione di marketing. È colorato, agile, giovane, allegro, simpaticamente “plasticoso” (ma di una plastica di livello, però). Un prodotto alla moda, disimpegnato o meglio, che maschera il suo impegno di dispositivo altamente tecnologico dietro un aspetto da giocattolo. Una previsione: venderà moltissimo. Non parliamo poi del rinnovamento del design, minimal, flat, a zero effetti e del muovo sistema operativo iOS 7.

3) Torno all’inizio. Ovvero al superamento di Steve Jobs. Non è mai facile per un gruppo resistere e proseguire con la stessa forza e incisività quando viene meno il fondatore, specialmente se costui è un personaggio carismatico, trascinatore, visionario. Lo sanno bene i movimenti religiosi, i regni, le comunità che vivono momenti di smarrimento e di divisione dopo la scomparsa del loro padre fondatore. Ovviamente si è un po’ orfani delle kermesse di Jobs, dei suoi “One more thing”, della sua capacità di incantare. Il rischio dei capi Apple nell’era post Jobs era scimmiottare quello che non c’è più. Mi pare che non l’abbiano fatto, a costo di avere una presentazione emotivamente meno coinvolgente.

Alessandro Seregni

Delusione. “Dilusione di diludendo”

Sono rimasto molto deluso dal keynote di Apple e non per i prodotti mostrati, ma perché si sapeva già tutto e da diverso tempo.

Ad Apple conviene dare un giro di vite a questi produttori cinesi che continuano a divulgare informazioni riservate sui loro prodotti oppure nei prossimi anni i Keynote li faranno loro e diversi mesi prima di quello ufficiale. Pensate a come sarebbe stato l’evento senza aver visto le immagini dell’iPhone 5C… semplicemente bellissimo! Con un modello nuovo di iPhone e un nuovo target di prezzo.

La realtà è stata, invece, diversa. È stato presentato un nuovo telefono sul quale, tuttavia, le persone avevano già potuto – da parecchio tempo – maturare ed esprimere le proprie opinioni. Per non parlare dell’errata percezione che – in questi mesi – è derivata immaginando a un modello “plasticoso” a basso prezzo! Ma forse, fra tutte le aspettative, la vendita di un modello “low cost” è forse quella che ha deluso di più. Personalmente mi ero già espresso in merito. Avevo mostrando tutto il mio scetticismo sulla possibile commercializzazione di un prodotto “low cost”, prevedendo un prezzo variabile, tra i 499 e i 549 dollari (l’ultimo è il prezzo di vendita ufficiale). Tuttavia, molti ne erano convinti, immaginando il 5C come un modello più accessibile.

Riguardo ai telefoni presentati non ho nulla da dire. Ormai la Apple ci abitua con una mid-release a cavallo dei due anni di cambiamento più radicale. Il 5S è veramente una bomba come caratteristiche hardware: la camera è splendida e velocissima, la GPU eccezionale con supporto a OpenGL ES 3.0. Qualche perplessità sul passaggio a 64bit; sicuramente è il vero passo in avanti ma gli utenti di medio livello difficilmente se ne accorgeranno. Analogo discorso per il lettore di impronte digitali. Sembra che Apple stia facendo una distinzione tra prodotti destinati a una fascia PRO e prodotti pensati per una fascia consumer normale, composta da utenti meno esigenti che cercano un bel telefono ad un buon prezzo.

Torniamo al prezzo di vendita. Il 5C in Italia, aggiunte tasse e sovrapprezzi (di cui non si capisce mai l’origine) costerà 629 euro. Ricordo che i nostri vicini francesi lo pagano già 599 euro, una cifra che non sembra esattamente concorrenziale. Un po’ diversa la situazione se si guarda oltreoceano, negli Stati Uniti. Il 5C costa 549 dollari (cioè circa 413 euro), mentre un Galaxy S4 (che sicuramente ha un hardware più potente, ma meno appeal) costa 620 dollari (cioè 466 euro, anche se in Italia viene venduto a circa 590): ecco allora dove il 5C può davvero diventare concorrenziale a Samsung.

Andrea Alessandro Finollo

Ieri sera sono state presentate ufficialmente le novità di Apple.

iphone-5s-5c_cloud_in_touch La curiosità era sicuramente per il 5C, modello che secondo i rumors dei mesi scorsi sarebbe diventato l’iPhone “low cost”. Oggi riviste, giornali e blog non risparmiano sulle “virgolette” quando parlano del basso costo del nuovo 5C. Infatti, l’azienda di Cupertino non ha smentito sé stessa e né la propria natura. Va bene competere sul mercato e uscire dall’isolamento dorato degli anni Ottanta e Novanta, ma con i modi che le sono propri, ovvero qualità e innovazione. Costerà 599 euro. Il nuovo telefono è in 5 colori, ha una scocca in policarbonato a prova di graffio e appare decisamente accattivante. Arriverà sui mercati di Francia, Germania e UK entro il 20 settembre. Noi italiani, invece, dovremo pazientare ancora qualche mese (si dice fino a dicembre).

