Coloro che creano e diffondono contenuti, messaggi, informazioni, prodotti o qualsiasi cosa sia destinato a essere visualizzato su dispositivi mobile si trovano ad affrontare un compito tutt’altro che semplice.

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Specialmente nel caso in cui bisogna decidere come gestire dei fattori già di per sé importanti quali “il luogo” e “il momento” della fruizione. Dove si troverà l’utente quando leggerà questa rivista o questo comunicato? In che situazione e in che momento della giornata visualizzerà, per esempio, questa pubblicità o userà questo gioco?

Un tempo, prima della rivoluzione mobile “smart”, le strade erano grosso modo due: in ufficio o a casa propria. Insomma, in quei luoghi dove era possibile avere uno spazio fisico adatto e collegamenti funzionanti (internet, tv). L’eccezione era la radio (o i media cartacei). I laptop avevano modificato di un po’ le abitudini, ma senza stravolgerle. Guardare un video su You Tube con un pc aperto sulle ginocchia mentre si viaggia in metropolitana non è esattamente una situazione comoda…

Poi sono arrivati i dispositivi mobili “smart” e con loro ulteriori difficoltà.

Una prima difficoltà da affrontare è proprio connessa all’essere mobile. I content provider, gli uomini marketing o qualunque soggetto realizzi un prodotto destinato a smartphone e tablet non ha più la facoltà di prevedere “dove” e “quando” l’utente visualizzerà ciò che viene realizzato. Esistono decine di indagini che sondano i comportamenti degli utenti, mostrando come, dal momento della sveglia fino all’istante in cui si spegne la luce sul comodino, i dispositivi mobile facciano parte – in maniera anche ossessiva – della quotidianità.

Una seconda difficoltà – ora che la diffusione di smartphone e tablet è ampia –  è capire se, nel momento della fruizione del messaggio o del contenuto, l’utente non sarà distratto da altro. E se la sua attenzione non sarà, pertanto, parziale, frammentata o condivisa (magari con altri media).

 

Lo spunto per questa riflessione viene da un’indagine svolta in Gran Bretagna per conto di BT British Telecom nel 2013. Agli intervistati veniva chiesto se mentre guardavano la TV erano impegnati anche in altre faccende e, in caso affermativo, quali.

Le risposte? Il 78% degli intervistati ha ammesso di svolgere altre attività. I principali diversivi? Guardare email, interagire sui social, fare shopping on-line, giocare a videogiochi, leggere.

Di conseguenza, avere la totale attenzione del pubblico (o degli utenti) ai quali ci si rivolge sarà sempre più un’utopia e un ostacolo da aggirare. Ma anche un’opportunità da tenere presente quando si rilascia un prodotto o si lancia un messaggio: da una App a una campagna su social network e web.

I cosidetti “millennials”, cioè i nati tra la fine degli anni Settanta e la metà dei Novanta, sono tra i più attivi utilizzatori di smartphone. O forse è meglio dire “addicted”, dato che una buona parte di essi afferma di provare “ansia” in caso di prolungata astensione dall’uso. E le ricerche comportamentali in questo senso si susseguono mostrando risultati simili.

 

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Parlando di mercati ben monitorati come quello statunitense e britannico si scopre che i millennials passano almeno 2 ore al giorno sui loro device mobile. Tempo sottratto a media tradizionali quali TV, radio e – ormai – PC.

Le attività principali sono state interagire con i social network, utilizzare applicazioni mobile, navigare su internet e fare acquisti.

Azioni che – in modalità differenti – vengono sfruttate dal marketing per veicolare messaggi legati ai brand e per portare gli utenti all’acquisto. I dispositivi mobile, infatti, si prestano molto bene all’interazione/interconnesione fra i diversi canali: web, App, social.  Pezzi diversi di un’unica e avvolgente strategia.

 

E i dati spingono a rendere queste relazioni sempre più strette e organiche. Il 54% di coloro che hanno tra 18-34 anni preferisce accedere ai profili social dal proprio smartphone; il PC viene in seconda posizione, con il 38%.

Secondo un’indagine di comScore MobiLens, la maggioranza di coloro che hanno 18-24 anni (56%) è stata raggiunta da un annuncio pubblicitario mentre stava utilizzando il proprio telefono scorrendo i post in una pagina social. Molti di essi, poi, hanno interagito con l’ad cliccandoci sopra (26,7%). Questa interazione, per il 25,3% di essi, ha significato ricevere un coupon o un’offerta dal marchio o azienda cliccato.

Il legame dispositivo mobile, social network e applicazioni mobile – con queste ultime che fanno da collante fra i primi due – è sempre più rilevante  per la veicolazione di messaggi commerciali. Non è solo una questione di coinvolgimento, ma di modalità d’uso.

 

Per un approfondimento si veda: “UK Millennials and Mobile: The Key Device in a Digitally Dominated Life” (eMarketer.com)

Ogni mese vengono rese note statistiche che sottolineano quanto i professionisti del marketing puntino sui dispositivi mobile per veicolare i prodotti e i servizi delle aziende per cui lavorano. La corsa sembra inarrestabile: nel 2013, negli Stati Uniti sono stati spesi oltre 2 miliardi di dollari in pubblicità pensate per il solo mondo mobile. Nel 2017, addirittura, il mobile advertising supererà quello desktop (secondo dati eMarketer).

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Tuttavia, è inutile negarlo, quando si parla di pubblicità su mobile si intende quasi sempre su smartphone. Il tablet (o l’iPad), l’altra grande innovazione di questa ultima decade, pare, infatti, non avere agli occhi dei pubblicitari e degli uomini marketing una sua specifica connotazione, un suo specifico ruolo.

Come se si fosse di fronte a una mancanza di considerazione delle caratteristiche e delle modalità di utilizzo proprie dei tablet: a partire dallo schermo più ampio, passando per il luogo di fruizione preferito (dentro casa), per arrivare ai tempi di utilizzo, segnato da sessioni mediamente più lunghe rispetto a quelle di uno smartphone.

Un dispositivo così differente (rispetto all’altro mobile, il telefono “intelligente”) che avrebbe bisogno di campagne ad hoc, pensate appositamente per esso.  Cosa che non avviene con sistematicità, nonostante l’enorme diffusione a livello mondiale.

 

Patrick Pierra, direttore di TabTimes.com sostiene che il tablet ha potenzialità molto grandi sul piano dell’efficacia dell’adv. Sia per il suo essere un dispositivo mobile (con tutti i vantaggi e le peculiarità) sia perché è in grado – in certe forme di utilizzo – di sostituire il pc, specialmente quello laptop. E il pc è ancora il “re” degli acquisti on-line.

Smartphone e tablet devono cominciare a differenziarsi. Come scrive Pierra: “Combining tablets with mobile, from an advertising perspective, could be excused in 2010, maybe even in 2011. In 2014, it won’t make any sense. Creatives are not the same. In many cases, even campaigns are not the same”.

Quando si pensa al concetto di “proximity” immediatamente la mente corre alla possibilità che i dispositivi mobile hanno di ricevere  messaggi ad hoc quando questi si trovano nelle vicinanze di un punto d’interesse.

 

Come discusso in un precedente post, si va – per esempio – dalla condivisione/fornitura di informazioni commerciali in-store (offerte, promozioni, adv, etc.) alla diffusione di contenuti digitali direttamente dove e quando servono (musei, mostre, luoghi turistici, momenti ludici e di entertaiment).

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Analogamente si immagina che questa interazione debba avvenire quando siamo fuori dalle mura domestiche, mentre siamo intenti a fare shopping, mentre seguiamo una partita allo stadio o siamo in un museo davanti a un’opera d’arte. Di solito avviene che noi – utenti smartphone – riceviamo tali segnalazioni quando entriamo in un “recinto virtuale” (geofence) ben definito. Un perimetro che, tuttavia, è stato progettato da altri (intorno al proprio negozio, supermercato o edificio) e che, quindi, si configura come un luogo non nostro, a noi estraneo.

Proviamo, quindi, a rovesciare i termini della questione. Immaginiamo che il “recinto” sia quello a noi più noto e privato, ovvero quello racchiuso dalle mura domestiche.

Senza dubbio, se si sfruttasse fino in fondo questo genere di tecnologia si farebbe un gran passo in avanti nella concreta diffusione di abitazioni sempre più automatizzate. Lo smartphone diverrebbe lo strumento principale (e più comodo) per controllare i dispositivi elettronici e le loro funzioni: termostati, contatori, luci e lampade, allarmi e sensori, elettrodomestici, aperture di porte e finestre.

Casa domotica e Internet of Things finalmente si troverebbero riuniti: gestione e controllo centralizzati e da remoto di “cose” che rispondono ai nostri comandi e riescono a dialogare fra di loro in maniera intelligente. Questi comandi, poi, potrebbero benissimo trovare in Siri – il personal assistant virtuale del sistema iOS – un forte alleato (come suggerisce Mike Elgan in un suo articolo per CultOfMac.com)  .

Ora non so se ci stiamo spingendo troppo in là. Senza dubbio la tecnologia iBeacon può essere utilizzata anche per compiti meno complessi e più legati all’invio di messaggi al proprio smartphone.

Allarmi, avvisi e informazioni potrebbero rientrare in un pacchetto più organico, come un’applicazione pensata per la gestione della nostra quotidianità. Grazie a messaggi geolocalizzati… potrebbero essere proprio le “cose” che ci circondano (e che condividono i nostri spazi domestici) a darci una mano nella vita di tutti i giorni, facendoci risparmiare tempo e aiutandoci a non dimenticare nulla.

In occasione del Mobile Marketing Association (MMA) Forum tenutosi a Londra lo scorso mese di novembre, la società di analisi ComScore ha presentato alcuni dati sulla crescita del commercio on-line attraverso dispositivi mobile.

L’indagine è particolarmente interessante perché ci riguarda da vicino, essendo focalizzata su 5 mercati-nazioni di riferimento in Europa, ovvero: Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Italia. 

Diamo dunque un po’ di numeri

In generale, la penetrazione degli smartphone nei 5 Paesi di riferimento è superiore al 64%, con punte del 71% in UK e del 74% in Spagna (noi ci attestiamo al 60% in compagnia di Francia e Germania). I tassi di crescita annuali sono ugualmente alti e compresi tra il 18% del Regno Unito e il 30% della Germania. 

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Molto buona è anche la penetrazione dei tablet. Sarebbero circa 44 milioni gli individui che, nei 5 Paesi  presi in considerazione, possiedono  una “tavoletta”. Guida la classifica l’UK con 13,8 milioni e la chiude la Spagna con 7,1 milioni. L’Italia sta in mezzo con  7,8 milioni.

 

Ma quali sono le principali attività legate al commercio on-line di chi possiede un dispositivo mobile? Sostanzialmente esse sono: 

a) quella di ricerca del prodotto attraverso l’accesso ai siti dei produttori; b) quella del vero e proprio acquisto e c) quello del pagamento direttamente al punto vendita.

Per quanto riguarda il punto a), circa il 40% degli utenti di smartphone consultano siti di retail ed e-commerce con il proprio dispositivo. I più avvezzi sono gli inglesi con il 47%, mentre i meno propensi a questo tipo di attività sono i francesi, con il 30%. In Italia il 40% di utenti naviga su siti di e-commerce e di aziende retail.

Gli spagnoli, invece, hanno il primato per quanto riguarda l’utilizzo del proprio dispositivo mobile durante lo shopping: il 60% degli iberici contro il 44% di noi italiani (secondi, in questo caso). Seguono i tedeschi con  il 40% e francesi e inglesi con il 31% . Inoltre, in media il 15% degli user si serve del proprio smartphone per fare acquisti e pagamenti on-line.

 

Più di un quarto di coloro che navigano su siti commerciali e e-commerce hanno un età compresa tra 25 e 34 anni e sono per la maggioranza uomini (53% contro 47%). 

La spesa media mensile realizzata attraverso dispositivi mobile si aggira intorno ai 200 euro (100 sterline per i cittadini britannici). Tra i beni più acquistati ci sono i vestiti e gli accessori, i prodotti elettronici, i libri, i biglietti, i prodotti per la cura personale. Chi acquista è generalmente di sesso maschile (57%) e di un’eta compresa fra i 25 e i 34 anni.

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Chi invece utilizza lo smartphone per orientarsi durante lo shopping lo fa soprattutto per ricercare il negozio adatto al proprio bisogno (21%) e per comparare i prezzi (16%).

Il 24% di coloro che si servono del proprio telefono direttamente in-store lo fa per scattare foto del prodotto e per inviare le immagini a persone di propria conoscenza (14%). Stessa percentuale di chi si serve del proprio smartphone per inviare un sms o fare una chiamata. Sono soprattutto gli uomini (61%) a fare esercizi di comparazione prezzi, mentre le donne, in genere, sono più portate a inviare sms o chiamare qualche conoscente quando si tratta di decidere sull’acquisto o meno di un determinato prodotto (58%). Appartengono più al genere maschile coloro che fanno la scansione del bar code dei prodotti (62%), mentre sono più numerose le donne che scattano e inviano foto dei prodotti ad amici o familiari (59%).  

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È notare che il 17% degli acquisti via mobile avviene quanto l’utente si trova in un negozio. 

Da questi dati emerge un elemento fra tutti: la sempre maggiore importanza dei dispositivi mobile nelle attività di ricerca, comparazione e acquisto. Non sono solo mezzi per comprare on-line, ma strumenti indispensabili che accompagnano l’utente in tutta la fase di studio e scelta. 

Tutto ciò si riflette sull’importanza della promozione da parte delle aziende dei propri prodotti su mobile e sullo sviluppo di applicazioni pensate per pubblicizzarli nella maniera migliore. 

 

La presentazione di ComScore (da cui sono tratti i grafici qui riportati) è scaricabile dopo semplice registrazione sul sito web dell’azienda americana.

La notizia dell’integrazione del profilo iBeacon nei nuovi device Apple non aveva suscitato molto clamore. Alla WorldWide Developers Conference di settembre, l’attenzione era stata soprattutto calamitata dai prodotti mobile (il sofisticato 5s e lo stra-annunciato 5c, presunto low-cost) e dai rinnovati sistemi operativi iOS7 e Mavericks.

Eppure ciò che è passato sotto traccia potrebbe avere un impatto molto forte sulle modalità d’uso e sugli ambiti di utilizzo dei nostri dispositivi mobile.

È molto che si favoleggia sul suggestivo concetto di Internet of Things, sulla concreta possibilità di mettere in comunicazione fra di loro degli oggetti, di farli dialogare in maniera “intelligente”. Si parla di qualcosa di grande portata che supera gli stretti confini di questa o quella tecnologia. Significa far entrare il digitale nel reale,  farlo interagire con i nostri gesti, con la nostra quotidianità. Le informazioni e i contenuti – di natura commerciale e no – potranno raggiungere l’utente dove e quando servono di più. Il concetto di mobile come “strumento sempre in movimento con noi” verrà modificato, diventando più profondo (e vero). Tablet e Smartphone potrebbero essere altro che pratici dispositivi per stare connessi alla rete, magari per scaricare la posta elettronica o per aggiornare il proprio status social anche quando si è in metropolitana o al parco.

 

Una soluzione tecnologica esiste già e risponde al nome di NFC. Il New Field Communication, basato su comunicazioni radio a corto raggio consente all’utente (e al suo dispositivo) di ricevere informazioni, trasferire file e, soprattutto, effettuare transazioni e pagamenti.

Per molti questa era la strada da perseguire. Per molti, ma non per tutti. Fra questi ultimi scettici c’è sempre stata Apple che degli smartphone – al di là del recupero di altre company – rimane la regina e l’inventrice. Non avendo mai creduto nel NFC, l’azienda di Cupertino ha preferito tirare diritto e puntare su un’altra tecnologia, a suo giudizio più funzionale. Trattasi del cosiddetto Bluetooth Low Energy (BLE), esistente da tempo e di cui iBeacon non è che un protocollo brevettato da Apple.

 

Ma cosa è possibile fare con iBeacon? Gli ambiti di utilizzo sono molteplici e vanno dalla condivisione/fornitura di informazioni commerciali in-store (offerte, promozioni, adv ad hoc, etc.) alla diffusione di contenuti digitali direttamente dove e quando servono (musei, mostre, luoghi turistici, momenti ludici e di entertaiment). Una declinazione concreta del tanto discusso proximity marketing. Un primo e significativo test – perché coinvolgerà molte persone – riguarda l’uso in eventi della Major League, il massimo campionato americano di baseball. In questo caso i trasmettitori installati negli stadi trasmetteranno – tramite apposite applicazioni – informazioni, offerte e contenuti sviluppati ad hoc per gli sportivi presenti allo stadio.

Rispetto alla tecnologia NFC, quella che sta dietro al BLE permette un raggio d’azione più ampio (fino a 50 metri) rispetto ai pochi centimetri di cui il primo ha, invece, bisogno per funzionare correttamente. D’altro canto, il BLE si presta meno ad operazioni come transazioni e pagamenti tramite mobile device e più – proprio perché si basa su uno standard di trasmissione che favorisce la condivisione open delle informazioni – a una distribuzione facilitata dei contenuti.

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La società polacca Estimote produce sensori wireless che utilizzano la tecnologia BLE per trovare e comunicare con gli smartphone nelle vicinanze

La shopping experience e non solo, potrebbe modificarsi in maniera radicale. Anche l’idea di offerta customizzata e il concetto di esclusività si evolveranno grazie all’opportunità di inviare offerte mirate ai singoli consumatori.

Tuttavia, la rivoluzionarietà della soluzione proposta non è sinonimo di banalità dell’attuazione della stessa. Ci sono diversi gradi di complessità in base alle esigenze dei potenziali fruitori. Se si vogliono organizzare campagne marketing di una certa forza e consistenza allora è necessario studiare un sistema o una piattaforma in grado di gestire i dati inviati e ricevuti da un numero importante di device. Un’azione seria ed efficace di marketing location-based va oltre il solo e semplice posizionamento di tanti trasmettitori in uno spazio circoscritto.

Un progetto pensato con criterio, dunque, potrebbe portare a risultati sorprendenti. Allora lo sviluppo di un’applicazione beacon-sensitive e l’installazione di trasmettitori nel luogo prescelto, divengono gli ingredienti indispensabili per arrivare alla combinazione perfetta.

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Copyrights 2013 © by Estimote, Inc

Dopo aver parlato di mamme e del legame tra e-commerce e mobile, ci occupiamo ancora dell’universo femminile, ma allargando il campo alle donne in generale (vedi post precedente).

Partiamo dal punto di osservazione statunitense. Secondo un’inchiesta di MediaPost, è già da diversi anni – dall’inizio dei Duemila – che le donne superano gli uomini nell’utilizzo di internet. Non solo. Il 60% delle spese on-line è riconducibile ad appartenenti al “gentil sesso”.

donne_smartphone_Cloud_In_TouchUna percentuale in continuo aumento grazie alla progressiva diffusione di dispositivi mobile. Con smartphone e tablet le donne americane fanno acquisti on-line, superando gli uomini di ben 15 punti percentuali (50% contro 35%). Prima di comprare però, impiegano tempo per svolgere ricerche di prodotto, per trovare offerte commerciali di loro interesse. Anche in questo caso il rapporto con gli uomini le vede primeggiare. Tavolette e telefoni intelligenti sono percepiti sempre più come oggetti indispensabili: il 58% delle intervistate sarebbe disposto a rinunciare alla TV piuttosto che a un dispositivo mobile (solo l’11% farebbe lo stesso con il proprio laptop).

E da noi in Europa, cosa accade? Secondo un sondaggio promosso da eBay e il portale AlFemminile e realizzato questa primavera tra donne del Vecchio Continente, è emerso che il 73% del campione possiede uno smartphone, mentre l’11% afferma di averne due. Le percentuali di possesso di tablet sono un po’ più basse. In ogni caso il 35% dichiara di averne uno; 1 “tavoletta” su 5 è, poi, a marchio Apple.

Non solo le europee fanno del loro dispositivo mobile un uso quotidiano (87%), ma la quasi totalità di esse (97%) ammette di usarlo ovunque e in qualsiasi occasione. Il 15% del campione cambia dispositivo ogni anno, ritenendo fondamentale possedere sempre l’ultimo modello. Un altro 37% dice di sostituirlo ogni 18 mesi circa, mentre il 47% afferma di cambiare telefono solo nel caso in cui si rompa o vada perso.

Per quanto riguarda la navigazione in internet e, in particolare, la ricerca di offerte commerciali e il conseguente acquisto di prodotti, la maggior parte delle intervistate dice di preferire l’uso di tablet (58%). In merito alla frequenza d’acquisto tramite mobile, il 63% acquista ogni tre mesi circa, il 18% una volta al mese, l’8% una volta alla settimana o ogni due settimane, il 3% una volta al giorno. 
Le scelte? In genere si tratta di prodotti o servizi legati all’ambito domestico, alla cura di sé e al tempo libero come oggetti per la casa, articoli di elettronica, libri e vestiti.

Secondo le intervistate, comprare on-line – attraverso dispositivi mobile –  è un’operazione che porta dei vantaggi. Il 22% apprezza la possibilità di confrontare i prezzi e i prodotti, il 21% di sfruttare promozioni e offerte ad hoc e il 20% la consegna a domicilio (20%). Le italiane sono attente alle promozioni visto che il 31% dichiara di guardare come prima cosa durante lo shopping on-line le offerte, contro una media europea del 21%. Tra i prodotti preferiti dalle italiane ci sono le apparecchiature elettroniche (33% contro il 24% della media europea).

Le  modalità di ricerca preferite sono la visita diretta al sito del marchio ricercato o l’utilizzo di un’apposita applicazione. I motori di ricerca vengono dopo.

Come fare, dunque, ad intercettare l’attenzione di questo target dall’alto valore commerciale? La tecnologia mobile può dare una grossa mano con offerte personalizzate e coupon da spendere sia negli acquisti on-line sia in negozio. Magari servirsi di tecniche di proximity marketing per fare offerte mirate direttamente in-store.

Le App? Nella stragrande maggioranza dei casi le troviamo gratuite al download. Ma siamo sicuri che sia la strategia giusta?

Spesso ho scritto di quanto il micromondo di AppStore (o macromondo, considerando l’ampiezza dell’offerta) sia mutato rispetto alle origini. Oltre alla dimensioni, ciò che è davvero cambiato è la maniera di fare business al suo interno. All’inizio le cose erano semplici, limpide: “io società di sviluppo espongo la mia merce, tu utente paghi un prezzo per averla”; oppure: “caro utente, ti dono gratuitamente ciò che ho realizzato”. Insomma, costo al download o scaricamento for free.

