Dopo aver parlato di mamme e del legame tra e-commerce e mobile, ci occupiamo ancora dell’universo femminile, ma allargando il campo alle donne in generale (vedi post precedente).

Partiamo dal punto di osservazione statunitense. Secondo un’inchiesta di MediaPost, è già da diversi anni – dall’inizio dei Duemila – che le donne superano gli uomini nell’utilizzo di internet. Non solo. Il 60% delle spese on-line è riconducibile ad appartenenti al “gentil sesso”.

donne_smartphone_Cloud_In_TouchUna percentuale in continuo aumento grazie alla progressiva diffusione di dispositivi mobile. Con smartphone e tablet le donne americane fanno acquisti on-line, superando gli uomini di ben 15 punti percentuali (50% contro 35%). Prima di comprare però, impiegano tempo per svolgere ricerche di prodotto, per trovare offerte commerciali di loro interesse. Anche in questo caso il rapporto con gli uomini le vede primeggiare. Tavolette e telefoni intelligenti sono percepiti sempre più come oggetti indispensabili: il 58% delle intervistate sarebbe disposto a rinunciare alla TV piuttosto che a un dispositivo mobile (solo l’11% farebbe lo stesso con il proprio laptop).

E da noi in Europa, cosa accade? Secondo un sondaggio promosso da eBay e il portale AlFemminile e realizzato questa primavera tra donne del Vecchio Continente, è emerso che il 73% del campione possiede uno smartphone, mentre l’11% afferma di averne due. Le percentuali di possesso di tablet sono un po’ più basse. In ogni caso il 35% dichiara di averne uno; 1 “tavoletta” su 5 è, poi, a marchio Apple.

Non solo le europee fanno del loro dispositivo mobile un uso quotidiano (87%), ma la quasi totalità di esse (97%) ammette di usarlo ovunque e in qualsiasi occasione. Il 15% del campione cambia dispositivo ogni anno, ritenendo fondamentale possedere sempre l’ultimo modello. Un altro 37% dice di sostituirlo ogni 18 mesi circa, mentre il 47% afferma di cambiare telefono solo nel caso in cui si rompa o vada perso.

Per quanto riguarda la navigazione in internet e, in particolare, la ricerca di offerte commerciali e il conseguente acquisto di prodotti, la maggior parte delle intervistate dice di preferire l’uso di tablet (58%). In merito alla frequenza d’acquisto tramite mobile, il 63% acquista ogni tre mesi circa, il 18% una volta al mese, l’8% una volta alla settimana o ogni due settimane, il 3% una volta al giorno. 
Le scelte? In genere si tratta di prodotti o servizi legati all’ambito domestico, alla cura di sé e al tempo libero come oggetti per la casa, articoli di elettronica, libri e vestiti.

Secondo le intervistate, comprare on-line – attraverso dispositivi mobile –  è un’operazione che porta dei vantaggi. Il 22% apprezza la possibilità di confrontare i prezzi e i prodotti, il 21% di sfruttare promozioni e offerte ad hoc e il 20% la consegna a domicilio (20%). Le italiane sono attente alle promozioni visto che il 31% dichiara di guardare come prima cosa durante lo shopping on-line le offerte, contro una media europea del 21%. Tra i prodotti preferiti dalle italiane ci sono le apparecchiature elettroniche (33% contro il 24% della media europea).

Le  modalità di ricerca preferite sono la visita diretta al sito del marchio ricercato o l’utilizzo di un’apposita applicazione. I motori di ricerca vengono dopo.

Come fare, dunque, ad intercettare l’attenzione di questo target dall’alto valore commerciale? La tecnologia mobile può dare una grossa mano con offerte personalizzate e coupon da spendere sia negli acquisti on-line sia in negozio. Magari servirsi di tecniche di proximity marketing per fare offerte mirate direttamente in-store.

Il cosiddetto “mCommerce”, ovvero le vendite on-line che hanno come protagoniste le mamme, è sempre più caratterizzato dall’uso di dispositivi mobile, in particolare smartphone.

 

Guardando al mercato statunitense, si scopre che la percentuale di madri dotate di smartphone è passata dal 59% del 2011 all’87% di quest’anno. Il 46% di esse arriva addirittura a definirsi “smartphone addicted”. Sembra, poi, che le utenti mamme siano anche più attive on-line rispetto alle donne in generale (90 contro 76%).