Molto interessanti anche le novità che riguardano il prodotto top, l’iPhone 5S. Al di là della possibilità di scegliere fra diversi colori (molto luxury come oro, argento e grigio), a colpire sono le innovazioni tecnologiche introdotte. Tra le quali:

 

  • Touch ID, il lettore di impronte digitali, in grado di riconoscere il suo “padrone”, accelerando e rendendo più sicure alcune operazioni
  • una fotocamera rinnovata
  • un processore a 64bit

Tutto ciò all’interno del nuovo sistema operativo iOS7, disponibile gratuitamente dal 18 settembre (per iPhone, dal 4 in su; per iPad, dal 2 in su e per iPod Touch 5th gen).

Per saperne di più su quanto presentato alla conferenza di ieri, segnaliamo gli articoli pubblicati da:

TheVerge.com

TechCrunch.com

CorrieredellaSera.it

LaRepubblica.it

 

 

In attesa delle novità Apple, alcune previsioni e un paio di riflessioni.

Sono passati 3 mesi circa dalla presentazione di iOS7 e OSX Mavericks e in questo periodo si sono susseguite un’infinità di immagini inerenti al fantomatico iPhone low cost e all’ iPhone 5S. In realtà niente di sorprendente. I primi leak di questi modelli risalgono già ai primi mesi del 2014. È possibile che Apple non sia più in grado di stupirci? (come si è detto nel precedente articolo http://cloudintouch.it/2013/09/05/apple-e-la-capacita-di-inventare-il-futuro/). Senza dubbio l’ufficio marketing di Cupertino è abile a creare un “clima di attesa” intorno ai nuovi prodotti attraverso un gioco di mezze verità e un po’ di smentite. Tuttavia, è anche evidente un grosso problema di sicurezza interna. Basti pensare che  le immagini dei primi iPhone 5 furono mostrate prima della presentazione del 4s.

Read more!

Con l’avvicinarsi della data del 10 settembre – indicata da molti come quella del prossimo keynote speech – aumentano i rumors sulle possibili novità dei telefoni Apple e, in particolare, intorno al cosiddetto iPhone 5C.

Sono mesi che si ventila l’ipotesi di uno smartphone low-cost in grado di rilanciare le vendite (specialmente fra i più giovani) e di occupare un segmento di mercato ora dominato dai dispositivi made in Asia (Samsung in testa).

iphone5c_cloud_in_touchIl minor prezzo rispetto a quello della versione attualmente in commercio dovrebbe derivare dall’uso di materiali meno nobili. L’alluminio e il vetro della scocca propri dell’iPhone 5 sarebbero sostituiti dalla plastica. I sobri ed eleganti black or white tra cui il consumatore oggi può decidere, verrebbero rimpiazzati da una più ampia scelta cromatica.

Le voci parlano di una plastica decisamente più resistente a quelle che di norma viene usata per gli altri smartphone e sulla quale sono stati condotti numerosi e positivi test per saggiarne la resistenza ai graffi.

Insomma, dopo anni di estrema severità ed essenzialità nell’uso di materiali e colori, ecco il ritorno a un prodotto meno impegnativo e più giocoso. Benché la plastica si era già vista nel iPhone 3G e 3GS, la scelta dei colori sgargianti fa ritornare in mente gli iMac, primi computer desktop a non essere solo grigi….

Insomma, ipotizzando che l’iPhone low-cost sia qualcosa di reale e non la solita ben architettata leggenda metropolitana fiorita intorno al mondo di Cupertino, la sfida è di quelle toste.

Gli strateghi della Mela morsicata dovranno essere abili nel tenere insieme, in maniera armonica, vari elementi quali:

- il mantenimento di uno standard qualitativo alto anche nella versione low-cost (da Apple ci si aspetta sempre il meglio)

- il rispetto del “posizionamento alto” dell’altro iPhone, quello high-cost (chi l’ha acquistato, sborsando cifre importanti o sottoscrivendo abbonamenti in media più onerosi, vuole che il suo sacrificio economico sia ricompensato da un prodotto riconoscibile come “esclusivo”)

- il rispetto del consumatore low-cost, che pur sapendo di aver pagato un prezzo inferiore, non dovrà sentirsi possessore di un prodotto di serie B

- il cambio di look, che deve essere importante ma senza stravolgere ciò che iPhone è stato fino ad oggi.