 

Un tempo con questo semplice e antico meccanismo (“ogni prodotto ha il suo prezzo”) era possibile guadagnare. In alcuni casi, anche cifre  consistenti. Si trattava, appunto, di “un tempo”. In un precedente post ho paragonato quel periodo a quello dei pionieri che si spingono nei territori  di “frontiera”. Sperimentando e scoprendo man mano nuove soluzioni i primi “coloni” dell’AppStore scommettevano sulla creatura di Cupertino. Si era ancora nel periodo in cui avere un’idea buona era sufficiente per sfondare, in cui l’intuizione poteva fare la differenza….

Sono conscio di esagerare, romanzando il passato. Se lo faccio, tuttavia, è proprio per rimarcare le differenze con l’oggi. Attualmente, i dominatori del negozio di Apple non sono né i geniali sviluppatori nerd né i loro soci brillanti comunicatori. Ora sono le major, le grandi case di software che non solo hanno le abilità e i mezzi per confezionare prodotti (quasi sempre videogame) di altissima qualità ma che hanno anche la forza di metterli a disposizione in forma… gratuita! (almeno come download).

 

Lo spunto per questo post viene da una ricerca di Flurry (ripresa da un articolo del solito Techrunch) sulla scomparsa o quasi delle applicazioni a pagamento. Nel 2010 le applicazioni “free” rappresentavano l’80% del totale. Nel 2012 la percentuale si è alzata di 4 punti. Nel 2013 è arrivata a quota 90%.

Soprattutto è interessante notare che anche per la sparuta minoranza del 10% che ancora crede nella formula a pagamento, più della metà (6%) appartiene alla prima fascia di prezzo, quella dei 0,99 $. Le previsioni, comunque ci dicono che la percentuale di applicazioni gratuite salirà fino al 93% nel giro dei prossimi 12 mesi.  Sembra quasi che – in un mondo orientato verso il “free” –  chi opta per una soluzione a pagamento lo faccia con estrema cautela, sottovoce, in maniera dimessa (scegliendo un’opzione di basso profilo come il primo prezzo).

Ugualmente indicativo è il dato (si veda grafico 2) che mostra come molti sviluppatori, prima di arrivare alla distribuzione “gratuita” abbiano provato in fase di test soluzioni a pagamento. Tra le tipologie che più rimangono legate al sistema “paid” troviamo le applicazioni di “produttività”, di “business”, quelle che si occupano di fitness o salute, di lifestyle, viaggi, che forniscono sistemi di navigazione, per fare foto e video o servizi di meteorologia (fonte Distimo).

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Ma allora da dove provengono i guadagni? Oggi è possibile monetizzare seguendo altre strade, più creative ma sicuramente meno dirette, quali l’acquisto di contenuti aggiuntivi direttamente nell’applicazione (come la formula “freemium”) o l’inserimento di banner pubblicitari.

 

Sembra che la competizione serrata e l’affannosa ricerca di visibilità abbiano spostato tutto sul free. E anche i “pesci piccoli” si sono adeguati, sperando di avere più chance di farsi strada fra “i giganti” dominatori delle classifiche. Come se la gratuità fosse la formula magica per emergere dalle centinaia di migliaia di offerte simili.

Concludo lanciando una provocazione (ma forse nemmeno tanto…) che ha come punto di partenza proprio quel 90% di App “free to download”. Siamo proprio sicuri che l’opzione gratuita sia la strada giusta per chi desidera ottenere spazio all’interno dell’AppleStore (ma la situazione nel Google Play Store non è così diversa)? Paradossalmente, non sarebbe forse più conveniente evitare il sovraffollamento e mettere la propria App a pagamento?

Avete mai sentito parlare di “mobile born”? Anche se non lo sapete, è molto probabile che siate entrati in contatto diretto con loro. Addirittura è possibile che alcuni di voi ne abbiano uno (o più) che si aggira per casa.

I “mobile born” non sono altro che i bambini nati all’epoca dei dispositivi mobile, smartphone e tablet. E che, per ovvie ragioni, hanno cominciato a familiarizzare con questi strumenti presto, molto presto. Stando alla ricerca “Zero to Eight Children’s Media Use in America 2013″ dell’americana Common Sense Mediail 38% dei bambini sotto i due anni (avete capito bene!) ha già usato un dispositivo mobile nel corso della sua vita (nel 2011, la percentuale era del 10%).

Se poi si considera la fascia d’età 0-8 anni, si scopre che il 72% dei bambini maneggia, più o meno abitualmente, telefoni e tablet dei propri genitori, destreggiandosi con abilità fra librerie musicali, immagini e applicazioni.

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Tra le principali attività svolte dai pargoli iperdigitalizzati (che superano per precocità gli ormai famosi “nativi digitali”) troviamo: giocare a videogames, utilizzare delle applicazioni, guardare video e film, leggere ebook. Cloud_in_touch_mobile born_common_sense

Una tendenza che non accenna a diminuire. Se negli ultimi due anni, il tempo giornaliero trascorso dagli under 8 davanti a media tradizionali, quali TV o DVD, è sensibilmente diminuito, quello passato utilizzando dispositivi mobile è aumentato di 10 minuti, arrivando agli attuali 15.

La televisione rimane comunque il mezzo sovrano sia per l’intrattenimento che il cosiddetto settore “educational”. Tuttavia, qualcosa sta cambiando, specialmente quando si tratta di tablet.

Le “tavolette” diventano veicoli per “studiare” e “apprendere divertendosi” nel 43% dei casi. Ugualmente in forte crescita le percentuali di bambini fra 0-8 anni che “leggono” su dispositivi mobile.

Dall’indagine emerge che il 16% di essi lo fa quotidianamente o almeno una volta alla settimana e il 12% ogni tanto. Il device preferito per questo genere di attività – e la cosa non stupisce affatto – è il tablet.

La ricerca poi mostra anche i differenti gradi di penetrazione e le diverse destinazioni d’uso che esistono fra famiglie di reddito medio-alto e famiglie di reddito medio-basso. Solo il 20% di quelle più “povere” possiede un tablet contro il 63% di quelle più “ricche”. Il divario si osserva anche nell’utilizzo di questi dispositivi: solo il 28% di quelle a basso reddito li usa per finalità educative (contro il 54% di quelle più agiate).

 

Ora si potrebbe obiettare che la ricerca, proprio perché condotta negli Stati Uniti, non abbia molto a che vedere con quando accade alle nostre latitudini e che sia da catalogare fra le curiosità. Credo, invece, che questa indagine dica molto anche su di noi, o meglio, sull’ultimissima generazione di nuovi nati e sul loro modo di relazionarsi con la tecnologia. Basta fermarsi ad osservare. Nel mio piccolo, lo sperimento ogni giorno quando guardo rapito mia figlia duenne utilizzare con estrema naturalità l’iPad (anche dopo il passaggio ad iOS7…). La stessa naturalità di chi ha sempre avuto contatti con questo tipo di oggetti.

Il mercato delle applicazioni si sta muovendo in quel senso. Forse anche le imprese nostrane dovrebbero tenerne conto. Realizzare una App per i bambini (dove il brand aziendale emerge, ma senza essere troppo invasivo) potrebbe essere un ottimo modo per conquistare anche i genitori…

Oggigiorno, in molti uffici marketing, ai piani alti delle grandi compagnie, si comincia a prendere coscienza della reale rilevanza delle cosiddette “notifiche push”, ovvero di quegli avvisi che le applicazioni inviano alla schermata iniziale del dispositivo mobile.

mobile_marketing_cloud_in_touchQuando dico “si comincia a prendere coscienza” intendo che, dopo un periodo di rodaggio e con ormai dei dati consolidati in mano, anche i grandi gruppi si stanno convincendo che l’integrazione di questi strumenti sarà sempre più funzionale alle strategie di marketing. Specialmente ora che il mondo mobile (smartphone, tablet e applicazioni ad essi legate) non è più considerato alla stregua di una curiosa appendice tecnologicamente avanzata del più vasto universo del pc, ma come un elemento sempre più centrale e da cui non si può prescindere.

Un report realizzato dalla società di marketing Forrester e intitolato “Push Mobile Engagement to the Next Level” mostra numeri e potenzialità di questo servizio, con un focus sul consumatore europeo.

Stando allo studio, la maggior parte degli utenti di smartphone riceve notifiche push “di frequente”. Il 70% degli europei che utilizza applicazioni mobile visualizza questo genere di avvisi; tra di essi il 26% li riceve addirittura più volte al giorno, il 24% almeno una volta al giorno e il 27% almeno una volta al settimana.

Se poi si guarda alla distribuzione secondo sistema operativo, sembra che gli utenti iOS-Apple siano quelli più interessati dalla ricezione di notifiche rispetto a quelli Android (89% contro 83%). Il dato è rilevante soprattutto se si pensa che nei dispositivi iOS la funzione di ricevere notifiche è disattivata per impostazione predefinita. In questo caso l’azione dell’utente che volontariamente abilita la funzione e accetta di ricevere gli avvisi push ha un valore certamente maggiore rispetto ai casi in cui questo servizio è attivato di default.

Lunga vita al direct marketing, allora? Potremmo dire che quando il direct marketing viene dato per morto o comunque moribondo, ecco che arriva un nuovo strumento a fornrigli linfa vitale. Attualmente, infatti, non esiste nulla di così strettamente vicino al consumatore che… il proprio smartphone (o tablet). Un oggetto che – secondo le rilevazioni statistiche – non manca mai nelle tasche e nelle borse di noi tutti e che, per dimensione e comodità di trasporto (oltre che per funzione), è molto più “personal” dell’ormai vecchio pc (si vedano, a questo proposito, i nuovi iPad Air).

Tuttavia, che sia sottoforma di venditore porta-a-porta, di volantino pubblicitario nella propria casella della posta o  di email in arrivo, di telefonata sul proprio numero di casa, anche nel caso delle notifiche push rimangono ben vivi tutti i rischi e i limiti di questa tecnica di marketing: l’intrusione nella vita del consumatore con il conseguente fastidio e l’inevitabile rigetto del messaggio e di chi lo ha inviato.

Inoltre bisogna considerare che esiste una stretta correlazione tra utilizzatori di App e coloro che hanno accettato o si sono registrati per ricevere notifiche push. E che gli utenti – già abituati a essere sollecitati da mille messaggi quotidiani – vogliono poter controllare la situazione, essendo in genere poco disposti a essere raggiunti da altri avvisi, specialmente se non richiesti.

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Quindi, le regole base che un responsabile di marketing dovrebbe seguire sono:

1. non infastidere ulteriormente l’utenza. Gestire gli invii in maniera saggia è attualmente possibile, in modo da evitare che la notifica arrivi sul dispositivo in momenti sbagliati (come nel cuore della notte, tipico esempio di “bad push”).

2. sfruttare le innovazioni tecnologiche per far giungere le notifiche nel modo e al momento migliori. In questo senso, il nuovo co-processore M7 montato sull’iPhone 5s in grado di raccogliere i dati del movimento potrà essere utile nella gestione degli invii. Meglio far arrivare una notifica push a un guidatore quando si trova fermo in coda piuttosto che quando sfreccia in autostrada a 130 km/h. O più semplicemente far sì che la notifica giunga quando l’utente/consumatore è in prossimità di un determinato luogo (come un punto vendita), in modo che possa scoprire in tempo reale che è in corso una promozione sul suo marchio di abbigliamento preferito.

3. far diventare le notifiche push un sistema in più per comunicare con la clientela, offrendo servizi aggiuntivi. Viene citato il caso di un distributore di medicinali americano che si è servito di questo mezzo per avvisare i suoi utenti quando è il momento di assumere il farmaco acquistato.

4. premiare quegli utenti dimostratisi disposti: a) a ricevere annunci e b) a compiere particolari azioni richieste dall’azienda (come lasciare dati personali, registrarsi a newsletter, accedere a un servizio, comprare un bene). È un sistema ottimo per creare un legame di lealtà con la clientela.

Meno soggette a “smarrimenti “ dell’email, più tracciabili degli sms e più efficaci sul piano comunicativo di entrambe (non solo 160 caratteri ma una vasta gamma di opzioni a disposizione), le notifiche push offrono più possibilità e analytics molto sofisticati. Diventando in tutto e per tutto più efficaci. L’open rate sarebbe addirittura del 50% più alto rispetto a quello di una normale campagna via email.

Per le società di media/informazione, per esempio, le notifiche push sono diventate parte dell’offerta di contenuti e non solo una strategia di marketing. Con risultati spesso ragguardevoli. Infatti, gli avvisi push uniti al lancio delle cosiddette breaking news sono in grado di generare tra il 30% e il 40% del totale delle visite da mobile ai rispettivi siti web, oltre che aggiungere un numero importante di pagine visualizzate.

Insomma, gli uffici marketing delle grandi aziende hanno scoperto che esiste anche questo canale. Un canale che, dai risultati ottenuti su larga scala, appare efficace. È, tuttavia, ancora presto per dire se – così com’è ora concepito – resisterà a lungo. Il rischio di bruciarlo per troppa fretta o a seguito di un utilizzo indiscriminato è, infatti, piuttosto alto.

Ciclicamente giornali e tv ci parlano di come l’Italia sia entrata o rimasta fuori dalla modernità digitale. Di quanto gli italiani accedano a internet, usino gli smartphone, siano abili nelle transazioni online e attenti al digital marketing. Ma le imprese, piccole e medie, come si comportano?

GettonePartiamo dagli italiani intesi come utenti privati. Una buona occasione per saperne di più è, in questo senso, la sezione dedicata all’Italia del Global Media Intelligence Report di eMarketer pubblicato circa un mese fa (su dati elaborati da Gfk Eurisko).

Qual è l’atteggiamento degli italiani nei riguardi dei media e quale l’utilizzo delle nuove tecnologie? Tralasciamo la nostra predilezione per la tv e la poca frequentazione con giornali e magazine (223 minuti contro 31 per giorno) e guardiamo a ciò che ci interessa, ovvero possesso e utilizzo di Smartphone e Tablet.

Se la penetrazione della telefonia mobile raggiunge il 90% della popolazione, quella degli smartphone arriverà a toccare – alla fine del 2013 – il 41% degli utenti di tutto il mercato mobile, ovvero circa 20 milioni di italiani. Una percentuale che nel 2017 si stima possa salire fino al 68%.

Chi possiede un telefono “intelligente” è nella maggioranza dei casi uomo (54,3% contro 45,7% di donne), appartenente alla classe media (58,3%) e di un’età compresa fra i 35 e i 44 anni (24,9%). Parlando di fascia d’età ricordiamo che quella fra i 25 e i 34 anni arriva seconda per un soffio,  totalizzando 24,2%. Quindi è nell’arco temporale di venti anni che si concentra la maggioranza di coloro che ne possiedono uno.

La stessa navigazione sul web via mobile cresce di continuo, con tassi che sfiorano il 30% rispetto all’anno precedente. Alla fine di quest’anno, il 42% dei possessori di un telefonino userà il proprio dispositivo per navigare in rete. Non è affatto un caso che le percentuali di possessori di smartphone e navigatori tramite dispositivo mobile siano pressoché identiche.

Riguardo ai tablet, pur di fronte a percentuali di possesso non ancora alte, eMarketer prevede comunque una “tablet audience” calcolabile in ben 12,1 milioni per questo anno.

Il profilo dell’utilizzatore-tipo di smartphone e tablet che emerge da questa e da altre ricerche pubblicate negli ultimi tempi sembra costruito ad hoc sulle aspettative dei pubblicitari che, dopo la crisi e le percentuali a due cifre in negativo registrate dai media tradizionali in questi ultimi anni, puntano con decisione sul digital marketing, specialmente in versione mobile. Lo smartphone user è: una persona adulta, in attività, appartenente alla classe media o alta (nel caso dei tablet), di istruzione media-superiore, dipendente dal proprio dispositivo da cui quasi mai si separa prima di uscire di casa, propenso agli acquisti attraverso di esso e con il quale effettua le proprie ricerche in rete.

Insomma, una situazione che fa ben sperare in vista di una sempre maggiore modernizzazione e che vede il nostro Paese – più o meno – in linea con i dati del resto dell’Europa Occidentale.

E le nostre imprese, invece, come si comportano? Quanto descritto spinge a credere che anche le forze produttive attive oggi in Italia – ovvero le piccole e medie imprese di cui è ancora formata la struttura economica nazionale  – abbiano fatto a gara per arrivare prime nel cogliere le opportunità apertesi con lo sviluppo e la diffusione dei mobile device. In realtà, non pare stia andando proprio così…

Da uno studio pubblicato in primavera dall’Osservatorio Mobile Device & Business App del Politecnico di Milano emerge come esista ancora un atteggiamento attendista da parte delle PMI. Se da un lato i nuovi dispositivi mobile sono entrati in azienda (e s’intende anche tablet e non solo smartphone), dall’altra il management nostrano appare ancora titubante nell’investire nell’ITT. In particolare in quei prodotti software come le applicazioni mobile in grado di: a) spingere, comunicare, promuovere prodotti e servizi; b) gestire e semplificare la produzione e i processi in azienda. E ciò accade  nonostante in molti casi la forza vendita sia stata appositamente dotata di strumenti mobile come il tablet.

Ma allora cosa impedisce alle applicazioni mobile di entrare in azienda? Christian Mondini, uno degli autori dello studio lo spiega così: “L’inerzia delle PMI italiane per quanto concerne l’adozione di soluzioni IT può essere analizzata attraverso due chiavi di lettura. In senso assoluto, l’ancora carente cultura sulle opportunità offerte dalle soluzioni digitali; nel dettaglio, la limitata capacità di riuscire a comprendere i molteplici benefici derivanti dall’adozione di soluzioni di Mobile Business”.

A quando un cambio sostanziale?

Nella post-PC era, l’App Economy  è diventato un settore in forte espansione (anche qui da noi, in Europa).

Si parla spesso di crescita del mondo mobile e, in particolare, del boom nella diffusione delle applicazioni. I dati sulla crescita dei due principali negozi virtuali di Apple e Google lo dimostrano: alti profitti e almeno un milione di applicazioni presenti su ciascuno di essi. E tutto ciò in poco tempo, considerando che AppStore è nato solo cinque anni fa.

Ma quanto impatta il mercato delle applicazioni mobile sull’economia reale, oltre ai guadagni dei grandi gruppi? Quanti posti di lavoro sono stati direttamente o indirettamente creati con la crescita di questo settore? Scopriamo cosa si nasconde dietro alle tante icone (più o meno flat) che ormai riempiono i display dei nostri dispositivi e che hanno reso “smart” i nostri telefoni (e i nostri tablet). L’indagine realizzata da Vision Mobile è particolarmente interessante in quanto focalizzata sui 28 Paesi dell’Unione europea (per una volta, dunque, senza i numeri dell’ipermonitorato mercato nordamericano).

Partiamo dagli utenti e da come è cambiato il consumo di ICT negli ultimi anni. A oggi, si calcola che circa il 50% degli europei ha nelle tasche o in borsetta uno smartphone. La stessa percentuale si riferisce a coloro che accedono a internet passando per i dispositivi mobile. La domanda, poi, non accenna a diminuire, con tassi di crescita superiori al 10% annui.

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Ma cosa incide su questa crescita che non accenna a diminuire? Concorrono a creare il cosiddetto “circolo virtuoso” della App Economy elementi quali dispositivi sempre più sofisticati, una connessione sempre attiva e App ogni giorno più interessanti e ben strutturate. Tuttavia a fare da veri catalizzatori del mercato sono i negozi virtuali App Store e Google Play Store.

Grazie ad essi, da una parte i consumatori trovano un luogo sicuro (per effettuare gli acquisti) e di facile accesso dove poter cercare e trovare applicazioni; dall’altra gli sviluppatori hanno a disposizione canali distributivi a basso costo, dove diffondere i propri prodotti su scala globale in maniera da raggiungere tutti i potenziali clienti.

Senza dubbio il mercato europeo è ancora acerbo rispetto a quello degli Stati Uniti. Come affermano gli autori dell studio: “Mobile and apps today are at a stage of development that is analogous to the internet pre-broadband”. Tuttavia i macrodati per il 2013 vanno in un’unica direzione, mostrando un settore in grande espansione.

Da un punto di vista economico, si calcola che nel 2013, il fatturato del settore delle applicazioni mobile (sviluppo e servizi) raggiungerà i 51 miliardi di euro. E ciò riguarda applicazioni in vendita negli store, contratti firmati con privati per lo sviluppo di prodotti digitali, per la fornitura di servizi e la vendita attraverso e-commerce.

Da un punto di vista dell’occupazione, i numeri mostrano una situazione in controtendenza rispetto alla crisi occupazionale che colpisce in molte parti dell’Unione. Sarebbero 794.000 mila i posti di lavoro creati intorno al settore delle applicazioni mobile. Di questi 529.000 mila direttamente legati alla App Economy; la maggioranza (62%) è composta da sviluppatori, seguita dai diversi livelli di management (30%).

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I Paesi dell’Unione europea poi, contribuiscono per il 22% alla produzione globale di applicazioni e relativi servizi. Si tratta della seconda posizione a livello mondiale dopo il Nord America (42%), davanti ai Paesi asiatici (18%).

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La crescita è quantificabile in 10 miliardi di euro per anno, con le proiezioni al 2016 che indicano un incremento fino a toccare i 15 miliardi di euro.

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Ovviamente, come avviene in altri settori, ci sono differenze tra regioni (resta significativo il divario tra Europa Occidentale e Orientale) e Stati (con la Gran Bretagna che, per fatturato e penetrazione di smartphone, si avvicina più ai dati d’oltreoceano. Risultati consistenti, comunque, anche per Francia e Germania).

Cosa potrebbe dare ulteriore carburante al settore? Sicuramente politiche a livello di Paese e di Unione europea che facilitino e promuovano l’accesso a internet, rendendone la penetrazione ancora più trasversale sia nei diversi Stati che nella società (per esempio con una migliore ripartizione fra le differenti fasce di età).