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L’importanza della notizia risiede nella centralità del ruolo delle madri d’Oltreoceano (ma il ragionamento è valido anche per le nostre) come veri decisori delle spese in ambito domestico. Nell’85% dei casi, sono proprio le donne a incidere in maniera definitiva sulle scelte d’acquisto (da TheNextWeb).

 

E i dispositivi mobile servono anche per trovare e visionare offerte commerciali. Negli Stati Uniti oltre il 65% degli utilizzatori di smartphone (il 60% in Italia) si serve del proprio telefono per visitare attività commerciali. Visite che nel 38% dei casi (30% qui da noi) si tramutano in acquisti. E la categoria delle “mamme” non è da meno. Tralasciando le attività più strettamente connesse alla funzione di “telefono mobile” (invio sms, controllo email, chiamate), si nota che il 67% di esse si serve dello smartphone per leggere news, il 63% per fare shopping, il 60% per gestire il proprio conto corrente, il 52% per guardare applicazioni dedicate ai loro bambini e il 27% per leggere blog (da eMarketer).

 

Non che prima dell’avvento degli smartphone “l’universo mamma” non fosse un terreno di caccia per i maghi del marketing. Tutti sanno che le genitrici sono sempre alla ricerca di prodotti e offerte (nessuno al mondo ha bisogno un ricambio di oggetti quanto i bambini in crescita!) e che sono disposte a spendere qualcosa di più pur di avere il meglio per la propria prole.

Lo smartphone, dunque, facilita e aumenta le possibilità di acquisto. Un sito web ottimizzato per il mobile è indispensabile per aumentare i momenti di visibilità. In ogni caso, però,  le potenzialità dei “telefoni intelligenti” vanno ben oltre l’essere solo un più comodo strumento  per navigare su un sito web (perché mi sta in tasca al contrario di un PC…).

 

L’obiettivo è un altro e più ambizioso: dare soluzioni che sfruttino appieno le potenzialità di questi dispositivi. Come un’applicazione pensata ad hoc può fare.

Un’idea fra tante. Riservare coupon digitali con offerte e sconti ai soli utilizzatori di smartphone potrebbe essere un buon inizio. Il coupon digitale, salvato sulla memoria del proprio telefono, diviene – per esempio – una leva in più nelle mani dell’ufficio marketing per portare i clienti al punto vendita. Magari per fargli fare un check-in nel proprio store, con il successivo share sui social network.

Ma non solo. Potrebbe essere un mezzo per creare fedeltà: coloro che entreranno a far parte della comunità mobile si sentiranno parte di qualcosa di esclusivo, a loro solo riservato. Nel migliore dei casi, se si troveranno bene, potrebbero addirittura decidere di ricevere future comunicazioni commerciali, lasciando i loro dati personali.

Un sogno?

 

Avete mai sentito parlare di “mobile born”? Anche se non lo sapete, è molto probabile che siate entrati in contatto diretto con loro. Addirittura è possibile che alcuni di voi ne abbiano uno (o più) che si aggira per casa.

I “mobile born” non sono altro che i bambini nati all’epoca dei dispositivi mobile, smartphone e tablet. E che, per ovvie ragioni, hanno cominciato a familiarizzare con questi strumenti presto, molto presto. Stando alla ricerca “Zero to Eight Children’s Media Use in America 2013″ dell’americana Common Sense Mediail 38% dei bambini sotto i due anni (avete capito bene!) ha già usato un dispositivo mobile nel corso della sua vita (nel 2011, la percentuale era del 10%).

Se poi si considera la fascia d’età 0-8 anni, si scopre che il 72% dei bambini maneggia, più o meno abitualmente, telefoni e tablet dei propri genitori, destreggiandosi con abilità fra librerie musicali, immagini e applicazioni.

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Tra le principali attività svolte dai pargoli iperdigitalizzati (che superano per precocità gli ormai famosi “nativi digitali”) troviamo: giocare a videogames, utilizzare delle applicazioni, guardare video e film, leggere ebook. Cloud_in_touch_mobile born_common_sense

Una tendenza che non accenna a diminuire. Se negli ultimi due anni, il tempo giornaliero trascorso dagli under 8 davanti a media tradizionali, quali TV o DVD, è sensibilmente diminuito, quello passato utilizzando dispositivi mobile è aumentato di 10 minuti, arrivando agli attuali 15.