Intanto, i rumors contagiano anche la versione high-cost 5S. Sembra che al nero e al bianco, ora gli utenti potranno scegliere anche una versione color oro/champagne…

Ciò che si può fare è avere un po’ di pazienza e aspettare poco più di 15 giorni per verificare quanto di vero si è detto e scritto fino ad ora.

 

Per qualche informazione in più si vedano anche:

- Apple : une coque en plastique résistante aux rayures pour l’iPhone 5C ? da Generation-nt.com

Leaked photos show Apple’s rumored gold iPhone 5S da TheVerge.com

Sembrano passati anni luce da quando BlackBerry dominava su tutti. Prima simbolo dell’efficientismo di professionisti, manager e colletti bianchi che non si staccavano mai da quel  telefono (quasi fosse una loro appendice) e poi via via re di altri segmenti di mercato, fino alla conquista – roba inaudita, sogno di tutti i direttori marketing – anche degli incontentabili teen-ager.

Metteva d’accordo tutti: era di moda, di tendenza e di utilità. Forma e sostanza insieme. Tastiera facile da usare, un server di posta dedicato che non falliva mai e che consegnava le email in tempo reale. L’ufficio e il business ti seguivano ovunque con BlackBerry. Ma anche gli amici e i loro messaggi.

E ora, invece, la caduta. È sempre strano assistere alla perdita di interesse verso prodotti che ci sembravano inattaccabili dalla concorrenza e dal tempo. Ma cos’è successo al gioiello dell’omonima compagnia canadese?

Cloud_in_touch_Blackberry_logoSicuramente una prima causa va ricercata nell’arrivo degli smartphone, o meglio di iPhone. Per un po’ ha retto la formula che voleva “iPhone buono per i momenti liberi mentre il BlackBerry per il lavoro”. Il telefono Apple si è rivelato un ottimo strumento anche per i professionisti che, finalmente, potevano continuare a inviare e ricevere i loro messaggi di posta elettronica con in più l’opportunità di sfruttare al meglio internet e di accedere a quell’universo di informazioni, di utilità e di svago racchiuso nelle centinaia di migliaia di applicazioni mobile. E di cui BlackBerry non ne aveva capito il potenziale.

A rileggerle ora, le parole – misto di derisione e disprezzo – dell’ex CEO Mike Lazaridis nei confronti del telefono di Cupertino, da lui considerato appena più di un giocattolo, beh… fanno abbastanza effetto.

Secondariamente, la compagnia è stata vittima dei suoi stessi trionfi. Si è di fronte a un classico atteggiamento di chi, raggiunta una posizione di predominio, smette di innovare e si rilassa, pensando che ormai il più è fatto. Un atteggiamento che è costato carissimo anche ad imperi e regni nel passato. Un atteggiamento molto umano, ma che non dà scampo. Ciò ha significato accorgersi troppo tardi che era necessario investire subito nella realizzazione di uno smartphone per non perdere tempo, per non venire superati da altre compagnie e brand. E non parliamo solo di sistemi operativi, ma anche di estetica, con le stesse linee rimaste immutate per anni. Quando alla BlackBerry hanno compreso che quello che facevano non era più sufficiente e che era urgente esplorare nuove vie… gli altri competitor erano ormai irraggiungibili. A questo si deve aggiungere che i risultati ottenuti dallo sviluppo progetti più al passo con i tempi (tablet e smartphone) non si sono rivelati all’altezza delle speranze (basti pensare al PlayBook e ai modelli Z10 Q10).

Terza grande ragione è quella economica. La rincorsa, quando l’avversario è già lontano, costa di più in termini di sforzi e sacrifici. Soprattutto se colmare il gap tecnologico deve avvenire in un momento in cui le vendite sono già diminuite in maniera preoccupante.

E ora? Quali strade si possono intraprendere per non disperdere tutto il know-how di un’azienda dal (recente) glorioso passato?

Nel breve periodo gli analisti del “Wall Street Journal” ne vedono quattro.

1) Creare una joint venture, magari interessata ad acquisire la tecnologia che sta dietro al nuovo sistema operativo BlackBerry 10. I rumors parlano di IBM fra i potenziali compratori (sebbene la multinazionale americana, famosa per le sue acquisizioni, non navighi in acque così tranquille).

2) La compagnia viene smembrata, con la vendita dei pezzi migliori a soggetti diversi. BlackBerry detiene tanti brevetti, alcuni dei quali molto interessanti (per esempio per compagnie come le cinesi ZTE o Huawei, che poco investono in R&D).