Proximity Marketing: grande potenzialità da maneggiare con cura. La notizia è ormai di qualche settimana fa: niente più cestini per l’immondizia “spioni” per le strade di Londra. Almeno per il momento. L’amministrazione comunale ha imposto a Renew, società di marketing e pubblicità, di interrompere la raccolta di dati dei passanti che si trovavano nelle vicinanze dei suoi speciali gettacarte: i cestini high-tech, dotati di schermi LCD sui quali vengono proiettate informazioni e advertising.

Ma facciamo un passo indietro. Nel mese di giugno, Renew aveva installato dei particolari device all’interno di 12 cassonetti nella City di Londra, in una zona ad altissima densità di professionisti muniti di smartphone.

Grazie alla connessione wi-fi e individuando mac-address proprio di ogni telefono cellulare, il dispositivo è stato in grado di registrare movimento, modello, direzione, velocità dei singoli smartphone tracciati e… dunque di coloro che li trasportano! Renew ha subito assicurato che si tratta di dati totalmente anonimi, non riconducibili a singole persone, ne più ne meno simili a quelli che si possono raccogliere attraverso indagini quantitative condotte con metodi più tradizionali. L’amministrazione comunale, invece, preoccupata per la privacy dei cittadini si è cautelata, imponendo di interrompere la sperimentazione.

Non preoccupatevi! L’obiettivo di questo post non è disquisire se e quanto le nostre vite sono “sotto controllo”  e se la nostra privacy è a rischio (e qui le citazioni si sprecano: da Orwell con il suo “Grande Fratello” fino a Philip Dick e il suo futuristico “Minority Report”).

Questa storia è interessante perché per la prima volta – o quasi – dà consistenza reale (e tangibile) al cosiddetto proximity marketing (o marketing di prossimità). Un concetto troppo spesso raccontato e poco vissuto. L’operazione di Renew, infatti, è stata efficace, rapida, massiva e accurata nel contempo e, soprattutto non gravata da troppi impedimenti tecnologici (niente bluetooth, con tutte le sue complicazioni e limitazioni, ma solo wi-fi). Un’operazione in grado di ridurre l’incertezza che i futuri clienti (le aziende) possono nutrire sull’efficacia di campagne di questo tipo e, di conseguenza, su un reale ritorno dell’investimento. E per chi ha sborsato dei soldi per promuovere il proprio prodotto o servizio, questi elementi contano parecchio. La stessa Renew, lanciando l’iniziativa dei cestini traccianti, aveva parlato di voler portare “i cookies di internet nella vita reale”.

Gli scenari che possiamo intravedere sono molteplici e sembrano proprio andare incontro alle esigenze delle aziende e del loro più grande e pressante desiderio-ossessione: avere dati sempre più targettizzati e precisi sia per soddisfare meglio le esigenze dei potenziali clienti sia – sogno ancora più proibito – per stimolarne i bisogni. Sapere che in una data zona, a una data ora, in determinati giorni, diversi possessori di smartphone si dirigono verso un fast-food o un’attività commerciale farebbe risparmiare molto tempo e denaro a coloro che si dannano per scoprire il modo per tenersi stretti i clienti e per conquistarne di nuovi. Le prime ad essere interessate potrebbero essere proprio le aziende di telefonia mobile: Samsung, Apple o Motorola avrebbero meno incertezze nell’aprire un negozio di accessori in una strada che sanno essere frequentata da tanti utilizzatori di loro prodotti.

Quindi: prendere dati, studiare comportamenti, scoprire i consumi per poi inviare messaggi e comunicazioni commerciali. Tutto bello e tutto interessante. Eppure sento che qualcosa continua a non convincermi fino in fondo. Qualcosa che ha a che vedere con i seguenti due fattori.

  1. La valanga di comunicazioni che quotidianamente ci sommerge. Il rischio – e non è un problema nuovo – è quello del “tanti messaggi, nessun messaggio”. Spesso il consumatore troppo sollecitato da notifiche, sms, richieste di accettazione, di attivazione, promozione etc. non ascolta e non risponde più.
  2. L’importanza del consenso e (il vero) ascolto dell’opinione del consumatore. Il consenso va sempre chiesto: raccogliere dati in maniera furbesca e borderline è – oltre che in certi casi illegale e poco etico – anche pericoloso, perché potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’azienda (gli anni Cinquanta e Sessanta, quando il consumatore era nulla, sono finiti da un pezzo). Siamo cittadini consumatori con diritti che non vogliamo veder violati.

Cosa fare allora? Avessi la risposta avrei già scritto un best seller. Mi limito a una banalità (e forse, proprio perché tale, trascurata): in questa giungla intricatissima senza dubbio è importante essere sicuri di almeno due cose:

  • La prima, che il consumatore davvero voglia ricevere le informazioni e le offerte commerciali che l’azienda sta proponendo (cioè che queste non arrivino in momenti sgraditi, magari mentre si sta usando il telefono per lavoro. È sufficiente un incidente del genere per perdere per sempre un cliente).
  • La seconda, che non abbia fornito i suoi dati solo perché “sotto ricatto”. Del tipo: il servizio non parte se tu non mi dai un’email valida e non hai compilato un form… (molte applicazioni oggi partono da questi presupposti).

Esiste una via alternativa? È la libertà di scelta l’arma più appuntita per ottenere i migliori risultati?

Ne discutiamo nel prossimo post.

Le presentazioni delle novità di casa Apple sono sempre fonte di attesa (grazie anche all’abilità con cui da Cupertino preparano questi appuntamenti). Ma anche di pareri discordanti. Alcuni rimangono soddisfatti, mentre altri si dicono delusi perché si aspettavano qualcosa di più.

La spaccatura fra opposte opinioni si è presentata anche all’interno del microcosmo di Cloud In Touch dopo la presentazione delle novità mobile, il 10 settembre scorso… Ma chi ha ragione? I soddisfatti o i delusi? Ecco le nostre ragioni.

 

Soddisfazione. Prodotti tecnologicamente innovativi e apertura di un nuovo corso

Partiamo da una sensazione: i media si sono concentrati molto sui prodotti e molto meno sulla domanda: “cosa sarebbe successo se ci fosse ancora Steve Jobs?”. Il segnale che si è tornati a concentrarsi sul lavoro e sulle idee dell’azienda di Cupertino. Soddisfatto, dunque? Sì, almeno per tre ragioni.

1) Dopo qualche esitazione, Apple ha deciso di agire. La concorrenza si è fatta agguerrita sia nella produzione di smartphone (Samsung, in primis ma in futuro anche Motorola/Google) sia per diffusione dei sistemi operativi (il vasto mondo Android, ma anche il probabile terzo incomodo Windows mobile). Bisognava mostrare coraggio, uscire dall’elitarismo snobistico tipico degli anni Ottanta e Novanta. Allora funzionava, allora ci si poteva permettere di “pensare in modo differente”. Allora era possibile rimanere fuori dai giochi e non “sporcarsi” nella lotta quotidiana, senza scendere a compromessi per aumentare i volumi di vendita, ma concentrandosi solo sulla qualità. Oggi sarebbe una follia. Oggi Apple deve tenere insieme elementi spesso contrastanti: un posizionamento alto (il marchio della Mela morsicata è uno dei più importanti al mondo), prodotti di qualità, una diffusione di massa e dividendi da distribuire agli azionisti. Mi pare che il management di Cupertino ci stia provando seriamente.

2) Perché ha presentato prodotti di qualità. Qualcuno obietterà: “Ok, ma non s’è visto nulla di nuovo, dato che l’iPhone 5 già c’era”. Un’obiezione vera solo in parte. Un conto è affermare che i rumors di questi ultimi mesi avevano svelato già quanto bolliva in pentola (semmai si potrebbe rimproverare ad Apple una scarsa vigilanza) e che dunque le novità erano già state tutte “bruciate”. Un altro è dire che i prodotti presentati non portano con sé importanti innovazioni. Ma i due piani non si possono confondere. Ugualmente non si può pretendere l’invenzione rivoluzionaria ogni 12 mesi. E nonostante ciò il 5 S è un telefono totalmente rinnovato, un computer tascabile di gran classe. Il lettore d’impronte digitali su un dispositivo consumer è un grande passo, da non sottovalutare per le molteplici implicazioni future. Il 5 C, quello che tutto il mondo ha chiamato “low cost” (pur non essendolo) è invece un’abile operazione di marketing. È colorato, agile, giovane, allegro, simpaticamente “plasticoso” (ma di una plastica di livello, però). Un prodotto alla moda, disimpegnato o meglio, che maschera il suo impegno di dispositivo altamente tecnologico dietro un aspetto da giocattolo. Una previsione: venderà moltissimo. Non parliamo poi del rinnovamento del design, minimal, flat, a zero effetti e del muovo sistema operativo iOS 7.

3) Torno all’inizio. Ovvero al superamento di Steve Jobs. Non è mai facile per un gruppo resistere e proseguire con la stessa forza e incisività quando viene meno il fondatore, specialmente se costui è un personaggio carismatico, trascinatore, visionario. Lo sanno bene i movimenti religiosi, i regni, le comunità che vivono momenti di smarrimento e di divisione dopo la scomparsa del loro padre fondatore. Ovviamente si è un po’ orfani delle kermesse di Jobs, dei suoi “One more thing”, della sua capacità di incantare. Il rischio dei capi Apple nell’era post Jobs era scimmiottare quello che non c’è più. Mi pare che non l’abbiano fatto, a costo di avere una presentazione emotivamente meno coinvolgente.

Alessandro Seregni

Delusione. “Dilusione di diludendo”

Sono rimasto molto deluso dal keynote di Apple e non per i prodotti mostrati, ma perché si sapeva già tutto e da diverso tempo.

Ad Apple conviene dare un giro di vite a questi produttori cinesi che continuano a divulgare informazioni riservate sui loro prodotti oppure nei prossimi anni i Keynote li faranno loro e diversi mesi prima di quello ufficiale. Pensate a come sarebbe stato l’evento senza aver visto le immagini dell’iPhone 5C… semplicemente bellissimo! Con un modello nuovo di iPhone e un nuovo target di prezzo.

La realtà è stata, invece, diversa. È stato presentato un nuovo telefono sul quale, tuttavia, le persone avevano già potuto – da parecchio tempo – maturare ed esprimere le proprie opinioni. Per non parlare dell’errata percezione che – in questi mesi – è derivata immaginando a un modello “plasticoso” a basso prezzo! Ma forse, fra tutte le aspettative, la vendita di un modello “low cost” è forse quella che ha deluso di più. Personalmente mi ero già espresso in merito. Avevo mostrando tutto il mio scetticismo sulla possibile commercializzazione di un prodotto “low cost”, prevedendo un prezzo variabile, tra i 499 e i 549 dollari (l’ultimo è il prezzo di vendita ufficiale). Tuttavia, molti ne erano convinti, immaginando il 5C come un modello più accessibile.

Riguardo ai telefoni presentati non ho nulla da dire. Ormai la Apple ci abitua con una mid-release a cavallo dei due anni di cambiamento più radicale. Il 5S è veramente una bomba come caratteristiche hardware: la camera è splendida e velocissima, la GPU eccezionale con supporto a OpenGL ES 3.0. Qualche perplessità sul passaggio a 64bit; sicuramente è il vero passo in avanti ma gli utenti di medio livello difficilmente se ne accorgeranno. Analogo discorso per il lettore di impronte digitali. Sembra che Apple stia facendo una distinzione tra prodotti destinati a una fascia PRO e prodotti pensati per una fascia consumer normale, composta da utenti meno esigenti che cercano un bel telefono ad un buon prezzo.

Torniamo al prezzo di vendita. Il 5C in Italia, aggiunte tasse e sovrapprezzi (di cui non si capisce mai l’origine) costerà 629 euro. Ricordo che i nostri vicini francesi lo pagano già 599 euro, una cifra che non sembra esattamente concorrenziale. Un po’ diversa la situazione se si guarda oltreoceano, negli Stati Uniti. Il 5C costa 549 dollari (cioè circa 413 euro), mentre un Galaxy S4 (che sicuramente ha un hardware più potente, ma meno appeal) costa 620 dollari (cioè 466 euro, anche se in Italia viene venduto a circa 590): ecco allora dove il 5C può davvero diventare concorrenziale a Samsung.

Andrea Alessandro Finollo

Ieri sera sono state presentate ufficialmente le novità di Apple.

iphone-5s-5c_cloud_in_touch La curiosità era sicuramente per il 5C, modello che secondo i rumors dei mesi scorsi sarebbe diventato l’iPhone “low cost”. Oggi riviste, giornali e blog non risparmiano sulle “virgolette” quando parlano del basso costo del nuovo 5C. Infatti, l’azienda di Cupertino non ha smentito sé stessa e né la propria natura. Va bene competere sul mercato e uscire dall’isolamento dorato degli anni Ottanta e Novanta, ma con i modi che le sono propri, ovvero qualità e innovazione. Costerà 599 euro. Il nuovo telefono è in 5 colori, ha una scocca in policarbonato a prova di graffio e appare decisamente accattivante. Arriverà sui mercati di Francia, Germania e UK entro il 20 settembre. Noi italiani, invece, dovremo pazientare ancora qualche mese (si dice fino a dicembre).

Molto interessanti anche le novità che riguardano il prodotto top, l’iPhone 5S. Al di là della possibilità di scegliere fra diversi colori (molto luxury come oro, argento e grigio), a colpire sono le innovazioni tecnologiche introdotte. Tra le quali:

 

  • Touch ID, il lettore di impronte digitali, in grado di riconoscere il suo “padrone”, accelerando e rendendo più sicure alcune operazioni
  • una fotocamera rinnovata
  • un processore a 64bit

Tutto ciò all’interno del nuovo sistema operativo iOS7, disponibile gratuitamente dal 18 settembre (per iPhone, dal 4 in su; per iPad, dal 2 in su e per iPod Touch 5th gen).

Per saperne di più su quanto presentato alla conferenza di ieri, segnaliamo gli articoli pubblicati da:

TheVerge.com

TechCrunch.com

CorrieredellaSera.it

LaRepubblica.it

 

 

Fresh & Local è la prima applicazione mobile per iPhone dedicata al consumo di cibo fresco, locale e di stagione.

  • Calcola quanta strada hanno percorso i cibi che hai acquistato o stai per acquistare.
  • Esplora la fattoria e informati sui benefici di acquistare Fresh & Local.
  • Crea un evento, calcola i chilometri percorsi dagli ingredienti usati e sfida gli amici postando sui social network i tuoi risultati.
  • Colleziona i badge e scala le classifiche.
  • Consulta la tabella di stagionalità per avere la certezza che l’alimento che stai per comprare è davvero in stagione.
  • Scopri tutte le attività che intorno a te producono, vendono o servono prodotti freschi e di provenienza locale.

Scopritela in anteprima!

(a breve disponibile su AppStore).

Apple è ancora in grado di stupire o ha perso la sua capacità di inventare il futuro?

Apple back to the futureÈ la classica domanda che porta a discussioni tanto oziose quanto piacevoli. Quelle che ci fanno rimanere alzati fino a tardi in compagnia di un paio di amici, magari seduti all’aperto con una birra in mano o in un caffè. Ognuno avrà la propria idea, ognuno sosterrà la propria tesi, evidenziando a turno i momenti nei quali Apple ha fallito e nei quali ha avuto successo, dove si è limitata a svolgere  un buon lavoro e dove invece ha fatto emergere il genio creativo.

Ognuno troverà spiegazioni all’alternanza di successi, invenzioni rivoluzionarie e passaggi a vuoto. La presenza o l’assenza di Steve Jobs, la maturità o l’immaturità del mercato, l’impossibilità di stupire ogni volta etc. Addirittura qualcuno potrebbe arrivare a scorgere una ripetizione, una ciclicità, nella capacità di Apple di tirar fuori dal cilindro – ogni tot anni – un prodotto in grado di scompaginare ciò che già esiste, disegnando nuovi scenari. Ecco allora che si possono citare le pietre miliari: il Mac nel 1984, l’Ipod nel 2001, la presentazione dell’iphone nel 2007 e il lancio dell’AppStore l’anno successivo, nel 2008.

In attesa delle (imminenti) novità di iOS7 è, dunque, bello soffermarsi a osservare le cose in prospettiva, divertirsi a fare bilanci. Un po’ come fa Rene Ritchie in un articolo per iMore.com

(In un’altra serata, magari, si parlerà della filmografia di Brian De Palma, di quanto i primi romanzi di King fossero diversi e migliori degli ultimi, della triste parabola dell’hard rock o chi è più divertente  tra I Simpson e I Griffin).

iPad, applicazioni mobile e bambini in età prescolare: il legame è molto stretto. È sufficiente pensare che il 10% delle applicazioni per tablet pubblicate annualmente nel mondo sono dedicate ai bambini sotto i 6 anni.

IPAD_educational_cloud_in_touchQuesti ultimi nativi digitali – specialmente i più piccoli – sono coloro che forse meglio interpretano l’intuitività propria di questi dispositivi. Il tocco, il pinch, il far scorrere le dita e lo spostare oggetti sono movimenti naturali. Lo dico pensando a mia figlia, una bimba di quasi due anni, appassionata fruitrice di questi edugame per iPad (alcuni dei quali, ammetto, di grande pregio). Il legame fra loro e i tablet ha qualcosa di magicamente immediato. Un giorno, per esempio, l’ho osservata mentre tentava di “sfogliare” un portafoto tradizionale con le dita, cercando invano altre immagini. Ugualmente l’ho vista trattare lo schermo del nostro televisore come se fosse un touchscreen, ignorando quella cosa arcaica che si chiama telecomando.

Come per tutte le cose, anche le migliori, può esistere un risvolto negativo o almeno un punto su cui porre attenzione. Una valida interpretazione ci viene leggendo un articolo apparso su TabTime.com a firma di Glenn O’Farrell, CEO del Groupe Média TFO, società canadese specializzata nella produzione di contenuti per i più piccoli.

Secondo O’Farrell i bambini di oggi, abituati a questa avanguardia tecnologica e circondati da device evoluti, potrebbero andare incontro alla delusione e al disinteresse una volta di fronte a situazioni dove il livello tecnologico è – per le più svariate ragioni – minore.  Specialmente a scuola dove i tablet non sono ancora entrati nell’uso (almeno in modo massiccio e soprattutto alle nostre latitudini) e dove i metodi di insegnamento spesso non tengono presente questa rivoluzione.

Ciò non significa che il resto non interessi più ai bambini. La previsione dei videogiochi corruttori del mondo e fagocitatori di ogni altra forma di svago è stata smentita in questi anni. Dunque i libri di carta e i giochi tradizionali continuano e continueranno ad attirare l’attenzione (e ad occupare le scaffalature delle nostre case).

Semmai significa fare uno sforzo in più e accettare la sfida e cercare di integrare questo nuovo linguaggio quando cerchiamo di comunicare con loro.

Una cosa che dovrebbe interessare anche le aziende…

I clienti di iPhone sono più fedeli al loro dispositivo rispetto a coloro che possiedono un telefono con sistema operativo Android.

i love apple-200x200_cloud_in_touchQuesto quanto emerge dallo studio del Consumer Intelligence Research Partners. Considerando il periodo giugno 2012-giugno 2013, si nota come l’81% di coloro che utilizzavano un iPhone hanno continuato a farlo anche quando è stato il momento di acquistare un nuovo dispositivo. La percentuale di fedeltà degli utenti Android scende, invece, al 67%. Tuttavia è interessante notare come siano decisamente più numerosi coloro che abbandonano Android per iPhone piuttosto che il contrario (27% contro 14%). Se poi si guarda all’ex re del mercato BlackBerry si scopre che il 48% dei suoi vecchi clienti ha acquistato un iPhone e il 34% un telefono Android.

Sono dati interessanti, che tuttavia non sorprendono, soprattutto se si considera l’impegno che Apple ha sempre profuso per ottenere la reale e duratura “fedeltà” dei propri clienti. Una Customer Loyalty che – nonostante il passare del tempo – continua a restare alta e che va oltre la semplice “fidelizzazione”. Senza dubbio il legame tra Mela Morsicata e consumatori poggia su elementi tangibili e solidi come: a) la qualità dei prodotti venduti e b) la puntualità  nel venire incontro alle esigenze della clientela. Ma non solo. Esiste anche una sfera di “percepito non tangibile” sviluppatasi nel corso degli anni. L’abilità degli strateghi di Cupertino è stata – ed è tuttora – quella di immaginare oltre il semplice e singolo consumatore per dare origine, invece, a una comunità di persone legate da un senso di appartenenza molto forte. Insomma, la certezza di  far parte di una minoranza “non conforme al resto del mondo” che sceglie e usa prodotti “belli e giusti”. Chi usa Apple lo vuole far sapere, lo rivendica. Con la conseguente soddisfazione psicologica che deriva dall’essere convinti  di possedere qualcosa di esclusivo, non massificato (e non importa se intorno a noi milioni persone hanno un iPad o un iPhone…).

Ma osserviamo questi dati pensando al mondo delle applicazioni mobile. Questa maggiore fedeltà dei consumatori Apple comporta anche una maggiore frequentazione degli stessi dell’AppStore (rispetto a quanto i possessori di Android fanno con il Google Play)?

Io ritengo di sì. La più decisa customer loyalty degli Apple user è evidente anche osservando la maggiore frequentazione e la più profonda familiarità di utilizzo delle applicazioni mobile presenti sull’AppStore. Ciò è confortato anche da recenti dati che mostrano come il negozio Apple 1) sia 4 volte più redditizio rispetto a quello di Google Play e 2) sia di gran lunga preferito da chi investe in advertising nel settore mobile.

Un altro paio di riflessioni prima di chiudere.

Apple, iPhone ed il sistema operativo iOS sono legati in maniera indissolubile. Se sei fedele a uno lo sei anche agli altri. Diverso per il frammentassimo universo Android, fatto di aziende, marchi e dispositivi differenti. È possibile che – almeno in parte – questa parcellizzazione influisca negativamente sulla customer loyalty. Così com’è possibile che il consumatore Android si limiti a passare da un brand all’altro (da Samsung a Motorola, per esempio), acquistando dispositivi con il medesimo sistema operativo.

Infine, non bisogna dimenticarsi il fattore prezzo. È più facile che un consumatore che abbia sborsato una cifra consistente per un Samsung Galaxy S4 passi a un iPhone. Mentre è più difficile che lo faccia un consumatore che ha comprato uno dei tanti telefoni con sistema Android di fascia medio-bassa.

Tutto ciò, rimanendo in attesa del probabile iPhone low-cost, futuro 5C.