La televisione rimane comunque il mezzo sovrano sia per l’intrattenimento che il cosiddetto settore “educational”. Tuttavia, qualcosa sta cambiando, specialmente quando si tratta di tablet.

Le “tavolette” diventano veicoli per “studiare” e “apprendere divertendosi” nel 43% dei casi. Ugualmente in forte crescita le percentuali di bambini fra 0-8 anni che “leggono” su dispositivi mobile.

Dall’indagine emerge che il 16% di essi lo fa quotidianamente o almeno una volta alla settimana e il 12% ogni tanto. Il device preferito per questo genere di attività – e la cosa non stupisce affatto – è il tablet.

La ricerca poi mostra anche i differenti gradi di penetrazione e le diverse destinazioni d’uso che esistono fra famiglie di reddito medio-alto e famiglie di reddito medio-basso. Solo il 20% di quelle più “povere” possiede un tablet contro il 63% di quelle più “ricche”. Il divario si osserva anche nell’utilizzo di questi dispositivi: solo il 28% di quelle a basso reddito li usa per finalità educative (contro il 54% di quelle più agiate).

 

Ora si potrebbe obiettare che la ricerca, proprio perché condotta negli Stati Uniti, non abbia molto a che vedere con quando accade alle nostre latitudini e che sia da catalogare fra le curiosità. Credo, invece, che questa indagine dica molto anche su di noi, o meglio, sull’ultimissima generazione di nuovi nati e sul loro modo di relazionarsi con la tecnologia. Basta fermarsi ad osservare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno quando guardo rapito mia figlia duenne utilizzare con estrema naturalità l’iPad (anche dopo il passaggio ad iOS7…). La stessa naturalità di chi ha sempre avuto contatti con questo tipo di oggetti.

Il mercato delle applicazioni si sta muovendo in quel senso. Forse anche le imprese nostrane dovrebbero tenerne conto. Realizzare una App per i bambini (dove il brand aziendale emerge, ma senza essere troppo invasivo) potrebbe essere un ottimo modo per conquistare anche i genitori…

Ciclicamente giornali e tv ci parlano di come l’Italia sia entrata o rimasta fuori dalla modernità digitale. Di quanto gli italiani accedano a internet, usino gli smartphone, siano abili nelle transazioni online e attenti al digital marketing. Ma le imprese, piccole e medie, come si comportano?

GettonePartiamo dagli italiani intesi come utenti privati. Una buona occasione per saperne di più è, in questo senso, la sezione dedicata all’Italia del Global Media Intelligence Report di eMarketer pubblicato circa un mese fa (su dati elaborati da Gfk Eurisko).

Qual è l’atteggiamento degli italiani nei riguardi dei media e quale l’utilizzo delle nuove tecnologie? Tralasciamo la nostra predilezione per la tv e la poca frequentazione con giornali e magazine (223 minuti contro 31 per giorno) e guardiamo a ciò che ci interessa, ovvero possesso e utilizzo di Smartphone e Tablet.

Se la penetrazione della telefonia mobile raggiunge il 90% della popolazione, quella degli smartphone arriverà a toccare – alla fine del 2013 – il 41% degli utenti di tutto il mercato mobile, ovvero circa 20 milioni di italiani. Una percentuale che nel 2017 si stima possa salire fino al 68%.

Chi possiede un telefono “intelligente” è nella maggioranza dei casi uomo (54,3% contro 45,7% di donne), appartenente alla classe media (58,3%) e di un’età compresa fra i 35 e i 44 anni (24,9%). Parlando di fascia d’età ricordiamo che quella fra i 25 e i 34 anni arriva seconda per un soffio,  totalizzando 24,2%. Quindi è nell’arco temporale di venti anni che si concentra la maggioranza di coloro che ne possiedono uno.

La stessa navigazione sul web via mobile cresce di continuo, con tassi che sfiorano il 30% rispetto all’anno precedente. Alla fine di quest’anno, il 42% dei possessori di un telefonino userà il proprio dispositivo per navigare in rete. Non è affatto un caso che le percentuali di possessori di smartphone e navigatori tramite dispositivo mobile siano pressoché identiche.

Riguardo ai tablet, pur di fronte a percentuali di possesso non ancora alte, eMarketer prevede comunque una “tablet audience” calcolabile in ben 12,1 milioni per questo anno.