3) La vendita a un altro gruppo. Anche in questo caso, il futuro acquirente comprerebbe un marchio in crisi (sebbene con un suo, pur piccolo, gruppo di aficionados), ma anche un know-how di grande rispetto e una tecnologia funzionante. I nomi? Microsoft, Samsung o la cinese Lenovo. L’ostacolo, tuttavia, potrebbe essere posto dal governo canadese, ostile all’acquisto da parte di un gruppo straniero.

4) L’uscita dalla Borsa. Ma in questo modo sarebbe più difficile trovare un gruppo di private-equity propenso a correre il rischio di puntare sul suo rilancio.

Ciò che resta è un’azienda che ha avuto una buona idea, l’ha perseguita e sviluppata con grande forza e meticolosità, che ha goduto dei frutti del suo lavoro e che – rifiutando di vedere che il panorama stava cambiando – vive i suoi giorni del declino.

 

Per qualche idea in più di veda anche l’articolo di Eric Zeman BlackBerry’s Collapse: 5 Key Mistakes per InformationWeek.com

La storia è ciclica, si ripete, direbbe Erodoto. Ugualmente la moda e le tendenze. Anche se in alcuni casi vorrei davvero che non fosse così. Penso alle giacche dai colori sgargianti con le spalle imbottite che andavano di moda negli anni ’80, ai film con protagonisti i dinosauri o ai telefoni con apertura a flip. Purtroppo questi ultimi  sembrano tornare dal recente passato dove speravo giacessero sepolti per sempre, sconfitti dal design pulito ed essenziale degli smartphone (è una opinione personale certo che, come vedete, non riesco proprio ad addolcire ).

Responsabile della riesumazione è Samsung che già nel mese di novembre dello scorso anno aveva lanciato sul mercato asiatico il suo flip phone, utilizzando l’attore Jackie Chan come testimonial.

Ora pare che la compagnia coreana stia per presentare un nuovo telefono chiamato W789 Hennessy (e non Galaxy Folder come volevano i rumors), con sistema operativo Android 4.2.2 Jelly Bean e soprattutto dotato di flip. Anche in questo caso la distribuzione dovrebbe essere limitata – almeno all’inizio – alla sola Cina.

L’articolo di Andy Boxall per Digitaltrends.com ci fornisce ulteriori particolari.

 

The flip phone is back, as Samsung launches the W789 Hennessy in China

A few weeks ago, a Samsung flip phone running Android appeared in a leaked picture, leading to rumors the phone would be named the Galaxy Folder, and it was to be officially announced soon. However, the device shown was the Samsung W2013, a phone already on sale in China. Despite this, the rumors weren’t completely false, as Samsung has now announced a brand new Android flip phone, the SCH-W789 Hennessy.

In the pictures, it looks very similar to the W2013, but its specification is actually lower than Jackie Chan’s phone. It has two screens, one inside the flip and the other on the outside, both of which measure 3.3-inches and have a 320 x 480 pixel resolution. Inside is a quad-core 1.2Ghz processor and 1GB of RAM, which power the Android 4.1 Jelly Bean operating system, complete with the TouchWiz user interface over the top.

Other features include GPS, Wi-Fi, a microSD card slot, a 1500mAh battery, and a 5-megapixel camera on the back. It’s a heavy beast at a whopping 208 grams, which is more than the Nokia Lumia 920 and even the Vertu TI, and measures a little over 18mm thick, more than two iPhone 5’s put together.

Sadly for those who disagreed when I called the Galaxy Folder an anachronism, attractive only to hipsters who couldn’t let go of the past, unless you’re in China you won’t be sporting the W789 Hennessy in the near future. It’s designed, as many Chinese smartphones are, to run on either GSM or CDMA networks though, making it compatible with China’s major networks.

There’s no confirmed release date or price for the Hennessy, and no hints the phone will see an international release in the future. Oh, what a shame.

Immagini in HD anche quando parliamo con Skype. Sembra possibile grazie agli update pensati per i dispositivi Apple (iPhone 5 e iPad 4). Sarà forse la fine (connessioni veloci e illuminazione degli ambienti permettendo) di quelle immagini livide e di quelle facce itteriche e smunte?

Ce ne parla Richard Devine in un articolo apparso su iMore.com

 

Skype update brings HD video calls to the iPhone 5 and iPad 4

Skype has pushed an update out into the App Store specifically focused at the iPhone 5 and iPad 4. Both updates add support for HD video calling, which is only possible on the latest iPhone and iPad due to hardware restrictions. It’s a welcome update too, or at least it’ll be a welcome update for your friends and family who will now be able to see your happy smiling face in much higher quality than before.

Otherwise it’s all about a bunch of general fixes and improvements. Both updates are live in the App Store now, and if you’ve taken it for a spin, let us know how you’re finding the extra quality.

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