Cambiamento importante in casa Microsoft. Steve Ballmer per decenni numero due di Bill Gates e da 13 anni numero uno della compagnia americana ha annunciato che lascerà il suo incarico per ritirarsi dalla vita attiva. Un cambiamento di rilievo ma controllato, un lungo addio che diventerà effettivo solamente fra 12 mesi, tempo necessario per scegliere un nuovo CEO.

Quale giudizio dare dell’era Ballmer? L’immagine “luci ed ombre” pur non originalissima – lo ammetto – spiega bene ciò che è successo in Microsoft durante il suo “regno” dal 2000 a oggi. Anche se forse le “ombre” sono più grandi. Facciamo dunque un rapido bilancio.

Steve-Ballmer_Cloud_in_touchSe si considerano i prodotti usciti dalla Microsoft possiamo mettere fra le “luci” alcuni long e best seller di buona fattura come Windows XP, Windows 8, il pacchetto Microsoft Office e la console Xbox360. Questi hanno avuto e continuano ad avere una larga diffusione nel mondo, garantendo entrate continue.  Operazione interessante è stata anche l’acquisizione di Skype, nel 2011.

Tra le “ombre”, invece, si possono citare il troppo atteso e poco funzionale sistema operativo Vista – che nelle intenzioni doveva aprire un nuovo corso e che in realtà ha fatto ben poca strada – e la perdita di quote di mercato da parte di Internet Explorer a vantaggio di altri browser come Mozilla’s Firefox e Google Chrome.

Tuttavia ciò che più pesa sul periodo di governo di Ballmer è il ritardo sul mobile. Sebbene sia diverso da quanto accaduto in casa BlackBerry – dove si è tanto sottostimato come ignorato il cambiamento a livello globale – ciò che è successo a Redmond è ugualmente grave. Rispetto all’azienda canadese di telefonia, tuttavia, Microsoft aveva la forza e le risorse per cercare di rispondere a Apple. Forse già dal nuovo modo di fruire la musica, quando la Mela Morsicata aveva lanciato l’iPod e la compagnia di Bill Gates aveva sviluppato il suo media device portatile, Zune (poi tristemente abbandonato).

Microsoft si è inserita nel difficile settore dei tablet con il suo Surface. Lasciando da parte l’iPad (normal e mini), attualmente irraggiungibile per qualità e usabilità, quello di Microsoft è forse il miglior tablet in circolazione. Un prodotto con qualità e pregi che tuttavia non riesce a raccogliere ciò che merita. Lo stesso si può dire per i Windows Phone, prodotti validi ma che faticano tantissimo a inserirsi in maniera seria nella competizione esistente sia fra sistemi operativi (iOS e Android) sia fra aziende costruttrici di telefoni (Apple, Samsung e forse Motorola). Neanche dopo la partnership con la finlandese Nokia. Eppure i Lumia 920 e 820 sono decisamente più accattivanti di alcuni costosi modelli della casa coreana.

Dunque, quale è stata la mancanza più grave? Molto probabilmente l’assenza di una strategia chiara, almeno a partire dal 2008. L’incapacità di saper interpretare i segni del presente per prevenire le difficoltà del futuro. Primo fra tutti quel progressivo calo nelle vendite di PC che – specie negli ultimi due anni – è stato sempre più consistente. Gli ultimi dati mostrano come i tablet si stiano avvicinando ai primi per numero di esemplari venduti.

Come scrive Sarah Perez su TechCrunch.com:

To be successful in the new mobile-first era, a company needs to have a cohesive strategy across all the devices that users carry. Yet Microsoft is not known for the interoperability of its internal units — a problem the recent re-org aimed to address.

L’era post-PC è iniziata da ormai qualche anno. Microsoft – se vuol continuare a essere azienda leader – deve re-organizzarsi e ricominciare, magari con la stessa convinzione che l’ha portata a trasformare dei computer in personal computer. Ancora senza Bill Gates e con un nuovo CEO.

 

Per un maggior approfondimento si vedano:

Sarah Perez As The PC Era Ends, Microsoft’s Next CEO Faces An Uphill Battle On Mobile  su TechCrunch.com

Lance Ulanoff The Steve Ballmer Legacy: A Very Bumpy Ride su Mashable.com

Sembrano passati anni luce da quando BlackBerry dominava su tutti. Prima simbolo dell’efficientismo di professionisti, manager e colletti bianchi che non si staccavano mai da quel  telefono (quasi fosse una loro appendice) e poi via via re di altri segmenti di mercato, fino alla conquista – roba inaudita, sogno di tutti i direttori marketing – anche degli incontentabili teen-ager.

Metteva d’accordo tutti: era di moda, di tendenza e di utilità. Forma e sostanza insieme. Tastiera facile da usare, un server di posta dedicato che non falliva mai e che consegnava le email in tempo reale. L’ufficio e il business ti seguivano ovunque con BlackBerry. Ma anche gli amici e i loro messaggi.

E ora, invece, la caduta. È sempre strano assistere alla perdita di interesse verso prodotti che ci sembravano inattaccabili dalla concorrenza e dal tempo. Ma cos’è successo al gioiello dell’omonima compagnia canadese?

Cloud_in_touch_Blackberry_logoSicuramente una prima causa va ricercata nell’arrivo degli smartphone, o meglio di iPhone. Per un po’ ha retto la formula che voleva “iPhone buono per i momenti liberi mentre il BlackBerry per il lavoro”. Il telefono Apple si è rivelato un ottimo strumento anche per i professionisti che, finalmente, potevano continuare a inviare e ricevere i loro messaggi di posta elettronica con in più l’opportunità di sfruttare al meglio internet e di accedere a quell’universo di informazioni, di utilità e di svago racchiuso nelle centinaia di migliaia di applicazioni mobile. E di cui BlackBerry non ne aveva capito il potenziale.

A rileggerle ora, le parole – misto di derisione e disprezzo – dell’ex CEO Mike Lazaridis nei confronti del telefono di Cupertino, da lui considerato appena più di un giocattolo, beh… fanno abbastanza effetto.

Secondariamente, la compagnia è stata vittima dei suoi stessi trionfi. Si è di fronte a un classico atteggiamento di chi, raggiunta una posizione di predominio, smette di innovare e si rilassa, pensando che ormai il più è fatto. Un atteggiamento che è costato carissimo anche ad imperi e regni nel passato. Un atteggiamento molto umano, ma che non dà scampo. Ciò ha significato accorgersi troppo tardi che era necessario investire subito nella realizzazione di uno smartphone per non perdere tempo, per non venire superati da altre compagnie e brand. E non parliamo solo di sistemi operativi, ma anche di estetica, con le stesse linee rimaste immutate per anni. Quando alla BlackBerry hanno compreso che quello che facevano non era più sufficiente e che era urgente esplorare nuove vie… gli altri competitor erano ormai irraggiungibili. A questo si deve aggiungere che i risultati ottenuti dallo sviluppo progetti più al passo con i tempi (tablet e smartphone) non si sono rivelati all’altezza delle speranze (basti pensare al PlayBook e ai modelli Z10 Q10).

Terza grande ragione è quella economica. La rincorsa, quando l’avversario è già lontano, costa di più in termini di sforzi e sacrifici. Soprattutto se colmare il gap tecnologico deve avvenire in un momento in cui le vendite sono già diminuite in maniera preoccupante.

E ora? Quali strade si possono intraprendere per non disperdere tutto il know-how di un’azienda dal (recente) glorioso passato?

Nel breve periodo gli analisti del “Wall Street Journal” ne vedono quattro.

1) Creare una joint venture, magari interessata ad acquisire la tecnologia che sta dietro al nuovo sistema operativo BlackBerry 10. I rumors parlano di IBM fra i potenziali compratori (sebbene la multinazionale americana, famosa per le sue acquisizioni, non navighi in acque così tranquille).

2) La compagnia viene smembrata, con la vendita dei pezzi migliori a soggetti diversi. BlackBerry detiene tanti brevetti, alcuni dei quali molto interessanti (per esempio per compagnie come le cinesi ZTE o Huawei, che poco investono in R&D).

3) La vendita a un altro gruppo. Anche in questo caso, il futuro acquirente comprerebbe un marchio in crisi (sebbene con un suo, pur piccolo, gruppo di aficionados), ma anche un know-how di grande rispetto e una tecnologia funzionante. I nomi? Microsoft, Samsung o la cinese Lenovo. L’ostacolo, tuttavia, potrebbe essere posto dal governo canadese, ostile all’acquisto da parte di un gruppo straniero.

4) L’uscita dalla Borsa. Ma in questo modo sarebbe più difficile trovare un gruppo di private-equity propenso a correre il rischio di puntare sul suo rilancio.

Ciò che resta è un’azienda che ha avuto una buona idea, l’ha perseguita e sviluppata con grande forza e meticolosità, che ha goduto dei frutti del suo lavoro e che – rifiutando di vedere che il panorama stava cambiando – vive i suoi giorni del declino.

 

Per qualche idea in più di veda anche l’articolo di Eric Zeman BlackBerry’s Collapse: 5 Key Mistakes per InformationWeek.com

Sicurezza e inviolabilità. Da sempre due dei punti di forza di Apple e dei suoi sistemi operativi installati tanto sui computer desktop che su iPhone e iPad. Ora alcune applicazioni presenti sull’AppStore potrebbero nascondere intenzioni poco nobili, divenendo una minaccia per i nostri dispositivi. Si tratta delle cosiddette Jekyll Apps, ovvero applicazioni che sembrano del tutto normali in quanto hanno regolarmente passato le fasi di valutazione/approvazione necessarie per essere pubblicate sullo Store, ma la cui normalità è, tuttavia, solo di facciata. Come il protagonista del famoso romanzo di Robert Louis Stevenson, queste app passano dall’essere innocue dottor Jekyll pronte al download a malvagie e pericolose Mr. Hyde.

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Siamo comunque di fronte a un fenomeno molto marginale che rende l’epidemia di malware nel negozio di Apple qualcosa di davvero improbabile. Inoltre, molte delle “armi” in mano alle Jekyll app non produrrebbero alcun effetto sul nuovo sistema iOS7. A Cupertino tengono ugualmente gli occhi ben aperti per evitare che ciò si trasformi in un problema reale.

Ce ne parla in modo approfondito Nick Arnott in un suo articolo per iMore.com

 

Jekyll apps: How they attack iOS security and what you need to know about them

Today researchers Tielei Wang, Kangjie Lu, Long Lu, Simon Chung, and Wenke Lee from Georgia Tech gave a talk at the 22nd USENIX Security Symposium and revealed the details of how they got a so-called “Jekyll app” through the App Store approval process and into a position where it could perform malicious tasks. Their methods highlight several challenges to the effectiveness of the Apple’s App Store review process as well as security in iOS. The researchers immediately pulled their app from the App Store after downloading it to their test devices, but demonstrated techniques that could be used by others to also sneak malware past Apple’s reviewers.

The details of Apple’s app review process are not publicly known, but aside from a few notable exceptions it has been largely successful in keeping malware away from iOS devices. The basic premise of a Jekyll app is to submit a seemingly harmless app to Apple for approval that, once published to the App Store, can be exploited to exhibit malicious behavior. The concept is fairly straightforward, but let’s dig in to the details.

The App Store review process

When a developer submits their app to Apple for review the app is already compiled, meaning that Apple does not have the ability to view the actual source code. It is believed that two primary components of Apple’s review process are a hands-on review of the app and static analysis of the application binary. The hands-on review consists of Apple actually putting the app on a device and using it to make sure that it meets the App Review Guidelines and does not violate any of Apple’s policies. The static analysis portion is likely an automated process which looks for any indications of linking to private frameworks of use of private APIs in the compiled code. Apple has a number of private frameworks and APIs that are necessary for the functionality of iOS and are used for system apps and functions, but for one reason or another are not permitted for use by developers. If an app links to a private framework or calls a private API, the static analysis will usually detect this and the app will be rejected from the App Store.

A Jekyll app begins like any normal app that you can find in the App Store. In this particular case, the researchers used an open source Hacker News app as their starting point. Under normal conditions, this app connects to a remote server, downloads news articles, and displays them to the user. This is exactly the functionality that Apple would see during the review process. Apple would see a functioning app that meets their guidelines, static analysis would reveal no use of private frameworks or APIs and the app would likely be approved for the App Store. Once a Jekyll app has been approved and released into the App Store, that’s when things take a devious turn.

Inside of the Jekyll app, the researchers planted vulnerabilities in their code, providing an intentional backdoor. After the app had made it on to the App Store and they were able to download it to their test devices, the researchers placed specially crafted data on their news server for the apps to download, which would exploit the vulnerabilities that they had planted in the app. By exploiting a buffer overflow vulnerability in the app, the researchers are able to alter the execution of the apps logic. One of the ways the researchers utilize this is by loading numerous “gadgets” that are spread throughout their code. Each gadget is just a small piece of code that does something. With the ability to alter the execution of the code, the researchers can chain together multiple gadgets which will cause the app to perform tasks that it could not perform originally. But in order to locate these gadgets and call the desired pieces of codes the researchers need to know be able to reliably call the memory location of these pieces of code. In order to do this they would need to be able to determine the layout of their apps memory on a given device.

iOS employs two notable security methods for hampering buffer overflow attacks: Address Space Layout Randomization (ASLR) and Data Execution Prevention (DEP). ASLR works by randomizing the allocation of memory for processes and their various components. By randomizing where these components are loaded into memory, it makes it very difficult for an attacker to reliably predict the memory addresses that will be used for any various piece of code that they might want to call. DEP strengthens the protection against buffer overflow attacks by ensuring that pieces of memory that can be written to and pieces of memory that can be executed remain separate. This means that if an attacker is able to write to a piece of memory, for instance to insert a maliciuos piece of their own code, they should never be able to execute it. And if they were able to execute what was in a particular piece of memory, that piece of memory would be one that they are not permitted to write to.

The researchers noted a weakness in the iOS implementation of ASLR. iOS only enforces module level randomization. This means that each executable file, the app, a library, etc., is assigned a random location in memory in which to operate. However, within each of these modules, the memory layout will remain the same, making it predictable. As a result, if you can get the memory address of a single piece of code, you can then infer the memory layout for the entire module, allowing you to call to any other piece of code within that module. To acquire a memory address for this, the researchers plant information disclosure vulnerabilities into their app which leak memory information about modules in their app. This information is then sent back to the server which is able to determine the memory layout of the entire app, allowing it to determine the memory address of any pieces of code it is interested in running and arbitrarily execute them.

As for DEP, this is generally intended to prevent an attacker from exploiting a buffer overflow in an app that they have limited control over. A Jekyll app is a much different scenario in that the attacker is also the developer of the app being exploited. In this situation, they don’t need to control writing to memory andexecuting it. Any sort of payload or malicious code that an attacker would normally need to write to memory as part of their buffer overflow exploit, a Jekyll app developer can just include in the code of their original app. They can then use the buffer overflow to alter the execution of memory in order to load the gadgets that they want. DEP on other systems has been demonstrated to be susceptible to what is called return-oriented programming. The idea is that an attacker can bypass DEP by reusing code that already exists in memory. In a Jekyll app, the developer can plant whatever code that will later need, and effectively bypass DEP by reusing their own code that they’ve put in place.

At this point, the researchers have an app in which they have embedded a number of code gadgets which they can now call and chain together at will, and they are able to alter the flow of the app’s logic without any user knowledge. They could use this to perform behavior that would normally get an app rejected from the App Store, such as uploading a user’s address book to their server (after first convincing the user to grant access to their contacts). But iOS restricts apps to their own sandbox and Apple won’t allow apps that use private APIs so the impact of a Jekyll app is still fairly limited, right?

Private parts

As mentioned previously, Apple will generally reject any apps that link to private frameworks or call private APIs. Due to the lack of transparency we can only guess at how exactly Apple goes about detecting these, but the most likely answer is Apple uses static analysis tools to detect any private frameworks that have been linked to or any private methods that have explicitly been used in the code. But with a Jekyll app, we’ve seen that the researchers have the ability to dynamically alter code, so how does that affect private APIs?

There are two private APIs of particular interest here: dlopen() and dlsym(). dlopen() allows you to load and link a dynamic library by just its filename. It just so happens that private frameworks always reside in the same location on a device, so that’s easy enough to figure out. dlsym() allows you to look up the memory address of a specified method for a framework loaded by dlopen(), which is exactly what you would need to to call a private method in a Jekyll app. So if the researchers can manage to locate dlopen() and dlsym(), they can use those private methods to easily load any other private APIs on the device.

Fortunately for the researchers, these two APIs are commonly used in public frameworks. Public frameworks use these APIs through what are called trampoline functions. Through the use of a debugger, the researchers were able to identify the offsets of these trampoline functions relative to the beginning of some public frameworks. Using the information disclosure vulnerabilities discussed above that allow the researchers to leak information about the memory layout of any given module, the researchers can use these known offsets to point to the trampoline functions for dlopen() and dlsym() with their app. Pointing to those functions, the researchers can now dynamically load any private framework and call any private API in their app. And remember, none of this is happening when Apple is reviewing the app. This only gets triggered after the app has been approved.

The attack

Now that we see how the researchers can alter the flow of their app and call private APIs, let’s see what that amounts to in terms of malicious behavior in a Jekyll app.

The researchers noted a number of different attack possibilities (though it should not be taken as a complete list of possible attacks) for both iOS 5 and 6. In iOS 5 they are able to send SMS and email without any user interaction or notification. By using private APIs to send SMS and emails directly to the iOS processes responsible for actually sending these messages from the device, the Jekyll app was able to send these out without showing anything to the user. Fortunately, the way these operations work has since changed and these attacks do not work as of iOS 6.

In iOS 5 and 6, the researchers have been able to access private APIs for posting tweets, accessing the camera, dialing phone numbers, manipulating Bluetooth and stealing device information, all without user intervention. While posting unauthorized tweets may not be the end of the world, the others are cause for a little more concern. Access to your camera would mean an attacker could covertly take photos and send them back to their server. Dialing phone numbers without user knowledge could be used to make toll calls, or even to set up call forwarding to have all of a victim’s incoming phone calls forwarded on to another number. Clearly when an app can access private methods, things can get creepy and it’s apparent why Apple restricts access to these functions.

Addressing the problem

Unfortunately, Apple’s current review process isn’t set up to detect this type of behavior. Apple only reviews the app’s behavior as it is at the time of review. If its behavior is altered once it is live in the App Store, Apple is not at all equipped to detect these changes and monitor the real-time behavior of apps after they have gone live. Apple could require developers to submit their source code as well, but it would be infeasible for Apple to go through and inspect the source code of every application submitted to the App Store. Even if they could inspect every line of code either manually (not even close to possible) or with automated tools, bugs are often times not easy to visually spot in code, especially if you have a malicious developer determined to hide bugs intentionally. The researchers did say that Apple responded to their findings with appreciation, but the researchers do not know what, if anything, Apple plans to do about the issues. It’s also worth noting that these challenges are not unique to Apple.

There also isn’t much that users can do for themselves in this case. While you could proxy your device’s traffic to try and see what it’s doing, a developer intent on hiding what they’re up to could easily encrypt the app’s traffic. They could also use certificate pinning to ensure that nobody is able to perform a man-in-the-middle attack to decrypt the traffic. If a user had a jailbroken device, it’s possible that they could perform real-time debugging while the app is running to determine what it’s doing, but this is well beyond the capabilities of most users. A Jekyll app could also be set up to only attack certain users, so even if a person knowledgable enough to perform such debugging installed the app on their device, there would still be no guarantee that they could easily get it to exhibit the malicious behavior.

iOS 7 and what is there left to do?

One piece of information the researchers were able to share with iMore is that many of the attacks they placed in their Jekyll app did not work on iOS 7. While we don’t know specifically which ones still worked and which didn’t, it’s possible that Apple mitigated some of the threats in a similar fashion to how they broke the ability to send SMS and email without user interaction in iOS 6. While this doesn’t directly address underlying issues in iOS that allow for dynamic code execution, it’s not entirely clear if that’s something Apple could, or even should do.

Altering the behavior of an app based on responses from a server is nothing new, it’s just usually not employed with malicious intent. Many perfectly legitimate apps in the App Store make use of remote configuration files to determine how they should behave. As an example, a TV network might make an app that behaves differently during the slow Summer than it would in the Fall when everybody’s favorite shows are starting back up. It would be reasonable and perfectly legitimate for the app to periodically check with the server to find out if it should be in summer or fall mode so that it knows how to display what content.

There are also legitimate reasons for apps to obfuscate and discretely hide pieces of code in their app. A developer of a news app might embed authentication credentials in the app to allow it to authenticate with their server, but might obfuscate that information in the app to make it difficult for somebody to retrieve them through analyzing their app.

The bottom line

The team at Georgia Tech has provided some very interesting research. In evaluating Apple’s security mechanisms in iOS and practices in their App Store review process, they were able to uncover weaknesses that could be exploited to get malicious apps onto users’ devices. However, the same result can be accomplished through simpler means.

A malicious developer could obfuscate calls to private APIs by breaking them up across multiple variables that would later be combined together into a single string of text that could call the API. The developer could use a value in a simple configuration hosted on their server to tell the app whether or not to run that code. With the flag disabled during the review process, the malicious behavior would go undetected by Apple and once approved, the attacker could change the flag on the server and the app could begin its assault.

These types of attacks are definitely possible on iOS and have been for some time. So why don’t we see them exploited in the wild more often? There’s likely a multitude of reasons:

  • Even legitimate developers with great apps struggle to get noticed. - With over 900,000 apps in the App Store, it’s easy to have your apps go unnoticed by users. Legitimate developers who put their heart and soul into developer apps that believe will be truly delightful to use often struggle with getting any significant number of people to download their app. A Jekyll app could used to target particular individuals that you might be able to convince to install the app, but getting any significant portion of Apple’s user base to install or even notice your app is no small undertaking.
  • There’s much lower hanging fruit out there. - The Google Play store has struggled with keeping malware out since its debut as the Android Market in 2008. You also have unofficial app stores used by jailbreakers as well as pirates that don’t have the same review process as Apple, where it would be much easier to get a malicious app hosted. The bottom line is, there are many places other than the App Store to spread malware that could do far more damage while requiring much less effort. To keep your house safe from burglars it doesn’t need to be completely secure, it just has to be more secure than your neighbor’s house.
  • Apple can easily pull apps from the App Store at any time and revoke developer accounts. - As we’ve seen on numerous occasions, if an app manages to sneak through Apple’s gates that doesn’t conform to their guidelines, it quickly gets removed from the App Store once Apple realizes their mistake. Additionally, for larger offenses, Apple can and has terminated developer accounts. A developer could sign up for another developer account with different information, but they would have to pay another $99 each time.
  • Once malware makes it past the gate, it’s still playing in a sandbox. - Apple has employed multiple layers of security in iOS. There is no single point of failure in iOS that renders all other security mechanisms broken. One of the security measures that iOS employes is sandboxing. Sandboxing restricts all apps to their own area on the system. Even an app run amok is very constrained in how it can interact with others apps and their data. Some apps allow for other apps to interact with them through use of customer URL schemes, but this communication is very limited and many apps do not have them. With each app restricted to its own sandbox, its ability to carry out malicious tasks is quite limited.