Il profilo dell’utilizzatore-tipo di smartphone e tablet che emerge da questa e da altre ricerche pubblicate negli ultimi tempi sembra costruito ad hoc sulle aspettative dei pubblicitari che, dopo la crisi e le percentuali a due cifre in negativo registrate dai media tradizionali in questi ultimi anni, puntano con decisione sul digital marketing, specialmente in versione mobile. Lo smartphone user è: una persona adulta, in attività, appartenente alla classe media o alta (nel caso dei tablet), di istruzione media-superiore, dipendente dal proprio dispositivo da cui quasi mai si separa prima di uscire di casa, propenso agli acquisti attraverso di esso e con il quale effettua le proprie ricerche in rete.

Insomma, una situazione che fa ben sperare in vista di una sempre maggiore modernizzazione e che vede il nostro Paese – più o meno – in linea con i dati del resto dell’Europa Occidentale.

E le nostre imprese, invece, come si comportano? Quanto descritto spinge a credere che anche le forze produttive attive oggi in Italia – ovvero le piccole e medie imprese di cui è ancora formata la struttura economica nazionale  – abbiano fatto a gara per arrivare prime nel cogliere le opportunità apertesi con lo sviluppo e la diffusione dei mobile device. In realtà, non pare stia andando proprio così…

Da uno studio pubblicato in primavera dall’Osservatorio Mobile Device & Business App del Politecnico di Milano emerge come esista ancora un atteggiamento attendista da parte delle PMI. Se da un lato i nuovi dispositivi mobile sono entrati in azienda (e s’intende anche tablet e non solo smartphone), dall’altra il management nostrano appare ancora titubante nell’investire nell’ITT. In particolare in quei prodotti software come le applicazioni mobile in grado di: a) spingere, comunicare, promuovere prodotti e servizi; b) gestire e semplificare la produzione e i processi in azienda. E ciò accade  nonostante in molti casi la forza vendita sia stata appositamente dotata di strumenti mobile come il tablet.

Ma allora cosa impedisce alle applicazioni mobile di entrare in azienda? Christian Mondini, uno degli autori dello studio lo spiega così: “L’inerzia delle PMI italiane per quanto concerne l’adozione di soluzioni IT può essere analizzata attraverso due chiavi di lettura. In senso assoluto, l’ancora carente cultura sulle opportunità offerte dalle soluzioni digitali; nel dettaglio, la limitata capacità di riuscire a comprendere i molteplici benefici derivanti dall’adozione di soluzioni di Mobile Business”.

A quando un cambio sostanziale?

iPad, applicazioni mobile e bambini in età prescolare: il legame è molto stretto. È sufficiente pensare che il 10% delle applicazioni per tablet pubblicate annualmente nel mondo sono dedicate ai bambini sotto i 6 anni.

IPAD_educational_cloud_in_touchQuesti ultimi nativi digitali – specialmente i più piccoli – sono coloro che forse meglio interpretano l’intuitività propria di questi dispositivi. Il tocco, il pinch, il far scorrere le dita e lo spostare oggetti sono movimenti naturali. Lo dico pensando a mia figlia, una bimba di quasi due anni, appassionata fruitrice di questi edugame per iPad (alcuni dei quali, ammetto, di grande pregio). Il legame fra loro e i tablet ha qualcosa di magicamente immediato. Un giorno, per esempio, l’ho osservata mentre tentava di “sfogliare” un portafoto tradizionale con le dita, cercando invano altre immagini. Ugualmente l’ho vista trattare lo schermo del nostro televisore come se fosse un touchscreen, ignorando quella cosa arcaica che si chiama telecomando.

Come per tutte le cose, anche le migliori, può esistere un risvolto negativo o almeno un punto su cui porre attenzione. Una valida interpretazione ci viene leggendo un articolo apparso su TabTime.com a firma di Glenn O’Farrell, CEO del Groupe Média TFO, società canadese specializzata nella produzione di contenuti per i più piccoli.

Secondo O’Farrell i bambini di oggi, abituati a questa avanguardia tecnologica e circondati da device evoluti, potrebbero andare incontro alla delusione e al disinteresse una volta di fronte a situazioni dove il livello tecnologico è – per le più svariate ragioni – minore.  Specialmente a scuola dove i tablet non sono ancora entrati nell’uso (almeno in modo massiccio e soprattutto alle nostre latitudini) e dove i metodi di insegnamento spesso non tengono presente questa rivoluzione.

Ciò non significa che il resto non interessi più ai bambini. La previsione dei videogiochi corruttori del mondo e fagocitatori di ogni altra forma di svago è stata smentita in questi anni. Dunque i libri di carta e i giochi tradizionali continuano e continueranno ad attirare l’attenzione (e ad occupare le scaffalature delle nostre case).

Semmai significa fare uno sforzo in più e accettare la sfida e cercare di integrare questo nuovo linguaggio quando cerchiamo di comunicare con loro.

Una cosa che dovrebbe interessare anche le aziende…

I clienti di iPhone sono più fedeli al loro dispositivo rispetto a coloro che possiedono un telefono con sistema operativo Android.

i love apple-200x200_cloud_in_touchQuesto quanto emerge dallo studio del Consumer Intelligence Research Partners. Considerando il periodo giugno 2012-giugno 2013, si nota come l’81% di coloro che utilizzavano un iPhone hanno continuato a farlo anche quando è stato il momento di acquistare un nuovo dispositivo. La percentuale di fedeltà degli utenti Android scende, invece, al 67%. Tuttavia è interessante notare come siano decisamente più numerosi coloro che abbandonano Android per iPhone piuttosto che il contrario (27% contro 14%). Se poi si guarda all’ex re del mercato BlackBerry si scopre che il 48% dei suoi vecchi clienti ha acquistato un iPhone e il 34% un telefono Android.

Sono dati interessanti, che tuttavia non sorprendono, soprattutto se si considera l’impegno che Apple ha sempre profuso per ottenere la reale e duratura “fedeltà” dei propri clienti. Una Customer Loyalty che – nonostante il passare del tempo – continua a restare alta e che va oltre la semplice “fidelizzazione”. Senza dubbio il legame tra Mela Morsicata e consumatori poggia su elementi tangibili e solidi come: a) la qualità dei prodotti venduti e b) la puntualità  nel venire incontro alle esigenze della clientela. Ma non solo. Esiste anche una sfera di “percepito non tangibile” sviluppatasi nel corso degli anni. L’abilità degli strateghi di Cupertino è stata – ed è tuttora – quella di immaginare oltre il semplice e singolo consumatore per dare origine, invece, a una comunità di persone legate da un senso di appartenenza molto forte. Insomma, la certezza di  far parte di una minoranza “non conforme al resto del mondo” che sceglie e usa prodotti “belli e giusti”. Chi usa Apple lo vuole far sapere, lo rivendica. Con la conseguente soddisfazione psicologica che deriva dall’essere convinti  di possedere qualcosa di esclusivo, non massificato (e non importa se intorno a noi milioni persone hanno un iPad o un iPhone…).

Ma osserviamo questi dati pensando al mondo delle applicazioni mobile. Questa maggiore fedeltà dei consumatori Apple comporta anche una maggiore frequentazione degli stessi dell’AppStore (rispetto a quanto i possessori di Android fanno con il Google Play)?

Io ritengo di sì. La più decisa customer loyalty degli Apple user è evidente anche osservando la maggiore frequentazione e la più profonda familiarità di utilizzo delle applicazioni mobile presenti sull’AppStore. Ciò è confortato anche da recenti dati che mostrano come il negozio Apple 1) sia 4 volte più redditizio rispetto a quello di Google Play e 2) sia di gran lunga preferito da chi investe in advertising nel settore mobile.

Un altro paio di riflessioni prima di chiudere.

Apple, iPhone ed il sistema operativo iOS sono legati in maniera indissolubile. Se sei fedele a uno lo sei anche agli altri. Diverso per il frammentassimo universo Android, fatto di aziende, marchi e dispositivi differenti. È possibile che – almeno in parte – questa parcellizzazione influisca negativamente sulla customer loyalty. Così com’è possibile che il consumatore Android si limiti a passare da un brand all’altro (da Samsung a Motorola, per esempio), acquistando dispositivi con il medesimo sistema operativo.

Infine, non bisogna dimenticarsi il fattore prezzo. È più facile che un consumatore che abbia sborsato una cifra consistente per un Samsung Galaxy S4 passi a un iPhone. Mentre è più difficile che lo faccia un consumatore che ha comprato uno dei tanti telefoni con sistema Android di fascia medio-bassa.