This certainly isn’t an exhaustive list, but shows some of the reasons that, while its technically possible to distribute malicious iOS apps, we don’t see a more rampant problem with malware on iOS. This is not to say that Apple should shrug and do nothing of course. As mentioned earlier, Apple is ware of the research that has been done here and is likely looking at their options for mitigating the threat. In the meantime, users should try not to worry too much. It is extremely unlikely that this research will lead to an outbreak of malware for iOS.

(Immagine copyright Paramount)

Probabilmente la maggioranza di noi pensava che il sorpasso numerico – oltre che tecnologico – fosse già avvenuto da tempo. Invece, è da questo secondo trimestre (Q2) che gli “intelligenti” smartphone hanno sorpassato per unità vendute nel mondo gli “ottusi” dumbphone, così come sono chiamati i vecchi cellulari. Quelli che solo qualche anno fa ci vantavamo di possedere, per i quali sborsavamo cifre assurde e che ora rinneghiamo quasi di conoscere.

Oltre al sorpasso degli smartphone, i dati forniti dalla società di analisi Gartner confermano la maggiore diffusione del sistema operativo Android (79%) favorito anche dalla presenza di tanti modelli, di prezzi più contenuti rispetto agli iPhone e a marche spesso forti in mercati quali Asia, Est Europa e America Latina (in Cina si sono venduti, per esempio, 10 milioni di telefoni targati Lenovo nel Q2). Al secondo posto si conferma iOS-iPhone con il 18%, mentre gli altri sistemi operativi si spartiscono la restante – piccola – fetta di torta di mercato.

Le aree dove è maggiormente cresciuta la diffusione di smartphone tra la popolazione sono: Asia-Pacifico, Europa dell’Est e America Latina, con un aumento rispettivamente del 74,1%, 31,6% e 55,7% rispetto allo stesso periodo del 2012.

A questo punto cosa farà Apple? Lancerà davvero il suo iPhoneC low-cost?

Per maggiori dettagli si veda l’articolo di Natasha Lomas per TechCrunch.com

 

Smartphones Finally Overtook Dumbphone Sales Globally In Q2, Android Now At 79%, Says Gartner

Analyst Gartner has put out its latest smartphone market report, and the Q2 2013 numbers show the inevitable finally occurred: smartphone sales exceeded feature phone sales for the first time. Android has been strangling the life out of dumbphones for years, but it looks like the market tipping point is being reached.

In Q2, Gartner says  worldwide smartphones sales rose 46.5% from the year earlier quarter to hit 225 million units shipped, while sales of feature phones declined 21% year-on-year to 210 million units. Smartphone shipments grew most in Asia Pacific, Latin American and Eastern Europe, with growth rates of 74.1%, 55.7% and 31.6% respectively, but the analyst said sales grew in all regions. IDC‘s recent market figures put Android on approaching 80% worldwide marketshare for Q2. Google’s mobile OS is clearly expanding its share by picking up former feature phone users.

The rising tide of global smartphone ownership is raising all boats, but Samsung continues to dominate the smartphone landscape. Gartner said Samsung grew its share to approaching a third (31.7%), up 29.7% on Q2 2012. Apple also grew shipments of its iPhone but its marketshare declined — highlighting the case for Cupertino to make a low cost iPhone to capture growth at the budget end of the market. Apple took a 14.2% share in Q2, 2013, vs 18.8% in the year ago quarter. It still shipped 10.2% more iPhones vs Q2 2012 but is being outpaced by higher smartphone market growth rates.

After Samsung and Apple, it’s a tale of all Asian smartphone makers battling for third place: LG grabbed third place in Q2 (with a 5.1% share); followed by Lenovo (4.7%) whose Lephone has been a popular seller in China; and ZTE (4.3%).

table 1

Gartner said Apple saw a significant drop in the average selling price (ASP) of its devices in Q2, with its ASP declining to the lowest figure registered by Apple since the iPhone’s launch in 2007. This is down to strong sales of the iPhone 4 — again underlining the case (from a volume perspective) for Apple to launch a cheaper iPhone. However doing so would clearly accelerate that decrease in its ASP, even if market growth is now being powered by budget devices — providing the impetus for Apple to expand the iPhone to cheaper price-points still.

“While Apple’s [declining] ASP demonstrates the need for a new flagship model, it is risky for Apple to introduce a new lower-priced model too,” commented Gartner analyst Anshul Gupta in a statement. ”Although the possible new lower-priced device may be priced similarly to the iPhone 4 at $300 to $400, the potential for cannibalisation will be much greater than what is seen today with the iPhone 4. Despite being seen as the less expensive sibling of the flagship product, it would represent a new device with the hype of the marketing associated with it.”

Also noteworthy in Q2, Microsoft’s Windows Phone platform pushed past BlackBerry’s OS for the first time to take third place. When Windows Phone launched, back in 2010, Steve Ballmer and Nokia’s CEO Stephen Elop talked of their ambition to create a third ecosystem in the smartphone space. They’re still trying to stock the fires of an ecosystem but are at least in third place from a sales perspective.

Windows Phone took a 3.3% global market share in Q2 vs just 2.7% for the struggling BlackBerry OS. Gupta, noted: “While Microsoft has managed to increase share and volume in the quarter, Microsoft should continue to focus on growing interest from app developers to help grow its appeal among users.”

Taken together, Android and iOS took a 93.2% global marketshare in the quarter — underlining why developers opt to support these two platform first and foremost, and generally require incentives to expend effort elsewhere. Android’s global marketshare in Q2 was a staggering 79% according to Gartner, up from 64.2% in the year ago quarter — buoyed by feature phone switchers.

table 1

The drop off in feature phone sales is bad news for Nokia, which still leans heavily on its feature phone business (being as its smartphone business is tied to the Windows Phone underdog). Nokia shipped just 61 million feature phones in Q2, down from 83 million in the year ago quarter. But the Finnish mobile maker is at least seeing some decent growth in smartphones, thanks to having a broader portfolio of devices to offer at different price points. Nokia’s Windows Phone-powered Lumia sales grew 112.7% in Q2 2013, according to Gartner.

 

 

 

Le cifre necessarie per sviluppare un’applicazione mobile dipendono da molteplici fattori.
Una forchetta che va dai 2.000 ai 15.000 euro è indicativa di quanto possa costare uno dei prodotti più innovativi di questi ultimi anni.

 In media decisamente meno di quanto si spende per far stampare un catalogo promozionale. Con il vantaggio di una distribuzione più ampia e capillare. In Italia le piccole agenzie che gestiscono tutte le fasi della commessa possono permettersi costi più contenuti.

 

Ok, ma quanto mi costa?” Questa è senza dubbio la prima domanda – o la seconda, nel caso non voglia apparire troppo venale – che il potenziale cliente pone dopo che gli sono state mostrate tutte le mirabolanti potenzialità di questi nuovi software.

Se volessimo stilare una classifica delle principali risposte, in cima troveremmo un evergreen come “Beh, dipende…”, seguito a ruota da “Le facciamo avere un preventivo dettagliato al più presto”. Una terza, potrebbe essere: “Guardi, meno o tanto quanto le è costato stampare e distribuire l’ultimo catalogo promozionale dei suoi prodotti, con la differenza che con una App avrebbe mille funzioni in più e una distribuzione capillare e potenzialmente gigantesca (se si pensano agli store online di Apple e Google).

Confronti a parte, questa ritrosia nel “dare dei numeri” non deve tuttavia essere confusa con il desiderio – un po’ furbesco – di prendere tempo, in attesa di fare due calcoli con calma nel segreto del proprio ufficio. Si tratta piuttosto di una reale difficoltà nel dare una stima di costo a un prodotto innovativo, tutto sommato non ancora così codificato nelle sue operazioni di realizzazione e non facilmente standardizzabile.

La lavorazione nel suo insieme risulta una faccenda spesso complessa, in molti casi lunga, somma di tanti passaggi e dell’intervento di diverse figure professionali. Tutti elementi che impediscono una precisa pianificazione delle operazioni. Insomma, pur essendo arrivati a oltre 1 milione di APP disponibili sul solo store di Apple, non è stato ancora trovato un sistema standard e replicabile, magari sul modello della catena di montaggio fordista…

La app come un complesso insieme di parti

Quindi prima di arrivare a un prezziario di massima che risponda alla questione del nostro cliente, propongo di passare attraverso una breve analisi delle componenti/operazioni che costituiscono una App. È possibile individuare almeno 8 passaggi:

1. ideazione e individuazione requisiti

2. analisi di fattibilità

3. creatività

4. mock-up

5. sviluppo software

6. test

7. pubblicazione

8. marketing

Non citiamo, sebbene sia una componente rilevante in termini di tempo, il lavoro di account con il cliente, necessario per raccogliere tutti i feedback e le eventuali modifiche durante le fasi di lavorazione.

1. ideazione e individuazione requisiti. In questa fase l’obiettivo è trovare un’idea valida che si adatti alle esigenze del cliente. O – se è un progetto personale – pensare a qualcosa che ancora non c’è sul mercato. O magari immaginare un accorgimento che possa migliorare ciò che già c’è. Ma non solo. È importante che si trovi un’idea a cui il cliente o nessun altro aveva pensato. Dunque non solo “soddisfare un’esigenza” ma “creare un bisogno per poi soddisfarlo”. Come le 5 “W” del giornalismo, anche l’ideazione di una applicazione ha le sue domande di orientamento:

• chi è lo user dell’app?

• cosa farà l’app?

• cosa non farà?

• quale scopo vuole avere (comunicazione, utilità, gestione etc.)

È una fase importantissima perché consente di definire le specifiche dei diversi componenti dell’applicazione che poi andranno prototipati nella fase successiva.

2. Analisi. È la fase di ripensamento, “decantazione” e razionalizzazione successiva alla fase di turbolenta di brainstorming e ideazione. È il momento in cui la “fantascienza” smette di essere tale in attesa di essere tradotta in realtà. Si passano in rassegna tutti i requisiti funzionali, i diversi Use Case e l’architettura dell’app, sia dal punto di vista del design che da quello software.

3. Creatività.  È ciò che vediamo. E si sa che le app puntano tutto sull’interfaccia. Tuttavia lo fanno in un modo “non convenzionale”. Ovvero non limitandosi a una gradevolezza estetica, ma aggiungendo a questa (è doveroso) anche una facilità di utilizzo. In gergo potremmo dire “usabilità”. Puoi aver creato un prodotto sfavillante o uno in grado di risolvere mille problemi ma se poi l’utente fatica a utilizzarlo (perché macchinoso, poco intuitivo) allora è sicuro che finirà presto nel dimenticatoio. Per il suddetto motivo è fondamentale creare un wireframe, un mock-up dell’applicazione. Includendo anche le eventuali animazioni di passaggio che saranno di supporto al software.

4. Test dei Mock-up. In questa fase è già possibile esplorare il prototipo su carta e rendersi conto di alcuni problemi legati all’usabilità, come ad esempio la navigazione. È un passaggio imprescindibile durante lo studio di un’ applicazione mobile.

5. Sviluppo Grafica. Quando i passagi precedenti sono chiari e si è deciso quale strada far prendere al progetto, è possibile procedere con il disegno specifico della user interface dell’app.

6. Sviluppo Software.  L’ app prende forma da un semplice layout su carta inizia ad animarsi fino ad assumere diverse forme prima di passare a quella definitiva. È il momento più tecnico: misure, formule, numeri e codici.

7. Fase di testing dell’applicazione. È fondamentale far testare l’applicazione a un ristretto numero di utenti per capirne il funzionamento e l’usabilità in vista della definitiva pubblicazione.

8. Pubblicazione.  È il punto di arrivo. Dopo tanto lavoro di back-office finalmente ci si confronta con il mondo, ci si espone al giudizio degli altri.

9. Marketing. Il mercato delle applicazioni è cresciuto in maniera esponenziale in questi ultimi anni grazie alla diffusione dei device e all’arrivo di concorrenti che hanno stimolato la fantasia di Apple e dei developer. Oggi è vastissimo e senza opportune strategie di marketing l’app finisce con naufragare nell’oceano di tutte le proposte che giornalmente vengono pubblicate.

 

Il cuore della app, la programmazione

Lasciamo da parte le proposte creative, l’ideazione e la fase analitica (difficilmente quantificabili) e concentriammo sulla parte di sviluppo software. Il prezzo finale della App è determinato da quello che vogliamo l’applicazione faccia. I casi sono essenzialmente due:

1. l’applicazione NON DOVRÀ connettersi ad un servizio specifico esterno

2. l’applicazione DOVRÀ connettersi ad un servizio specifico esterno.

In questo secondo caso la procedura si complica. Si dovrà, infatti, creare una piattaforma o un sistema per permettere uno scambio di informazioni tra la app installata sul proprio iPhone e il sito del cliente (per esempio, nel caso della prenotazione di una stanza in un hotel. Attraverso la app interrogo il sistema di gestione delle prenotazioni dell’hotel sulla possibilità di avere una stanza per il giorno X; il sistema di prenotazione mi risponde che c’è; a quel punto procedo alla prenotazione). Quindi, scegliere 1) piuttosto che 2) porta a una sostanziale variazione di costo.

Sulla base di quanto detto, possiamo azzardare una sommaria divisione delle applicazioni in 4 tipi:

1. applicazione semplice basata su navigazione di tipo top-down. Un esempio può essere un’applicazione come quella della Musica presente in ogni iOS device (rimuovendo però la parte di playback dell’audio).

2. applicazioni che si appoggiano ad un database interno. Tutte le informazioni sono residenti all’interno della app che, dunque, può fare a meno di comunicare con l’esterno. Ad esempio la Rubrica di Apple.

3. applicazioni dinamiche che si appoggiano a servizi online. Questo è uno dei casi più costosi perché spesso è necessario creare dei servizi appositi per l’applicazione in modo che questa possa comunicare con la piattaforma contenente i contenuti. Spesso i costi sono suddivisi in sviluppo applicazione e sviluppo servizi.

4. giochi. Che essi siano 2d o 3d rappresentano sempre un investimento non indifferente.

Diamo i numeri!

Alla base delle seguenti caratteristiche è possibile avere una stima plausibile del costo di una app.

Qualche tempo fa, il CEO di AppVee – la compagnia americana di reviews di applicazioni mobile – quantificava in 6.500 dollari all inclusive il costo medio di un’applicazione mobile. Secondo un articolo apparso nel 2010 su osxdaily.com, sito di novità riguardanti il mondo Apple, i prezzi oscillavano fra i 3.000 e i 15.000 dollari. Stime che non sono variate rispetto all’oggi.

Nello specifico per un’ app “semplice” il costo si aggirerebbe tra i 3.000 e gli 8.000 dollari, mentre per applicazioni di brand specifici il costo sarebbe tra i 5.000 e i 15.000 dollari. Con qualche eccezione. Ad esempio l’applicazione di Barack Obama, pur non essendo particolarmente complessa è costata all’incirca 100.000 dollari (ma qui sono entrate logiche commerciali difficilmente applicabili alla realtà di tutti i giorni…).

Ricapitoliamo e parliamo di euro.

• Le applicazioni appartenenti al tipo n. 1, hanno un costo compreso tra i 1.000 e i 3.000 euro, ma obiettivamente sono casi più unici che rari. Tralasciando il fatto che questo genere di prodotti sarebbe “troppo semplice” per gli attuali standard del mercato, con app dalle funzionalità ben più complesse.

• Le applicazioni che si appoggiano ad un database interno possono costare tra i 2.000 e i 10.000 euro.

• Quelle che prelavano i dati dalla rete possono arrivare a sfiorare i 30.000 euro.

• I giochi sono un universo a parte. Volendo fare una stima possiamo dire che si parte da un minimo di 15.000 euro fino a grosse produzioni con budget di 200.000. La famosa Angry Birds si pensa sia costata tra i 100.000 e i 180.000.

Incide sul prezzo anche il soggetto che sviluppa il prodotto applicazione. Senza dubbio le piccole agenzie che gestiscono tutte le fasi della commessa possono permettersi costi mediamente più contenut

E gli sviluppatori? Notizie recenti dicono che gli sviluppatori cinesi applichino tariffe orarie di 30-40 dollari. Decisamente più alte quelle applicate negli Stati Uniti, circa 150 dollari l’ora. A buon mercato rimane solo l’India con una media di 18 dollari l’ora. Molte agenzie ricorrono all’esternalizzazione, delegando lo sviluppo del software a sviluppatori in Cina, Russia o India. Un vantaggio in termini economici, ma un rischio sulla qualità finale del prodotto, spesso scadente e bisognoso di un importante lavoro di limatura.

 

In chiusura vi invito a divertirvi con un tool sviluppato da howmuchtomakeanapp.com: fate il preventivo della App dei vostri sogni e scoprite quanto può costarvi (negli USA)…

 

Immagine ©Shutterstock

La storia è ciclica, si ripete, direbbe Erodoto. Ugualmente la moda e le tendenze. Anche se in alcuni casi vorrei davvero che non fosse così. Penso alle giacche dai colori sgargianti con le spalle imbottite che andavano di moda negli anni ’80, ai film con protagonisti i dinosauri o ai telefoni con apertura a flip. Purtroppo questi ultimi  sembrano tornare dal recente passato dove speravo giacessero sepolti per sempre, sconfitti dal design pulito ed essenziale degli smartphone (è una opinione personale certo che, come vedete, non riesco proprio ad addolcire ).

Responsabile della riesumazione è Samsung che già nel mese di novembre dello scorso anno aveva lanciato sul mercato asiatico il suo flip phone, utilizzando l’attore Jackie Chan come testimonial.

Ora pare che la compagnia coreana stia per presentare un nuovo telefono chiamato W789 Hennessy (e non Galaxy Folder come volevano i rumors), con sistema operativo Android 4.2.2 Jelly Bean e soprattutto dotato di flip. Anche in questo caso la distribuzione dovrebbe essere limitata – almeno all’inizio – alla sola Cina.

L’articolo di Andy Boxall per Digitaltrends.com ci fornisce ulteriori particolari.

 

The flip phone is back, as Samsung launches the W789 Hennessy in China

A few weeks ago, a Samsung flip phone running Android appeared in a leaked picture, leading to rumors the phone would be named the Galaxy Folder, and it was to be officially announced soon. However, the device shown was the Samsung W2013, a phone already on sale in China. Despite this, the rumors weren’t completely false, as Samsung has now announced a brand new Android flip phone, the SCH-W789 Hennessy.

In the pictures, it looks very similar to the W2013, but its specification is actually lower than Jackie Chan’s phone. It has two screens, one inside the flip and the other on the outside, both of which measure 3.3-inches and have a 320 x 480 pixel resolution. Inside is a quad-core 1.2Ghz processor and 1GB of RAM, which power the Android 4.1 Jelly Bean operating system, complete with the TouchWiz user interface over the top.

Other features include GPS, Wi-Fi, a microSD card slot, a 1500mAh battery, and a 5-megapixel camera on the back. It’s a heavy beast at a whopping 208 grams, which is more than the Nokia Lumia 920 and even the Vertu TI, and measures a little over 18mm thick, more than two iPhone 5’s put together.

Sadly for those who disagreed when I called the Galaxy Folder an anachronism, attractive only to hipsters who couldn’t let go of the past, unless you’re in China you won’t be sporting the W789 Hennessy in the near future. It’s designed, as many Chinese smartphones are, to run on either GSM or CDMA networks though, making it compatible with China’s major networks.

There’s no confirmed release date or price for the Hennessy, and no hints the phone will see an international release in the future. Oh, what a shame.

Immagini in HD anche quando parliamo con Skype. Sembra possibile grazie agli update pensati per i dispositivi Apple (iPhone 5 e iPad 4). Sarà forse la fine (connessioni veloci e illuminazione degli ambienti permettendo) di quelle immagini livide e di quelle facce itteriche e smunte?

Ce ne parla Richard Devine in un articolo apparso su iMore.com

 

Skype update brings HD video calls to the iPhone 5 and iPad 4

Skype has pushed an update out into the App Store specifically focused at the iPhone 5 and iPad 4. Both updates add support for HD video calling, which is only possible on the latest iPhone and iPad due to hardware restrictions. It’s a welcome update too, or at least it’ll be a welcome update for your friends and family who will now be able to see your happy smiling face in much higher quality than before.

Otherwise it’s all about a bunch of general fixes and improvements. Both updates are live in the App Store now, and if you’ve taken it for a spin, let us know how you’re finding the extra quality.

Download gratis Skype per iPhone

Download gratis Skype per iPad

È il caso di dire: sincronizzate i vostri iCal sparsi per i diversi device (per i radical chic va bene anche la Moleskine…) e segnatevi questa data: 10 settembre 2013.

Secondo voci accreditate sarà quella la data di presentazione del “nuovo” iPhone. Apple deve rispondere sia alle mosse di competitor sempre più agguerriti (e attrezzati) sia alle richieste di consumatori e investitori, entrambi d’accordo sulla necessità di accelerare il ritmo delle innovazioni (e delle novità) da immettere sul mercato.

Lo spiega Ina Fried nel suo articolo per AllThingsD.com

 

Circle September 10 on Your Calendar for Apple’s Big iPhone Event

Apple is expected to unveil its next iPhone at a special event on Sept. 10, sources toldAllThingsD.

The launch comes at an important time for Apple, which continues to make a lot of money from the iPhone but has seen its global market share dip amid a growing wave of lower-cost Android devices as well as an intense battle with archrival Samsung.

One of the key questions is whether Apple adopts a new tactic to address the mid-range of the smartphone market. Historically, Apple has gone after those customers by offering its year-old and two-year-old models for $100 and $200 less than a new iPhone. However, there has been a great deal of talk that the company will debut a new lower-cost iPhone alongside whatever update it has in store for the current iPhone 5.