Tutto ciò, rimanendo in attesa del probabile iPhone low-cost, futuro 5C.

Con l’avvicinarsi della data del 10 settembre – indicata da molti come quella del prossimo keynote speech – aumentano i rumors sulle possibili novità dei telefoni Apple e, in particolare, intorno al cosiddetto iPhone 5C.

Sono mesi che si ventila l’ipotesi di uno smartphone low-cost in grado di rilanciare le vendite (specialmente fra i più giovani) e di occupare un segmento di mercato ora dominato dai dispositivi made in Asia (Samsung in testa).

iphone5c_cloud_in_touchIl minor prezzo rispetto a quello della versione attualmente in commercio dovrebbe derivare dall’uso di materiali meno nobili. L’alluminio e il vetro della scocca propri dell’iPhone 5 sarebbero sostituiti dalla plastica. I sobri ed eleganti black or white tra cui il consumatore oggi può decidere, verrebbero rimpiazzati da una più ampia scelta cromatica.

Le voci parlano di una plastica decisamente più resistente a quelle che di norma viene usata per gli altri smartphone e sulla quale sono stati condotti numerosi e positivi test per saggiarne la resistenza ai graffi.

Insomma, dopo anni di estrema severità ed essenzialità nell’uso di materiali e colori, ecco il ritorno a un prodotto meno impegnativo e più giocoso. Benché la plastica si era già vista nel iPhone 3G e 3GS, la scelta dei colori sgargianti fa ritornare in mente gli iMac, primi computer desktop a non essere solo grigi….

Insomma, ipotizzando che l’iPhone low-cost sia qualcosa di reale e non la solita ben architettata leggenda metropolitana fiorita intorno al mondo di Cupertino, la sfida è di quelle toste.

Gli strateghi della Mela morsicata dovranno essere abili nel tenere insieme, in maniera armonica, vari elementi quali:

- il mantenimento di uno standard qualitativo alto anche nella versione low-cost (da Apple ci si aspetta sempre il meglio)

- il rispetto del “posizionamento alto” dell’altro iPhone, quello high-cost (chi l’ha acquistato, sborsando cifre importanti o sottoscrivendo abbonamenti in media più onerosi, vuole che il suo sacrificio economico sia ricompensato da un prodotto riconoscibile come “esclusivo”)

- il rispetto del consumatore low-cost, che pur sapendo di aver pagato un prezzo inferiore, non dovrà sentirsi possessore di un prodotto di serie B

- il cambio di look, che deve essere importante ma senza stravolgere ciò che iPhone è stato fino ad oggi.

Intanto, i rumors contagiano anche la versione high-cost 5S. Sembra che al nero e al bianco, ora gli utenti potranno scegliere anche una versione color oro/champagne…

Ciò che si può fare è avere un po’ di pazienza e aspettare poco più di 15 giorni per verificare quanto di vero si è detto e scritto fino ad ora.

 

Per qualche informazione in più si vedano anche:

- Apple : une coque en plastique résistante aux rayures pour l’iPhone 5C ? da Generation-nt.com

Leaked photos show Apple’s rumored gold iPhone 5S da TheVerge.com

Sembrano passati anni luce da quando BlackBerry dominava su tutti. Prima simbolo dell’efficientismo di professionisti, manager e colletti bianchi che non si staccavano mai da quel  telefono (quasi fosse una loro appendice) e poi via via re di altri segmenti di mercato, fino alla conquista – roba inaudita, sogno di tutti i direttori marketing – anche degli incontentabili teen-ager.

Metteva d’accordo tutti: era di moda, di tendenza e di utilità. Forma e sostanza insieme. Tastiera facile da usare, un server di posta dedicato che non falliva mai e che consegnava le email in tempo reale. L’ufficio e il business ti seguivano ovunque con BlackBerry. Ma anche gli amici e i loro messaggi.

E ora, invece, la caduta. È sempre strano assistere alla perdita di interesse verso prodotti che ci sembravano inattaccabili dalla concorrenza e dal tempo. Ma cos’è successo al gioiello dell’omonima compagnia canadese?

Cloud_in_touch_Blackberry_logoSicuramente una prima causa va ricercata nell’arrivo degli smartphone, o meglio di iPhone. Per un po’ ha retto la formula che voleva “iPhone buono per i momenti liberi mentre il BlackBerry per il lavoro”. Il telefono Apple si è rivelato un ottimo strumento anche per i professionisti che, finalmente, potevano continuare a inviare e ricevere i loro messaggi di posta elettronica con in più l’opportunità di sfruttare al meglio internet e di accedere a quell’universo di informazioni, di utilità e di svago racchiuso nelle centinaia di migliaia di applicazioni mobile. E di cui BlackBerry non ne aveva capito il potenziale.

A rileggerle ora, le parole – misto di derisione e disprezzo – dell’ex CEO Mike Lazaridis nei confronti del telefono di Cupertino, da lui considerato appena più di un giocattolo, beh… fanno abbastanza effetto.

Secondariamente, la compagnia è stata vittima dei suoi stessi trionfi. Si è di fronte a un classico atteggiamento di chi, raggiunta una posizione di predominio, smette di innovare e si rilassa, pensando che ormai il più è fatto. Un atteggiamento che è costato carissimo anche ad imperi e regni nel passato. Un atteggiamento molto umano, ma che non dà scampo. Ciò ha significato accorgersi troppo tardi che era necessario investire subito nella realizzazione di uno smartphone per non perdere tempo, per non venire superati da altre compagnie e brand. E non parliamo solo di sistemi operativi, ma anche di estetica, con le stesse linee rimaste immutate per anni. Quando alla BlackBerry hanno compreso che quello che facevano non era più sufficiente e che era urgente esplorare nuove vie… gli altri competitor erano ormai irraggiungibili. A questo si deve aggiungere che i risultati ottenuti dallo sviluppo progetti più al passo con i tempi (tablet e smartphone) non si sono rivelati all’altezza delle speranze (basti pensare al PlayBook e ai modelli Z10 Q10).

Terza grande ragione è quella economica. La rincorsa, quando l’avversario è già lontano, costa di più in termini di sforzi e sacrifici. Soprattutto se colmare il gap tecnologico deve avvenire in un momento in cui le vendite sono già diminuite in maniera preoccupante.

E ora? Quali strade si possono intraprendere per non disperdere tutto il know-how di un’azienda dal (recente) glorioso passato?

Nel breve periodo gli analisti del “Wall Street Journal” ne vedono quattro.

1) Creare una joint venture, magari interessata ad acquisire la tecnologia che sta dietro al nuovo sistema operativo BlackBerry 10. I rumors parlano di IBM fra i potenziali compratori (sebbene la multinazionale americana, famosa per le sue acquisizioni, non navighi in acque così tranquille).

2) La compagnia viene smembrata, con la vendita dei pezzi migliori a soggetti diversi. BlackBerry detiene tanti brevetti, alcuni dei quali molto interessanti (per esempio per compagnie come le cinesi ZTE o Huawei, che poco investono in R&D).

3) La vendita a un altro gruppo. Anche in questo caso, il futuro acquirente comprerebbe un marchio in crisi (sebbene con un suo, pur piccolo, gruppo di aficionados), ma anche un know-how di grande rispetto e una tecnologia funzionante. I nomi? Microsoft, Samsung o la cinese Lenovo. L’ostacolo, tuttavia, potrebbe essere posto dal governo canadese, ostile all’acquisto da parte di un gruppo straniero.

4) L’uscita dalla Borsa. Ma in questo modo sarebbe più difficile trovare un gruppo di private-equity propenso a correre il rischio di puntare sul suo rilancio.

Ciò che resta è un’azienda che ha avuto una buona idea, l’ha perseguita e sviluppata con grande forza e meticolosità, che ha goduto dei frutti del suo lavoro e che – rifiutando di vedere che il panorama stava cambiando – vive i suoi giorni del declino.

 

Per qualche idea in più di veda anche l’articolo di Eric Zeman BlackBerry’s Collapse: 5 Key Mistakes per InformationWeek.com

La storia è ciclica, si ripete, direbbe Erodoto. Ugualmente la moda e le tendenze. Anche se in alcuni casi vorrei davvero che non fosse così. Penso alle giacche dai colori sgargianti con le spalle imbottite che andavano di moda negli anni ’80, ai film con protagonisti i dinosauri o ai telefoni con apertura a flip. Purtroppo questi ultimi  sembrano tornare dal recente passato dove speravo giacessero sepolti per sempre, sconfitti dal design pulito ed essenziale degli smartphone (è una opinione personale certo che, come vedete, non riesco proprio ad addolcire ).