Much of the speculation there has centered on the usual kinds of camera and processor enhancements, as well as the likelihood of a fingerprint sensor. That has been expected ever since Apple acquired Authentec last year.

Naturally, any new phones will be running iOS 7, which has been in testing since its announcement at Apple’s developer conference in June. The new software includes aradical redesign of the overall look of the iPhone’s menus and icons, but the other new features are largely incremental updates, such as improved notifications, better photo-organizing abilities and additional capabilities for developers.

This has become something of a pattern for Apple, which typically debuts its software update at its June developer conference, tests it for a couple months, then shows the new hardware a couple weeks ahead of the new phone’s availability. The iOS update is also available for older models. Apple has already said that iOS 7 will work on many recent iPhones, iPads and iPod touch devices.

Apple is also expected to formally launch the next version of Mac OS X, known as Mavericks, in the coming weeks, though that is not expected at the Sept. 10 event.

An Apple representative declined to comment on the timing of any upcoming events.

Consumers, investors (and reportedly board members as well) have been pressing Apple for a more rapid pace of innovation.

The company has long been rumored to also be working on television and watch projects, though there is no indication either of those are close to debuting.

La sicurezza è sempre stato ed è tuttora uno dei punti di forza di Apple. E il nuovo sistema iOS7 non vuole certamente andare contro questa tradizione, anzi. Qualsiasi apparecchio o caricatore collegato al proprio dispositivo (iPhone o iPad) non riconosciuto dal sistema verrà segnalato all’utente mediante un pop-up. La domanda visualizzata è di quelle che fanno riflettere per quello che non dicono, ma lasciano intravedere: “Ti fidi davvero dell’apparecchio che hai collegato?”

Per saperne di più leggete l’articolo di Mathieu M. per Génération Nouvelle Tecnologies

 

iOS 7 : Apple intègre une sécurité pour limiter l’usage des faux chargeurs et accessoires malicieux

Le mois dernier, des chercheurs de Georgia Tech faisaient la démonstration d’un chargeur Apple permettant de pirater automatiquement des dispositifs. Aujourd’hui Apple s’engage à sécuriser ses appareils depuis une protection sous iOS 7.

C’est lors de la conférence Black Hat que le hack a été démontré en direct par des chercheurs de Georgia Tech. Leur ” Mactans”, un chargeur Apple modifié avec un ordinateur Open source de type BeagleBoard est capable d’installer un malware totalement invisible sur un appareil utilisant la dernière version d’iOS 6, simplement lorsqu’il est connecté.

Une faille qu’Apple ne souhaite pas voir exploitée et qui a ainsi fait l’objet d’une correction dans iOS 7.

Dans la dernière version bêta d’iOS 7, on peut ainsi remarquer qu’un popup s’affichera désormais lorsqu’un appareil non officiellement reconnu par Apple sera connecté.

Un message demandera à l’utilisateur s’il souhaite réellement faire confiance au chargeur ou à l’accessoire connecté, tout en précisant des risques potentiels.

On peut penser qu’Apple proposera de créer une liste d’accessoires personnels, référencés dans la base de données d’iOS 7 pour éviter aux utilisateurs de se faire berner par des accessoires malicieux.

En outre, le système pourrait également être instauré pour limiter l’usage des chargeurs secteurs contrefaits présentant des risques et dont certains ont récemment amené l’hospitalisation et le décèsde plusieurs personnes en chine.

Bella invenzione di un team texano: un termometro da cucina da collegare all’iPhone. Anche se Natale è lontano, questo gadget è un utile regalo per chef tecnologici…

Lo descrive dettagliatamente l’articolo di Vignesh Ramachandran per Mashable.com

 

Smart Kitchen Thermometer Plugs Into iPhone

You don’t have to be a cooking connoisseur to master recipes in your kitchen — especially not when technology is your sous-chef.

A team of Austin, Texas-based designer-engineers have recently developed a smart kitchen thermometer that plugs directly into your iPhone. As explained in the video, above, you can clip or stick the Range thermometer to a pot or oven rack, and connect the heat-resistant silicone cable to the headphone jack on your iPhone, iPad or iPod Touch.

Then, with the companion Range app (currently for iOS only), you can measure your food’s temperature at a detailed, quantified level.

A graph of your food’s temperature shows readings over time, and shaded bands indicate the ideal temperature range for whatever you’re cooking. The system lets you set up alerts for when temperatures go above or below optimal levels, and those can be pushed to other iOS devices with the Range app.

While developer Supermechanical says this is useful for keeping tabs on a baking turkey while running errands, we don’t endorse leaving your oven or stove unattended.

Range was designed in two variations: The Aqua has a six-inch, rounded thermometer tip and three-foot cord for general use, while the Ember has a two-inch, pointed probe and four-foot cord designed specifically for meat. Supermechanical claims Range can withstand temperatures of up to 450 degrees Fahrenheit.

Now that Supermechanical has developed functioning prototypes, the team is trying to raise $90,000 on Kickstarter to help buy molds and parts, and to finish the app. With 28 days left in the campaign, backers had already pledged more than $71,000 as of Thursday afternoon.

Supermechanical is also the company behind Twine, a Wi-Fi-connected box that can tweet or notify you when various sensors (e.g. temperature, moisture, vibration) are triggered in your house.

The company says the tool can help household chefs “take the guesswork out of cooking and perfect your kitchen craft.” For wannabe chefs who stubbornly don’t follow recipe instructions, it might help avoid another burnt banana-bread loaf.

The networked thermometer concept isn’t new. Competitors such as the iGrilland iCelsius BBQ also plug into your smartphone or tablet. But neither have, well, the range of Range’s functionality — such as the ability to graph out your temperatures over time.

Kickstarter backers can get their own Range for a $49 pledge, while initial supplies last.

Quanto le applicazioni mobile assomigliano a quelle per il web e viceversa? Il mondo di internet e quello delle App sono così lontani? Quesiti che confondono chi non è “addentro” alle questioni del mobile e che fanno infuriare gli sviluppatori puristi che si sgolano per dire che sono “due mondi diversi”.

Chissà che l’iniziativa di Quixey non mischi un po’ le carte. Si veda l’articolo di Sarah Perez per Techcrunch.com

 

Ready For A “Web” Of Apps? Quixey Launches AppURL, A New Way To Enable Deep Linking Across Mobile Applications

Mobile app search engine Quixey is today introducing a new initiative called AppURLwhich proposes a way to make mobile apps work more like the web. Instead of apps existing as standalone silos, AppURL would allow users to navigate from one app directly to a specific piece of content found in another – like an article within a news application, a restaurant listing on Yelp, or a particular friend’s profile in a social app, for example.

This concept is called “deep linking,” and it’s not an altogether new one. There have been a few attempts to kickstart its adoption in the industry before, most recently with the debut of Cellogic’s new service called Deeplink.me, which is essentially a bit.ly for mobile app deep linking. Earlier efforts have also included things like OneMillionAppSchemes.com, a database that tried to open source the unpublished custom URL schemes for iOS applications, and PhotoAppLink, an older open source initiative aiming to simplify photo editing by tying multiple photo-editing apps together using similar app-linking technology. (I’ve personally advocated for deep linking myself, I have to note.)

“The idea for deep linking isn’t necessarily new,” agrees Quixey co-founder and CEO Tomer Kagan. “Twitter has their cards,” he says, referring to Twitter’s push to have developers publish additional HTML on their webpages in order to create more media-rich tweets. ”And other companies have their own proprietary schemes. But we’re saying that not every company should redevelop their own way of doing this. There should be a universal way of doing this – a universal initiative that everyone gets behind that doesn’t benefit one person over the other.”

Motorola, dopo qualche anno di appannamento e con Google alle spalle, vorrebbe ritornare a dire la sua nel settore dei dispositivi mobile. A due anni dall’acquisizione da parte del colosso di Mountain View, l’azienda americana di elettronica torna sul mercato in modo serio, con un prodotto che – almeno – può provare a competere con quelli di marchi top quali Samsung e soprattutto Apple. Per ora, il nuovo Moto X sarà disponibile solo negli Stati Uniti.

Solamente i prossimi mesi ci diranno se è riuscita a colmare il gap con gli altri competitor. Per una comparazione si veda l’articolo di AJ Dellinger per Digitaltrends.com

 

How does Moto X compare to iPhone 5 and Galaxy S4?

Motorola showed off an entire line of new Droid phones last week, but it was nothing but a tease for non-Verizon customers as that was the only service provider those handsets are available on. A flagship phone has to transcend those network lines to reach as many hands as possible. That job appears like it belongs to Moto X, the newest handset from Motorola that will be available on every major carrier. Does Moto X have enough power to push itself up the ranks and be the signature phone of Motorola? How does it compare to the other handsets at the top of their class? We find out by pitting the Moto X against the Galaxy S4 and iPhone 5 in a spec showdown.
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Going just by the specs, it may seem as though the Moto X is fighting an uphill battle against the likes of heavy hitters like Samsung’s Galaxy S4 and Apple’s iPhone 5. However, the strength of the Moto X appears to be in it’s computing power and customization (read our Moto X hands-on impressions). Housing the X8 chipset beneath it’s exterior – an exterior that can be customized with 17 back colors and various other color/material combinations of your choice – the Moto X should get the job done. Apple devices seem to work in a similar way: even with a lower number on the spec sheet, they manage to run smoothly.

The display of the Moto X may also appear as a turn off, as it’s smaller in size at 4.7 inches and maxes out at 1280 x 720 pixels. It does produce a comparable pixels-per-inch count to the iPhone 5, so we’ve no doubt the picture will be just fine. But both are overshadowed by the impressive display on the Galaxy S4. Similarly, the Galaxy S4 has a considerable advantage when it comes to the megapixel count on its camera, but Moto X sports a ClearPixel that promises great results of its own. A lot of the differences between these phones are going to show up clearly when you take the time to play around with them. User interface is as important as anything, and Moto X may appeal to you more with its Touchless Control and an Active Display feature that displays information when you turn the phone over from face down rather than making you turn the phone on and off.

 

Come far entrare più clienti in un negozio? Una strada sempre valida è quella di regalare quello che prima costava già poco nella prospettiva che il cliente: a) compri dell’altro attirato da ciò che vede sugli scaffali e b) torni più spesso a fare visita allo Store. Ciò accade anche per le applicazioni nel negozio virtuale di Apple, come ci spiega Dante D’Orazio nel suo articolo per TheVerge.com

 

Apple offers free downloads to get you to use its retail store app

Apple hopes it can incentivize iPhone users to download the company’s mobile shopping app. The Apple Store app, which lets users shop for products online as well as set up in-store pickups, now features free promotional downloads. The first promotion is for a puzzle game called Color Zen, which typically costs 99 cents.

To get the free download, you have to navigate to a specific retail store page, but you can redeem the promo even if you’re not at an Apple Store. Apple has yet to detail the new program, but 9to5Macspeculates that new content (such as apps, songs, and iBooks) will be offered each week. The current promotion runs through August 27th. The offer is reminiscent of the one Starbucks has long included with its mobile app, which provides free songs each week to users, as well as the Amazon Appstore’s free app of the day. By offering free content, Apple can ensure that customers check back into the Store app frequently — and see all of the company’s new products.

 

Con una battutaccia da avanspettacolo, potremmo dire che il mercato delle applicazioni medicali – le cosiddette mHealth o mobile Health – gode di ottima salute… In effetti, stando a diverse ricerche, il numero di applicazioni mobile legate alla salute e alla medicina è aumentato in maniera esponenziale.

Ad oggi i dati mostrano come il 19% di coloro che possiedono uno smartphone abbia installato nel proprio dispositivo almeno un’applicazione di carattere medicale. Tra 5 anni si stima che la percentuale possa salire al 50% (contando anche i possessori di tablet).

Chi si cimenterà nell’ideazione e nello sviluppo di un’applicazione di questo genere dovrà far fronte a una triplice sfida. Innanzitutto mantenere alto l’interesse sul lato consumer, con prodotti personali orientati più al benessere o alla conoscenza, in generale, delle malattie. Secondariamente, riuscire a sviluppare applicativi d’aiuto quotidiano per chi deve convivere con una malattia cronica. Da ultimo, cercare di aprirsi uno spazio sempre più ampio nel settore medico-sanitario con soluzioni in grado di interagire con strutture complesse come gli ospedali o, addirittura, come i sistemi sanitari (locali, regionali o nazionali). I dispositivi mobile e i loro applicativi allora entreranno nel vivo della gestione dei dati dei pazienti, dell’organizzazione dell’attività dei medici e del lavoro delle assicurazioni.

Per un approfondimento si veda l’articolo di Ken Terry per Informationweek.com

 

Mobile Health Market To Reach $26B By 2017

The market for mobile health applications and associated devices will grow at a compound annual growth rate of 61% to reach $26 billion in revenue by 2017, according to a new report from Research and Markets. Most of that revenue will come not from software downloads, but from mobile health device sales and services, the report says.

Based partly on a survey of 324 “opinion leaders,” the report also estimates that about 50% of mobile phone and tablet users will have downloaded mobile health — mHealth — apps within five years. In contrast, 11% of cell phone users and 19% of smartphone users had mHealth apps on their devices in 2012, according to a Pew Internet survey.

The Research and Markets study predicts that smartphone user penetration will be the main driver for mHealth apps uptake and that “buyers will continue to drive the market.” Applications will enter traditional health distribution channels; second-generation apps will focus on chronic diseases; and mHealth business models will broaden, the report states.

The report divides the development of the mHealth market into three phases. Having gone through the initial trial phase, the market has now entered the commercialization stage. This is characterized by “a massive increase of offered solutions, the creation of new business models and the concentration on private, health-interested people, patients and corporations as major target groups,” said the report.

The third phase, in which mHealth apps will become part of doctors’ treatment plans, is mainly being held back by “missing regulations,” the report says. This is a reference to the long-delayed final rule of the Food and Drug Administration (FDA) on the use of mHealth apps as medical devices. Some observers view the absence of the FDA regulations, expected to arrive this fall, as a deterrent to investment in apps designed for people with chronic diseases.

There are other major obstacles, however, to the integration of mHealth apps with mainstream healthcare. One is the difficulty of integrating monitoring data with the clinical workflow and electronic health records. Another is the current lack of payment to doctors for viewing this data.

The report hypothesizes that in the next phase of the market, “health insurers will become the main payer, especially for the more advanced mHealth solutions (2d generation mHealth applications).” Today, however, most health plans are not even paying for home monitoring, let alone the use of mobile apps in treatment. Three large self-insured employers recently agreed to cover WellDoc’s diabetes management app as a prescription benefit, but that’s the exception so far.

John Moore, founder and CEO of Chilmark Research, which has also studied the mobile health market, told InformationWeek Healthcare that the transition to new reimbursement methods might reshape physicians’ attitudes about mobile health. “We’re moving to a capitated care model where providers are taking financial risk, and with that we’re seeing a number of provider organizations begin to monitor patients outside of the exam room. But it’s very preliminary—it’s all pilots. There have been no broad rollouts of any of this stuff,” he said.

Even if Research and Markets’ forecast about downloads of mHealth apps turns out to be accurate, Moore said, most of those apps will continue to be medical reference and fitness/wellness programs. “The vast majority will not be integrated [with physician treatment plans],” he said.

However, he admitted, the crystal ball is blurry at this point. One factor that could change the equation, he noted, is the proposed Meaningful Use Stage 3 criteria. Among other things, those would require that EHRs accept patient-generated data, including biometric data on weight, blood pressure, and blood glucose.

How about the workflow issue? “Maybe the data will go into a cloud-based system that will convert it for EHRs to digest,” he suggested. But doctors might still be reluctant to view the data unless they were convinced it would help them provide better care without increasing their liability.

Meanwhile, he pointed out, lots of companies are coming with new app-related monitoring devices to “surf the wave” set in motion by Nike and other fitness firms. Already, he said, some firms are selling their devices with free applications and coupling those with other apps you have to pay for. For example, a fitness app might be combined with a weight-loss program that is using the same data.

“What we haven’t found yet is when is there a convergence between consumer needs for health and wellness activities and when providers will use it in the context of care delivery and monitoring a patient over time,” Moore said.

Idee come quelle di Spotify mi rendono felice. “Tutta la musica che vuoi a portata di un clic”: la voce suadente che intervalla le mie scelte musicali ha perfettamente ragione. Sono certo che se avessi avuto Spotify al tempo del liceo, quando ero adolescente e di musica letteralmente vivevo, beh… probabilmente non mi sarei mai diplomato!

Spotify (e come lui altri tentativi precedenti) ha costretto le case discografiche e gli artisti a uscire dalla trincea in cui si erano rifugiati, smettere di vedere pericoli e pirateria un po’ dappertutto e capire che il modo di fruire le canzoni è cambiato per sempre… Sembra infatti che si siano accorti che Spotify non è l’ennesimo nemico, ma un’opportunità. Lo dimostrano gli oltre 500 milioni di dollari sotto forma di royalties che la compagnia di musica in streaming ha pagato dal 2006 a oggi.

Per saperne di più: l’articolo di Nathan Olivares-Giles per TheVerge.com

Spotify’s losses grow despite revenue doubling in 2012

A major question looms over Spotify and its streaming music competition: can anyone grow into a profitable business? For Spotify, the answer is not yet. In 2012, Spotify’s revenue doubled, but it also failed to turn a profit as its losses grew due to increased licensing fees, The Wall Street Journal said in a report. The problem here is that all Spotify does is stream music. And in order to do that, it has to pay record labels and musicians licensing fees so it’ll have something to stream. For now, the fees are growingalong with everything else and profit remains out of reach.

In 2011, when the music service made its US debut after years of popularity in Europe, Spotify brought in about $252 million in revenue, according to the Journal. In 2012, revenue jumped to $576.5 million, the report said. Losses meanwhile have grown from $60 million in 2011 to $77 million in 2012, largely due to increased licensing fees, the Journal said. Spotify reported these numbers in regulatory filings submitted to the Luxembourg company registry. While the company hasn’t broken out how much it specifically spent on licensing fees last year, the Journal noted that Spotify has paid more than $500 million in royalties since launching the service back in 2006.

The company has previously said that about 70 percent of its revenue — which comes from ad sales and paying subscribers — goes toward paying licensing fees. As of July, Spotify has about 6 million paid subscribers, 1 million of whom have signed up since December. But there are another 18 million Spotify users who don’t pay, opting instead to listen to up to 10 hours of free music filled with radio-style ads each month.

Clearly, Spotify needs to grow its paying customer base if it’s going to turn into a viable business. It’s also hoping that expansions into Mexico, Hong Kong, Malaysia, Singapore, and other new markets will help push the company into profitability. The company is alsonegotiating with record labels for price breaks on the licensing fees that are eating into its revenue. Spotify’s issues, of course, aren’t unique. Pandora and Rdio face similar hurdles as royalties industry-wide have hit the $1 billion mark. One sign of hope for the likes of Spotify is the fact that streaming music has caught on so much that it’s bitten into music downloads. But this has also pushed Google and Apple into the streaming music ranks, giving Spotify even more competition in an already crowded space.

È Android, il Windows dei nostri giorni? I parallelismi che si possono fare osservando i due sistemi operativi sono, effettivamente, diversi. Ma al di là di tutte le somiglianze, saprà Android avere la stessa longevità del software Microsoft?

Ne discutono Alex Wilhelm e Josh Constine su TechCrunch.com

 

Android Is The New Windows

A flexible, customizable operating system that’s farmed out to third-party hardware makers and dominates market share but not profits? You’re not the only one experiencing déjà vu. The parallels of Android and Windows are striking. But can that which is unique about Android save it from the fate befalling Microsoft’s stumbling OS?

Let’s look at the similarities between the Android of today and the Windows 95 of … ’95:

  • Android is a growing platform with endless form-factor diversity (or fragmentation, depending on how you look at it) and strong OEM support, just like Windows has had and still enjoys.
  • Android’s flexibility for users and developers created an explosion in app variety, but also an unruly app store with a growing issue with malware. The same was true of Windows during the early days of the Internet.
  • Android, like Windows before it, followed Apple into its market by leaning on third-party hardware firms. The plan helped both to surpass Apple’s hardware shipments. Android tablets currently outsell the iPad globally more than two to one.
  • OEMs looking to boost per-device profit tweak the Android operating system and often cut at its daily functionality by over-skinning the platform among other similar issues. Windows PCs still suffer from the same issue, as OEMs pump them full of crappy bloatware before delivering them to consumers.
  • Android devices are often cheaper than iOS units, but at the same time can compete at the higher price and quality tiers. Just as it has long been simple to pick up a cheap laptop that runs Windows, you can also spend untold sums on a gaming or media machine that can handle anything you throw at it if you want. That wasn’t true with Mac, and it isn’t true now with iOS. But if you want to buy a massive-screened Android you can.

Perhaps the most important point of the Android and Windows comparison is that of longevity. Windows has been around since 1985. Hardware-based operating systems last.

Just as computers have changed since 1985, so has Windows. And smartphones and tablets will change, too. But we still have PCs, and we’ll still have smartphones and tablets in a decade. Android is currently using a similar strategy to Microsoft’s Windows play to take over the hottest two segments in hardware and software.

People now say that, while Android has huge market share, it’s iOS that is beloved and profitable. But if history repeats itself, the smartphone wars will be decided less by short-term profits and app figures, and more by who will control the smartphone world in five, 10 and 15 years. That’s increasingly looking like Android.

And it’s firmly ironic that Microsoft is currently working to build tablet and smartphone market share against Android, which is using its old playbook against it. If only Microsoft had taken its own advice sooner.

Cosa avrà di nuovo il prossimo iPhone? Quella di un sensore di lettura di impronte digitali sembra non essere la solita notizia data “per certa” che poi viene prontamente smentita, ma qualcosa che si avvicina molto alla verità.

Ce ne parla Jacob Kastrenakes in un articolo per The Verge

 

Apple references iPhone fingerprint sensor in latest iOS 7 beta

Apple’s next iPhone has been rumored to include a built-in fingerprint scanner, and code within the latest iOS beta seems to suggest that something is in the works. Developer Hamaz Sood has seemingly uncovered references to a biometric scanner located within the iPhone’s home button. The alleged code is part of what looks to be a setup process for such a sensor: it describes users touching their thumb to the iPhone’s home button, and watching an image of a thumbprint change colors.

Sood has previously been responsible for uncovering hidden tweaks within iOS and developing tweaks of his own. But while features are sometimes hidden away in beta code, they don’t always surface in public releases. The next iPhone has also been rumored to include a dual-LED flash, a slightly larger battery, and a high-speed camerafeature. There’s no word yet on when Apple will be debuting its next phone, but previous years have found iPhone announcements happening in mid-September and early October.

 

iWatch, smartphone da polso, braccialetti su cui consultare il meteo, postare i propri pensieri su FB, scattare foto, conoscere la propria pressione sanguigna e mille altro ancora… Considerando i diversi prodotti in uscita, la tendenza pare proprio questa. Magari in attesa di quello di Apple…

Anche se chi scrive non è appassionato di queste polsiere ipertecnologiche stracolme di accessori e funzionalità, i tentativi meritano comunque una menzione. In particolare questo dispositivo chiamato “Smile” è interessante perché si serve della tecnologia NFC (Near Field Communication), utilizzata per i pagamenti “contactless”.

Per saperne di più, si veda questo articolo di Florian per Actinnovation.com.

 

Smile : le premier smartphone qui se porte au poignet

Imaginé et conçu par EmoPulse, Smile est bien plus qu’une montre high tech. Avec son écran tactile courbé, Smile est le premier smartphone qui se porte au poignet comme un bracelet. Un peu voyant je vous l’accorde…

Plus fort qu’une smartwatch, Smile intègre toutes les fonctionnalités d’un smartphone. Téléphone, Internet 4G, SMS, eMails, Facebook, Twitter, lecteurs MP3 et vidéo, bref tout y est ! Trois caméras complètent le système pour effectuer des appels en mode visio, prendre des photos haute définition et scanner des codes-barres ou des QR codes.

Smile est également capable d’analyser votre humeur, de savoir si vous êtes stressé ou détendu. Bourré de technologie, ce bracelet peut aussi surveiller votre santé ou vous aider à suivre votre régime alimentaire. Véritable réveil chronobiologique, Smile contrôle votre repos en analysant vos phases de sommeil.

Embarquant la technologie de paiement sans contact NFC, Smile permet également de régler vos achats en toute simplicité.

Enfin, cet hybride entre le smartphone et la smartwatch permet d’emmener toutes vos données avec vous grâce à sa mémoire flash pouvant aller jusqu’à 256 GB.

Le prototype fonctionnel de Smile est pour le moment basé sur le système d’exploitation Linux. Probablement l’une des principales faiblesses de ce gadget au regard des milliers d’applications mobiles déjà disponibles sur iOS ou Android.

Pour les technophiles ou les fans de science-fiction, Smile est d’ores et déjà disponible en précommande via une campagne de crowdfunding sur la plateforme Indiegogo (480 dollars pour le modèle 128GB et 550 dollars pour le modèle 256GB).

Les premières livraisons sont prévues pour fin 2013 si l’objectif de 300 000 dollars est atteint !

Ricaricare il telefono mentre si sorseggia un caffé nero bollente e si sbocconcella un Blueberry Muffin seduti al tavolino di un bar. Per ora lo possono fare solo gli avventori di 10 Starbucks sparsi nella Silicon Valley dove si sta sperimentando un nuovo sistema di ricarica wireless. Se la sperimentazione andrà a buon fine, tra qualche tempo, si potrà ricaricare il proprio smartphone in uno dei tantissimi locali della catena sparsi per il globo (Italia a parte, dove pare non abbia nessuna intenzione di aprire…).

Diciamo che  Starbucks non è nuovo a sfide del genere, specialmente quando si tratta di offrire soluzioni innovative ai propri clienti. Più di un decennio fa, quando il wi-fi era ancora una novità, la compagnia di Seattle non aveva esitato a rendere la connessione gratuita e libera per tutti nei suoi locali.

Altri particolari nell’articolo di Ina Fried per AllThingsD

 

Starbucks Ups the Stakes in Battle Over Wireless Charging

After a test in Boston, Starbucks is bringing wireless cellphone charging to a handful of coffee shops in Silicon Valley next month.

Customers at 10 stores — at least those with the necessary add-on sleeves — will be able to give their phones a quick boost while they drink their tea or coffee.

Starbucks is hoping to spur the wireless charging industry in much the same way it did with Wi-Fi more than a decade ago. And, as it did with the Wi-Fi standard, Starbucks is also potentially shifting the balance of power in a standards battle.

For both the Boston and San Jose tests, Starbucks is using technology compatible with the Power Matters Alliance — one of at least three different competing standards for wireless charging.

Starbucks is working with Duracell Powermat, a key backer of the PMA standard. While PMA has the backing of Starbucks, Duracell, AT&T and a number of phone makers, it is the rival Qi standard — backed by the Wireless Power Consortium — that is used on the Nexus 7, as well as current phones from Nokia and others.

Starbucks Chief Digital Officer Adam Brotman said Starbucks thinks it has made the best choice in going with the PMA standard, but noted that the company hasn’t yet committed to a broader rollout.

“It was our first and best guess in terms of the right format,” Brotman said. “It is a great testing partnership, and it could get much bigger than this, but we are going to wait and see how the tests go.”

Because few people actually have the necessary hardware for wireless charging, Starbucks has been working with Duracell Powermat to give away charging sleeves to frequent Starbucks customers who live near the stores.

Backers of the Qi standard note that they have the early lead in devices in the marketplace, as well as lots of products for the home and office — the location where most charging takes place. WPC Chairman Menno Treffers questioned Starbucks’ move to support a standard not built into devices.

“It does not make business sense for coffee-shops to deploy wireless chargers that are incompatible with the phones and tablets that people carry,” Treffers said in a statement. “Qi is the standard used in all phones and tablets that support wireless charging.”

Duracell Powermat Chairman Stassi Anastassov said plenty of PMA-compatible products are on the way, with AT&T pledging to support the standard next year, along with a number of device makers.

Anastassov said his company is glad to be working with Starbucks to roll out the technology and to bring greater awareness about wireless charging.

“We’re trying to deliver on a consumer need that unfortunately everybody needs, but few people are aware that they can do something about it,” Anastassov said.

As for the standards issue, he said consumers will eventually pick the winner.

“Ultimately, standards are not won by discussions –- they are won in the marketplace,” Anastassov said.

 

 

Mezze verità, fughe di notizie, smentite ufficiali, immagini fuori fuoco. No, non stiamo parlando dell’ultimo avvistamento UFO nei cieli del Nevada o dell’Arizona, ma del mistero che aleggia intorno all’uscita (se mai avverrà) del nuovo iPhone Low Cost.

Il passo è più difficile di quanto sembri. Cedere sulla qualità dei materiali, rinunciare al posizionamento alto, “abbassarsi” ai concorrenti asiatici, creare utenti Apple di serie A e di serie B? Queste le domande che forse affollano le menti degli strateghi marketing di Cupertino.

Intanto nell’articolo di Sean Fitzgerald per Mashable appaiono addirittura le prime foto di un ipotetico packaging…

 

Could This Packaging Confirm Apple’s Rumored Budget iPhone?

An image of what appears to be plastic retail packaging for Apple’s rumored budget iPhonehas surfaced on Chinese discussion forum WeiPhone.

There is speculation that the so-called iPhone 5C is the budget, plastic-encased device that would join the updated iPhone 5 — expected to be called the 5S — as part of Apple’s fall product reveal. The image was first noticed by French gadget site Nowhereelse.fr.

What’s more, some sites are reporting that the C could stand for “color,” as the budget phone is reported to come in a variety of hues..

Nowhereelse notes that the user who uploaded the image on WeiPhone also mentioned the device in an earlier forum post.

Based on previous rumors that Mashable has covered, the budget handset is expected to look like a combination of the iPhone 5, the latest iPod touch and the iPod classic.

Apple has not confirmed reports about the rumored budget iPhone.

 

Quanto bene conoscete il vostro iPhone ? L’avete analizzato in ogni sua funzionalità o vi accontentate di utilizzare quelle basic, evitando di lanciarvi in esplorazioni da cui temete di non riuscire a tornare indietro?

Uno dei meriti riconosciuti a Apple è senza dubbio l’intuitività di certe funzioni, in modo che l’utente medio – “non smanettone”, per intenderci – arrivi naturalmente attraverso l’utilizzo a compiere un certo numero di operazioni. Un macrocosmo che si svela piano piano e che mostra al suo interno – se si ha la curiosità di guardarci dentro – un’infinità di sottolivelli e di combinazioni.

Io stesso sono perfettamente consapevole di conoscere e sfruttare sono una parte delle enormi potenzialità presenti tanto nel mio Mac come nei diversi dispositivi mobile (iPhone e iPad) che girano fra casa e ufficio. Una prima conseguenza di questa conoscenza imperfetta è il mix di disprezzo e compassione che la componente più tecnologica del team di Cloud In Touch mi riserva quotidianamente, guardandomi come si può guardare una Ferrari (cioè i dispositivi Apple) a cui hanno montato un ruotino di scorta (cioè io).

Vi chiedo di fare un piccolo test. Leggete le seguenti 10 funzionalità “nascoste” elencate da Kelly Sheridan per InformationWeek.com e poi – con sincerità – fate il conto di quante ne eravate a conoscenza.  A quel punto domandatevi se anche voi siete un po’ “il ruotino di scorta” montato su una Ferrari o invece esploratori senza paura…

 

10 Hidden iPhone Tips, Tricks

1. How Well Do You Know Your iPhone?

Not too many years ago, it was nearly impossible to imagine a phone, computer, camera, video camera, arcade, calendar and MP3 player combined into a single handheld device. Now that we have these devices, it seems just as difficult to imagine living without them.

Apple’s iPhone isn’t so much a cellphone as it is a life companion. With iPhones we play games while waiting for appointments, capture moments on video, listen to music or novels while commuting, and engage with friends via phone, text messaging and social media. We plan our schedules, make dinner reservations and figure out how to get from place to place.

Since many of the iPhone’s capabilities can be discovered through everyday use, lots of users believe that they have their phones all figured out. However, the device is tricky — it boasts some features that are still unknown to even the most ardent Apple fans.

A few once-hidden iPhone functions have made their way into the spotlight. For example, screen shots: You probably know by now that you can capture an image of your iPhone’s screen by pressing the home and power buttons simultaneously.

If you do a lot of texting, you may also know that you can turn off the message preview on your SMS alerts by going to Settings > Notifications > Messages and switching off the toggle next to “Show Preview.” This is a popular option for those who don’t want wandering eyes to read their text messages on their unattended phone.

Still, when I took a poll of my iPhone-user friends, I was surprised to discover that many were unaware of one of my favorite features: the quick scroll-up. When you find yourself at the bottom of a lengthy article or your iTunes library, you don’t have to manually scroll back to the top of the page. Simply tap the time at the top of the screen (as shown in the image here) to instantly get back to the beginning. This trick saves a lot of time — and thumb power.

Whether you have the iPhone 3, the iPhone 5, or something in between, there are simple ways to get more out of your smartphone investment. Take a look at these subtle but handy iPhone tricks and see if there’s a way to use your phone that’s new to you.

2. This Way Up

You’ve likely experienced the frustration that occurs when your iPhone can’t decide which way is up. As you change sitting positions or lie down, it switches back and forth from portrait to landscape, regardless of whether you want it to stay in one place.

Stop this pesky screen rotation by first double-clicking the home button, which will display a list of recently opened apps. Swipe the list from left to right. This will reveal a set of music controls and a gray square with a circular arrow on the left. Tap that gray square and you’ll see a message on the bottom that says “Portrait Orientation Locked.” Your screen will no longer flip. Note that the screen cannot be locked into landscape mode, only portrait.

3. For The Math Whiz

Most people don’t regularly need a scientific calculator, and for them the standard iPhone calculator is good enough for everyday use. For those that need it, though, the iPhone does come with the scientific version. Simply go into the iPhone calculator and turn the phone to landscape mode to use it. Keep in mind that if your phone is locked into portrait mode, you must first unlock it to use the scientific calculator.

4. Get Your Week On Track

Stay on schedule with a full calendar view of your weekly plans. First enter the built-in iPhone calendar app in portrait mode. When you see the monthly view, tilt the phone into landscape mode. The monthly view will transform into a detailed display of your scheduled events for the week. The events are color-coded according to work/home, etc. (Again, remember to unlock portrait mode before using this feature.)

5. Message Alert

As a former BlackBerry user, I was a bit disappointed that my new iPhone didn’t have a blinking light to silently inform me when a message was waiting. As it turns out, I was wrong. The LED camera light on the back of the iPhone can be set to flash when messages are received. To set yours, go to Settings > General > Accessibility. Under the Hearing category, switch on the toggle next to “LED Flash for Alerts.”

6. Create-Your-Own App

Want a quick route to a website that you visit daily? You don’t have to enter Safari every time you want to access it — instead, turn that website into an app that you can access from your home screen. To do this, visit the page in Safari and tap the menu button at the bottom of the screen (it looks like a rectangle with an arrow coming out of it). Select the button that says “Add to Home Screen” and give the app a name.

7. Great Camera Quality With Minimal Effort

The iPhone camera is pretty good, but some environments don’t lend themselves to quality picture taking. With high-dynamic range (HDR) photography, the camera alters the image as it is being taken. The result is a photo that is the best possible quality, given your environment.

In HDR mode, the camera takes three pictures in rapid succession. Each image uses a different level of exposure: one for dark areas, one for light and one for midtones. After taking all three, the iPhone takes the best qualities of each image and stitches them together to produce a single high-quality image. If you’re not happy with the final result, the phone saves both HDR and non-HDR versions of the picture.

To turn on this setting, select Options when the phone is in camera mode and turn on the HDR toggle. Note that this mode is best for up-close and outdoor portraits, and in dark environments (without flash). Do not use HDR in bright, sunlit conditions or when moving.

8. I’ll Call You Back

With the “Reply With Message” function, you can respond to a caller with a text message when you’re unable to answer the phone.

When you receive a call, you should see a phone icon next to the green Answer button. Swipe up on that icon and select “Reply With Message.” You’ll see a list of three messages, one of which you can choose to instantly send to the caller. There’s also an option for you to create a custom message at the time of the call. While you send the text message, the caller is directed to voice mail.

To personalize a pre-written message, go to Settings > Phone > Reply With Message. You can replace any of the listed messages with one of your own, as in the image on the left.

9. Tap Now, Read Later

With Safari’s Reading List, you can tag pages you want to save and read them later. When you want to save a page, tap the menu button at the bottom of the screen and select “Add to Reading List.” To access it later, enter Safari and select Bookmarks > Reading List.

10. Grammatically Correct In Any Language

Apple’s iPhone lends itself to global languages. Whether you’re bilingual or simply want to describe your favorite ethnic food, you can type with accuracy. Simply hold your finger down on the letter you want to change. A variety of versions of that letter in different languages will appear.

 

L’acerrima competizione per guadagnare fette di mercato ha reso il settore degli smartphone un luogo davvero difficile per fare affari. È estremamente faticoso farsi ascoltare dai consumatori/utenti, ormai sommersi da offerte – sempre più complesse e sofisticate – di nuove applicazioni e nuovi servizi mobile. Come accade quando non si sa più che strada prendere, ci si volta e si guarda al passato. La nuova Terra Promessa del business allora è quella dei “dumbphone”, i vecchi e “ottusi” telefoni cellulari, ormai ai margini del mercato che nelle nostre società di consumo. Mai prodotto era caduto così rapidamente in basso. Modelli superapprezzati solo qualche anno fa (pensiamo a certi Motorola) ora sono trattati peggio dei paria: li guardiamo con un misto di fastidioso disprezzo e vergogna, quasi volessimo dimenticare che anche noi ne avevamo uno in tasca. Telefoni dalle funzionalità basic (se paragonati ai moderni smartphone) che nei mercati di Paesi emergenti non sono caduti in disgrazia.

Quelli di Facebook hanno alzato lo sguardo e oltre al modello di telefono, si sono concentrati, invece, sui milioni e milioni di utenti che li usano (tra cui tantissimi africani che non hanno possibilità di entrare nel social network più famoso). Con un nome che assomiglia a una campagna promossa dalla FAO o da qualche agenzia internazionale per la cooperazione e lo sviluppo, meno di un anno fa la società di Palo Alto ha lanciato Facebook for Every Phone. Ora ne raccoglie in frutti con 100milioni di nuovi utenti possessori di dumbphone iscritti al social network.

Così ci spiega l’articolo di Christopher Mims per Quarts

 

The biggest opportunity in mobile right now isn’t on smartphones

Facebook has noticed something that other companies would do well to heed: The biggest opportunity right now isn’t in smartphones, where users are bombarded by the fruits of anever-more-competitive market for apps and mobile services. Rather, the big play for some companies, especially any that wish to expand into emerging markets, is on the “dumbphones” — aka non-smartphones or, in industry parlance, feature phones — that most people in rich countries have now left behind.

We’ve known for some time that Facebook’s strategy for grabbing its “next billion” users is to convince them that Facebook and the web are one and the same by making access to Facebook free on every model of phone. But now Javi Olivan, head of “growth and analytics” at Facebook has dribbled out a handful of other interesting details about Facebook’s strategy.

The first is that, since Quartz reported on it a year ago, Facebook’s push to get onto feature phones, which still comprise half of all phone sales worldwide, has accelerated. The service Facebook is working on is called Facebook for Every Phone, and it allows people with data plans on their feature phones to have smartphone-like experiences while using Facebook, meaning they get images, updates, chat and more. The secret is that most of the processing for Facebook For Every Phone is done on Facebook’s servers, in the cloud, and a minimal stream of data is trickled out to feature phones, which tend to be on slower networks in emerging markets.

Facebook for Every Phone is now on 100 million feature phones, which means almost a tenth of Facebook’s billion-plus users are accessing Facebook through devices on which Facebook isn’t normally accessible.

The second thing about Facebook’s push onto feature phones is that more and more of these devices can access the web. As Ran Makavy, head of Facebook’s feature phone initiative, told The New York Times, it wasn’t long ago that only about 2% of all feature phones could access the web. Now that figure is more like 25%, and he thinks “there is a pretty long runway still.”

In other words, billions of people the world over are going to start accessing the web through their feature phones, and in the rush to equip people with the latest and greatest, web experiences on these devices are likely to be an under-served market. Facebook is happy to occupy this space, but other companies should be, too, such as Jana, which is arguably the largest payment platform on earth, and can reach 2 billion people in emerging markets.

One issue, as always, with emerging markets, is that consumers here do not have as much disposable income as people in rich countries. Facebook just rolled out a platform to advertise to people in emerging markets via — among other services — Facebook for Every Phone, but it’s not clear yet how lucrative this effort will be. Even if Facebook can’t make money on these nascent web users right away, convincing them that Facebook is integral to the web is the sort of trick that will help the company continue to grow as these consumers graduate to smartphones, tablets and other more sophisticated means to connect.

Dati Q3, 2013. Pur con qualche difficoltà, nel confronto con due colossi della consumer technology come Microsoft e Google, Apple rimane ampiamente prima per risultati come ci spiega Aaron Souppouris nel suo articolo per The Verge.

 

How Apple’s profits stack up against Google and Microsoft

With Apple’s earnings posting today, and Microsoft’s and Google’s last week, we now have the financial results for three of the largest consumer technology companies in the world. It’s safe to say that the second quarter of 2013 has been a tough one for all involved.

All three companies disappointed in some areas, but nonetheless remain extremely profitable. Google’s wealth grew significantly this quarter, but even with revenue and profit growth pegged at around 15.5 percent year-over-year, Wall Street were left cold; revenues and profits fell short of expectations.

Microsoft, on the other hand, was always unlikely to see profits drop year-over-year: last year’s calendar Q2 saw a huge $6.19 billion “goodwill impairment charge” related to its disastrous acquisition of aQuantive. That said, relatively static Windows revenue, despite the launch and continued push of its Windows 8 and Windows RT operating systems, and a $900 million write-off on its Surface RT tablet, gave investors cause for concern.

Apple also had a troubling quarter, with flat revenues and significantly lower profits than this time last year. The company is making far less revenue per device than it has done in the past, and that’s impacting it’s bottom line significantly.

Q2 may have been a difficult quarter, but It’s fair to say that none of the three are really struggling. Net profit margins — a tricky figure to use comparatively — are healthy, revenues are high, and profits remain astronomical.

Sono stati pubblicati i dati relativi all’andamento di Apple nel Q3 (1 aprile – 30 giugno) del cosiddetto fiscal year, il periodo indicato per calcolare i rendiconti finanziari annuali. Si registra una contrazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, specie nelle vendite nei mercati asiatici (Cina in testa) e in Europa. D’altra parte aumentano in maniera decisa le vendite in mercati quali Russia e Giappone (+66%).
Alcuni dati del terzo trimestre. Se iPhone guadagna rispetto all’anno passato, passando da 26 a 31.2 milioni di pezzi venduti nel Q3 2013, iPad per la prima volta vede diminuite le vendite, passando da 17 del Q3 2012 a 14,6 milioni dell’ultimo trimestre. Analogo discorso per i Mac, passati da 4 milioni a 3,75 milioni di unità vendute nel mondo.
Le ragioni sono senz’altro molteplici: 1) concorrenti sempre più agguerriti (specie nel settore del mobile), 2) una crisi economica che contrae la possibilità di spesa dei consumatori in mercati di punta (Europa in testa), 3) un prezzo dei prodotti mediamente alto (specie per i consumatori di quei mercati emergenti come Russia o Brasile) e 4) l’assenza di prodotti nuovi (e innovativi) che aprono nuove prospettive.
Crescita e contrazione: la storia di Apple di questi ultimi dieci anni è incredibilmente interessante. L’articolo di Dan Frommer apparso su TechCrunch ne fa un’efficace sintesi.

 

Apple’s Growth Rocket Has Hit A Wall. What Will Get It Started Again? 

Apple’s stunning growth over the past decade has been one of the biggest stories in all of tech. Even as the company released new product after new product, and grew larger and larger, its growth rate continued to accelerate, far surpassing its competitors.

For the past ten years, Apple has posted year-over-year revenue growth every quarter, almost always more than 25% and frequently more than 50%. In that span, it’s gone from a company with less than $2 billion in quarterly sales to one with (once) more than $50 billion. For two quarters in a row in 2011, as the iPad and iPhone both picked up steam, Apple posted growth rates above 80% — each quarter representing more than $10 billion in new sales from the year prior. That’s just crazy for a company that big.