Responsabile della riesumazione è Samsung che già nel mese di novembre dello scorso anno aveva lanciato sul mercato asiatico il suo flip phone, utilizzando l’attore Jackie Chan come testimonial.

Ora pare che la compagnia coreana stia per presentare un nuovo telefono chiamato W789 Hennessy (e non Galaxy Folder come volevano i rumors), con sistema operativo Android 4.2.2 Jelly Bean e soprattutto dotato di flip. Anche in questo caso la distribuzione dovrebbe essere limitata – almeno all’inizio – alla sola Cina.

L’articolo di Andy Boxall per Digitaltrends.com ci fornisce ulteriori particolari.

 

The flip phone is back, as Samsung launches the W789 Hennessy in China

A few weeks ago, a Samsung flip phone running Android appeared in a leaked picture, leading to rumors the phone would be named the Galaxy Folder, and it was to be officially announced soon. However, the device shown was the Samsung W2013, a phone already on sale in China. Despite this, the rumors weren’t completely false, as Samsung has now announced a brand new Android flip phone, the SCH-W789 Hennessy.

In the pictures, it looks very similar to the W2013, but its specification is actually lower than Jackie Chan’s phone. It has two screens, one inside the flip and the other on the outside, both of which measure 3.3-inches and have a 320 x 480 pixel resolution. Inside is a quad-core 1.2Ghz processor and 1GB of RAM, which power the Android 4.1 Jelly Bean operating system, complete with the TouchWiz user interface over the top.

Other features include GPS, Wi-Fi, a microSD card slot, a 1500mAh battery, and a 5-megapixel camera on the back. It’s a heavy beast at a whopping 208 grams, which is more than the Nokia Lumia 920 and even the Vertu TI, and measures a little over 18mm thick, more than two iPhone 5’s put together.

Sadly for those who disagreed when I called the Galaxy Folder an anachronism, attractive only to hipsters who couldn’t let go of the past, unless you’re in China you won’t be sporting the W789 Hennessy in the near future. It’s designed, as many Chinese smartphones are, to run on either GSM or CDMA networks though, making it compatible with China’s major networks.

There’s no confirmed release date or price for the Hennessy, and no hints the phone will see an international release in the future. Oh, what a shame.

Quanto le applicazioni mobile assomigliano a quelle per il web e viceversa? Il mondo di internet e quello delle App sono così lontani? Quesiti che confondono chi non è “addentro” alle questioni del mobile e che fanno infuriare gli sviluppatori puristi che si sgolano per dire che sono “due mondi diversi”.

Chissà che l’iniziativa di Quixey non mischi un po’ le carte. Si veda l’articolo di Sarah Perez per Techcrunch.com

 

Ready For A “Web” Of Apps? Quixey Launches AppURL, A New Way To Enable Deep Linking Across Mobile Applications

Mobile app search engine Quixey is today introducing a new initiative called AppURLwhich proposes a way to make mobile apps work more like the web. Instead of apps existing as standalone silos, AppURL would allow users to navigate from one app directly to a specific piece of content found in another – like an article within a news application, a restaurant listing on Yelp, or a particular friend’s profile in a social app, for example.

This concept is called “deep linking,” and it’s not an altogether new one. There have been a few attempts to kickstart its adoption in the industry before, most recently with the debut of Cellogic’s new service called Deeplink.me, which is essentially a bit.ly for mobile app deep linking. Earlier efforts have also included things like OneMillionAppSchemes.com, a database that tried to open source the unpublished custom URL schemes for iOS applications, and PhotoAppLink, an older open source initiative aiming to simplify photo editing by tying multiple photo-editing apps together using similar app-linking technology. (I’ve personally advocated for deep linking myself, I have to note.)

“The idea for deep linking isn’t necessarily new,” agrees Quixey co-founder and CEO Tomer Kagan. “Twitter has their cards,” he says, referring to Twitter’s push to have developers publish additional HTML on their webpages in order to create more media-rich tweets. ”And other companies have their own proprietary schemes. But we’re saying that not every company should redevelop their own way of doing this. There should be a universal way of doing this – a universal initiative that everyone gets behind that doesn’t benefit one person over the other.”