But now, that unbelievable growth rocket has come back to earth. Apple’s most recent quarter,reported today, showed just 1% growth over last year. And it’s not a fluke: Growth has sloped down for more than a year. After a great winter in 2011-2012, when Apple’s sales grew 73%, then 59%, it’s been 23%, 27%, 18%, 11%, and now 1%. For its next quarter, Apple expects growth ranging from 3% to a 5% year-over-year decline.

What happened? Some of it’s just funny timing: A product launch early one year then late the next. Inventory adjustments as products mature and markets settle — this played a role in this past quarter’s weakish iPad sales, for example. This year, in particular, Apple has been quiet on the new-gadget front, as design boss Jony Ive rehauls its iOS operating system, presumably for new iPhones, iPods, and iPads in time for Christmas. This is where arbitrary quarterly marking periods can sometimes cloud the lens.

But there’s also been a bigger-picture trend that Apple can’t just replicate: The vast shift towards smartphones and tablets — the “post-PC” revolution. Apple has captured this movement brilliantly, dominating the industry’s sales and profits despite selling relatively fewer, mostly high-end devices. And it may continue to do so. But that first-time adoption cycle isn’t going to happen again. At least not in the markets where Apple is strongest — and where carrier subsidies allow for such high profit margins — like the United States.

So what can Apple do next, assuming it wants to continue to grow? (A safe assumption.)

Cloud_in_touch_apple-growth-decade-chart

One obvious answer is to move downmarket in its existing product lines. This is always a tricky proposition with Apple, because the company swears it would never release a low-quality product that it isn’t proud of. (And it shouldn’t.) So far, this has meant selling old iPhones at reduced prices, which has been pretty successful. But if the growth is happening in even further-downmarket segments, Apple might have to even figure out something cheaper. Where will it draw the line, design- and quality-wise, to compete? We may find out this year if rumored low-cost iPhones are real.

Another possibility, of course, is to blaze into new markets. There’s been speculation for years that Apple will start to sell television sets. The latest chatter is about wearable computers — Apple gadgets for the wrist, à la Nike’s Fuelband.

The nice thing about wearables is that like smartphones — and unlike, say, desktop PCs — they’re the kind of device where everyone in the house will need their own, meaning a larger potential market, people-wise. But unlike mobile phones, there isn’t an established precedent for subsidies, carrier distribution, or even pricing, really. Can Apple design the kind of thing you’d want to wear on your body all day? We’ll see. Will that create the same level of demand, favorable pricing, and high margins that the rise of smartphones did? Probably not. Still, if it’s a hit, it could certainly fuel significant growth for Apple.

So that’s the big question going forward: Can anything propel Apple’s growth the way the iPhone and iPad did over the past 6 years, and the iPod and Mac before them?

Longtime Apple analyst Gene Munster asked a version of that question on today’s earnings call: “Are there product categories out there that are big enough to move the needle for Apple?” Apple CEO Tim Cook’s response: “We’ll see, Gene. We’re working up some stuff that we’re really proud of, and we’ll see how it does.” And, in typical Apple fashion, “We’ll announce things when we’re ready.”

 

PER MAGGIORI INFORMAZIONI SUI DATI Q3, 2013

 

I’d like to speak about liveness, it has been introduced in Xcode 6 and along with storyboard and interface preview is a great way to help you undestand how your application will look like without even launching on the simulator.
Watching the documentation I thought it was possible only by creating a subclass of UIView (or UIControl) programatically, while instead is possible to build our own UIView implementation and attach a xib file to it.
This is really helpful, for instance if you need to create a complex layout in a view building it with interface builder is a lot easier instead of coding each constraints.
How to do that?
1. Create a custom UIView subclass and a xib files, that we will name after our own class name: in our case MemeView. Inside the Meme View class remember to define it as designable, by adding the @IBDesignable attribute before the class declaration
2. Rember to set the File’s Owner in the xib with our custom UIView subclass in Indetity Inspector panel

Memeview custom class
3. In the xib file now we can build our interface, make constraints, create outlets, actions etc.

Meme view connection
4. We need to implement few methods to our custom class to open the xib once initialized

    weak var nibView: UIView!

    override convenience init(frame: CGRect) {
        let nibName = NSStringFromClass(self.dynamicType).componentsSeparatedByString(".").last!
        self.init(nibName: nibName)
    }

    required init?(coder aDecoder: NSCoder) {
        super.init(coder: aDecoder)
        let nibName = NSStringFromClass(self.dynamicType).componentsSeparatedByString(".").last!
        let nib = loadNib(nibName)
        nib.frame = bounds
        nib.translatesAutoresizingMaskIntoConstraints = false
        addSubview(nib)
        nibView = nib
        setUpConstraints()
    }

    init(nibName: String) {
        super.init(frame: CGRectZero)
        let nibName = NSStringFromClass(self.dynamicType).componentsSeparatedByString(".").last!
        let nib = loadNib(nibName)
        nib.frame = bounds
        nib.translatesAutoresizingMaskIntoConstraints = false
        addSubview(nib)
        nibView = nib
        setUpConstraints()
    }

    func setUpConstraints() {
        ["V","H"].forEach { (quote) -> () in
            let format = String(format:"\(quote):|[nibView]|")
            addConstraints(NSLayoutConstraint.constraintsWithVisualFormat(format, options: [], metrics: nil, views: ["nibView" : nibView]))
        }
    }

    func loadNib(name: String) -> UIView {
        let bundle = NSBundle(forClass: self.dynamicType)
        let nib = UINib(nibName: name, bundle: bundle)
        let view = nib.instantiateWithOwner(self, options: nil)[0] as! UIView

        return view
    }

5. In our custom class we can also define some inspectable properties to have full control over them from interface builder

 @IBInspectable var memeImage: UIImage = UIImage() {
        didSet {
            imageView.image = memeImage
        }
    }
    @IBInspectable var textColor: UIColor = UIColor.whiteColor() {
        didSet {
            label.textColor = textColor
        }
    }
    @IBInspectable var text: String = "" {
        didSet {
            label.text = text
        }
    }
    @IBInspectable var roundedCorners: Bool = false {
        didSet {
            if roundedCorners {
                layer.cornerRadius = 20.0
                clipsToBounds = true
            }
            else {
                layer.cornerRadius = 0.0
                clipsToBounds = false
            }
        }
    }

    @IBOutlet weak var label: UILabel!
    @IBOutlet weak var imageView: UIImageView!

In this case swift property observers are super helpful in detect property changes and apply them in real time to out interface.

As a note is worth to mention that not all the types of variable can be inspected (CGPoint, CGSize, CGRect, UIColor, NSRange, UIImage and numbers), for instance if you try to make a font property inspectable it will fail silently and it will not be displayed inside the attribute inspector.

To abstract a little more the xib loading process I created a class subclass of UIView that already takes care of loading “a same class name” xib.

Here are the results.

memeview grumphymeme view koala

If we need to fill with more information the view while it is displayed inside a storyboard or another xib, we can implement prepareForInterfaceBuilder(), this method will be executed only while opening the file in interface builder.

If you did everything I wrote but nothing is working, there is a way to debug a sigle view by adding breakpoints in its implementation.

debug view
You can download this little sample from dropbox.

Oggi nessun articolo di programmazione e niente inglese maccaronico.
Vorrei parlare in realtà di una funzionalità a mio avviso molto interessante presente in iOS8.
A volte può essere utile inserire nel vostro telefono informazioni che siano leggibili a tutti in caso di emergenza senza compromettere la privacy di altre, in pratica aprire una piccola finestra in cui far sbirciare piuttosto che aprire la porta di casa.

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Finally I had enough time to start working on SWIFT, AFSwiftDateExtension is an NSDate extension that makes working with date an easy task.

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From iOS7 everything now is about blur. In iOS7 it wasn’t easy to blur a view in “real time”, there are a lot of libraries on GitHub that can  (almost) do that.
On iOS8 Apple came to rescue enabling the UIVisualEffectView.

Let’s see how to implement it.

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It has been a long time I know, but I was really busy with some important projects.
I’d like to begin the new year with a new post about Pinoccio,  Pinoccio is a micro controller with a built in WiFi and mesh radio with easy access REST API, really useful for build small project for the “internet of things”. For more info read the old article Connect iOS to the internet of things (pinoccio)
The scope of this post is about how to build a simple house power meter and interfacing it with an iOS application.
First of all, to the “capitains” out there must be told that the purpose of the project is not to build a super precise power monitor or explain electrical engineering.

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One thing that I love about Obj-C and Cocoa is how seamlessly Apple is introducing funcionalities to take advantage of multicore devices.
One of the most common things that a dev does by hourly basis is enumerate a collection.
In Obj-C we can takle this with different approaches:
1 – old plain C for/while loops
2 – fast enumeration protocol (the for..in)
3 – Create an NSEnumerator object from the collection
4 – Use enumeration methods declared in the object interface

The 4th approach is present in almost each kind of collections and one of its methods is the

- (void)enumerateObjectsWithOptions:(NSEnumerationOptions)opts usingBlock:(void (^)(id obj, BOOL *stop))block

The opts parameter is a bit mask where we can pass this really interesting option:

NSEnumerationConcurrent

As the name states this makes the enumeration process a concurrent task and it’s a pleasure to see in instruments the 2 cores working all togheter. There is one caveat as stated by Apple engineers “the code of the block must be safe against concurrent invocation”.

One other stuff that I really love is the way we can help thread safety using blocks.
Recently for a social-instagram-like app I needed to use extensively the AFNetworking library.
To take trace of the networking operation created by each view controller I created a sort of register of the living connection.
The problem in this scenario is the async nature of the process related to the networking tasks. After adding an operation to the register, is impossible to know when it will be  finished (and consequently removed from the register) and this could happen while adding another one the register. We need to put things in order.

To help us we can use a thread locking mechanism,  I’ve found really uselfull the dispatch_barrier mechanism that has less overhead compared to an exclusive lock.

First we need to create our concurrent queue.
In the reading method we create a synch block that waits for the reading to end, if more cores are avalaible more reading request can occur, in the writing method we use a barrier to be sure that no other code has access until the writing finishes. Since GCD queue are executed in first in – first out order we can guarantee that the block would be executed in the same order we have requested.
As you can see from the picture (taken from the book Effective Obj-C 2.0) while the writing block is executing no reading (or writing) can happen.

Read-Write process

Read-Write process

In code is pretty much something like that.

First we create a our concurrent queue

syncQueue = dispatch_queue_create("it.shootshare.registeroperation", DISPATCH_QUEUE_CONCURRENT);

Then we override our properties:

- (NSString*) name {
  NSString * __block aName = nil;
  dispatch_sync(syncQueue, ^{
     aName = _name;
  });
  return aName;
}

- (void) setName:(NSString*)aName {
   dispatch_barrier_async(syncQueue, ^{
     _name = aName;
  });
}

I don’t want to start explaining what is “the internet of things” because it’s a really huge topic, but I’m here to share my first experience into connect an iOS device to a micro controller called Pinoccio and what that means.

What is Pinoccio? am I missing an “H”?

Is really hard to describe it, I’m really proud about being a funder of this project on indiegogo.

Pinoccio at a first first look seems to be like a pumped Arduino with a WiFi shield and mesh radio communication. If you are wondering.. yes is compatible with the Arduino IDE and you can compile your own custom firmware, but do we really need that? Building a firmware with the Arduino IDE that include a network library, shield communication can be really frustrating, if you are not familiar with micro-controllers, is really a long hard road. For instance the memory is a big problem into creating a sort of web-server that can run into a micro-controller.
One of my first desire when I ‘ve got my first iPod Touch was to connect my device on everything and when I started to build my own applications using the iphone sdk, I always tried to figure out how to do that, but I’ve found huge obstacles that I wasn’t still prepared to tackle.
In the earlier realeses of iOS version wasn’t possible to connect the iphone to a sort of prototype board, well not exactly but I have should enroll to the made for iphone/ipod program and the process wasn’t really easy. The accessory framework had very few documentation available to the public. Now we can use the Bluetooth LE to connect with an accessory but it seems to be locked for 1:1 connection (but I’m not totally sure about it, for instance the multipeer connectivity can connect up to 8 devices).
Then I started to use Arduino a little, but the problem was still the connection between the 2 devices, the only option was using the ethernet shield, build something like a webserver and access Arduino pins with a sort of web services. Not so easy and also with a lot of limits about memory, bottlenecks etc in my mind I couldn’t find a way to do something that could be ready for production.

Later Redspark started to sell a cable (in compliance with the made for iphone program). With this cable is possible using the serial communication to make an Arduino talk with an ios device, but under current Apple policy this cable may not be used with apps sold on the App Store.

Then I’ve found ElectricImp, I was really interested into that project but when I heard that I would always need to stay bounded to their cloud platform I gave up, but the Imp is a really cool device if you accept that limitation (or feature).
On Febraury 2013 during an Indiegogo campaign I heard about Pinocc.io it was love at first sight.

Pinoccio image

Pinoccio with all its features

Why Pinoccio changes everything?

  • It is a really small and cool prototyping board.
  • They are making an FCC certified version for production of a size of a nail.
  • You can build you own firmware in the old Arduino way.
  • You can use a scripting language to communicate with it from a web terminal (and via REST).
  • You can log it and launch those script commands using REST webservices.
  • You are not bound to use their platform.
  • You can create your own mesh of pinocc.ios and only one of them need to comminicate WiFi.
  • You can create your own custom script (maybe because you need to communicate in a specific way with a sensor or peripheral)
  • It’s all wireless
Pinocc.io Web interface

Pinocc.io Web interface

It’s pretty clear that you can do almost everything you want.

The idea here is to send all your request to their (or yours) platform and read or write properties with simple calls on the the platform, and this is a reallu smart idea, because most probably the platform manages the traffic on the board, maybe also caching some responses, avoiding bottle necks or massive requests.

To make a simple example about how this board connected to you iOS device can be powerful, I’ve made an easy app that asks the on-board temperature of the two scouts.
We have a lead scout (Optimus Prime) with the Wi-Fi backpack on it and the other scout (Bumble Bee) that communicates through the lead scout.
The lead scout is installed in my home and the other outside – of course the on board temperature is not the real environment temperature because is due to the load of the CPU and the environment temperature itself-.

Pinoccio temperature app

A video can be found here.

This is a simple example but let me try to figure out something bigger.

Let’s imagine that each scout has a Bluetooth LE backpack and a simple OLED display installed in a shoes shop. Each shoes has its own scout (like a price tag) with the display that shows the like/reviews numbers.
Each scout sends an iBeacon signal to identify a specific product close to them. When a user get close to the product using the shop application connects to that scout/ibeacon and get the product details, there is also the possibility to “like” it, once the use press like on the phone the like number on the display is incremented almost in real-time.
The other interesting example could be to measure the energy consumption of our house integrating a hall effect sensor on each scout and display data in a cool web page or into your mobile phone.

Arduino in my opinion created a revolution opening the market to all those boards, these is just the beginning because the revolution of the DIY is cultural and educational.
I hope to have more time to play around using Pinocc.io and this is the first time that I feel I have something “ready for production” and not just a new cool R&D gadget.

I’ m working on a photo app with a lot of technical challenges to tackle, but I hate when you spend a lot of times on stupid things mostly due to the lack of documentation. EXIF orientation flag is one of them, so let’s try to explain it.

An image can contain additional information, those info can be stored inside the EXIF format specification.

EXIF Tags (or metadata) cover a lot of different aspects:

- timestamp information

- camera settings (such as ISO,white balance, orintation)

- a thumb image

- geographical coordination

- other descriptions and copyright info

Orientation flag is based on the rotation of the camera respect to the ground (and probably the scan directions of the image).

iOS cameras follow the same rules as new digital camera, so the EXIF orientation flag is a reality, the problem is that conflicts somehow with the UIKit defined enumeration for UIImage orientations.

typedef enum {
 UIImageOrientationUp =            0, // 0 deg rotation exif 1
 UIImageOrientationDown =          1, // 180 deg rotation exif 3
 UIImageOrientationLeft =          2, // 90 deg CCW exif 6
 UIImageOrientationRight =         3, // 90 deg CW exif 8
 UIImageOrientationUpMirrored =    4, // horizontal flip exif 2
 UIImageOrientationDownMirrored =  5, // horizontal flip exif 4
 UIImageOrientationLeftMirrored =  6, // vertical flip exif 5
 UIImageOrientationRightMirrored = 7, // vertical flip exif 7
} UIImageOrientation;

Let’s see how orientations behave during 3 different kinds of image acquisition.

We will start with UIImagePickerController. Doing some experiment shooting and rotating the device we obtain this table.

Using back camera:

DeviceOrientation UIImageOrientation EXIF
Portrait UIImageOrientationRight 6
LandRight UIImageOrientationUp 1(default)
LandLeft UIImageOrientationDown 3
PotraitUpsideDown UIImageOrientationLeft 8

With front camera:

DeviceOrientation UIImageOrientation EXIF
Portrait UIImageOrientationRight 6
LandRight UIImageOrientationDown 3
LandLeft UIImageOrientationUp 1
PotraitUpsideDown UIImageOrientationLeft 8

To obtain those data you just need to add those few lines of code inside the delgate method:

- (void)imagePickerController:(UIImagePickerController *)picker didFinishPickingMediaWithInfo:(NSDictionary *)info
{
 // ...
 UIImage * originalImage = (UIImage *) [info objectForKey:  UIImagePickerControllerOriginalImage];
 NSDictionary *i mageMetadata = [info objectForKey: UIImagePickerControllerMediaMetadata];
 NSLog(@"Metadata Exif Orientation: %@   UIImageOrientation %d", imageMetadata[(NSString*)kCGImagePropertyOrientation],   originalImage.imageOrientation);
 //...
}

Using AVStillImageOutput things change. Avoiding the orientation correction that we could apply using -videoOutputOrientation on AVCaptureConnection we will obtain always the same number, the exif orientation number 6

 [[self stillImageOutput] captureStillImageAsynchronouslyFromConnection:[[self stillImageOutput] connectionWithMediaType:AVMediaTypeVideo]
completionHandler:^(CMSampleBufferRef imageDataSampleBuffer, NSError *error) {
 CFDictionaryRef attachments = CMCopyDictionaryOfAttachments(kCFAllocatorDefault, imageDataSampleBuffer, kCMAttachmentMode_ShouldPropagate);
 NSLog(@" Metadata %@", (__bridge NSDictionary*)attachments);
 CFRelease(attachments);
 // ...
}];

The same happens when we play with AVCaptureVideoDataOutput delegate method. Each frame is returned with orientation number 1, that means that we need to fix that programmatically, and that is what Apple does in the SquareCam sample code. They get the device orientation and convert it into EXIF.

 /* kCGImagePropertyOrientation values
 The intended display orientation of the image. If present, this key is a CFNumber value with the same value as defined
 by the TIFF and EXIF specifications -- see enumeration of integer constants.
 The value specified where the origin (0,0) of the image is located. If not present, a value of 1 is assumed.
 used when calling featuresInImage: options: The value for this key is an integer NSNumber from 1..8 as found in kCGImagePropertyOrientation.
 If present, the detection will be done based on that orientation but the coordinates in the returned features will still be based on those of the image. */
 enum {
  PHOTOS_EXIF_0ROW_TOP_0COL_LEFT          = 1, //   1  =  0th row is at the top, and 0th column is on the left (THE DEFAULT).
  PHOTOS_EXIF_0ROW_TOP_0COL_RIGHT         = 2, //   2  =  0th row is at the top, and 0th column is on the right.
  PHOTOS_EXIF_0ROW_BOTTOM_0COL_RIGHT      = 3, //   3  =  0th row is at the bottom, and 0th column is on the right.
  PHOTOS_EXIF_0ROW_BOTTOM_0COL_LEFT       = 4, //   4  =  0th row is at the bottom, and 0th column is on the left.
  PHOTOS_EXIF_0ROW_LEFT_0COL_TOP          = 5, //   5  =  0th row is on the left, and 0th column is the top.
  PHOTOS_EXIF_0ROW_RIGHT_0COL_TOP         = 6, //   6  =  0th row is on the right, and 0th column is the top.
  PHOTOS_EXIF_0ROW_RIGHT_0COL_BOTTOM      = 7, //   7  =  0th row is on the right, and 0th column is the bottom.
  PHOTOS_EXIF_0ROW_LEFT_0COL_BOTTOM       = 8  //   8  =  0th row is on the left, and 0th column is the bottom.
 };
 switch (curDeviceOrientation) {
  case UIDeviceOrientationPortraitUpsideDown:  // Device oriented vertically, home button on the top
   exifOrientation = PHOTOS_EXIF_0ROW_LEFT_0COL_BOTTOM;
  break;
  case UIDeviceOrientationLandscapeLeft:       // Device oriented horizontally, home button on the right
   if (isUsingFrontFacingCamera)
    exifOrientation = PHOTOS_EXIF_0ROW_BOTTOM_0COL_RIGHT;
   else
    exifOrientation = PHOTOS_EXIF_0ROW_TOP_0COL_LEFT;
  break;
  case UIDeviceOrientationLandscapeRight:      // Device oriented horizontally, home button on the left
   if (isUsingFrontFacingCamera)
    exifOrientation = PHOTOS_EXIF_0ROW_TOP_0COL_LEFT;
   else
    exifOrientation = PHOTOS_EXIF_0ROW_BOTTOM_0COL_RIGHT;
  break;
  case UIDeviceOrientationPortrait:            // Device oriented vertically, home button on the bottom
  default:
   exifOrientation = PHOTOS_EXIF_0ROW_RIGHT_0COL_TOP;
  break;
}

EXIF dictionary is not supported by all image formats, for instance PNG doesn’t support it. When we create a UIImage from a source (disk, remote) and the image raw data contains this flag is automatically converted into a UIImageOrientation value. This is really important also when we save an image, if we don’t bring it during the saving operation, the saved image will be shown in a wrong way.

Erika Sadun has made a very helpful pack of  methods and functions to use the camera in the right way also dealing with orientations.

Probably the idea behind UIImageOrientation is that it refers to the difference in degrees to apply if we want a match between the current device orientation and the EXIF flag related to a correct image orientation.

Di recente ho dovuto “smanettare” per un bel po’ di tempo sulle UITableView  con contenuto statico.

Cosa sono le UITableView statiche?

Dal punto di visto dell’utilità sono eccezionali perché in pochissimo tempo, tramite l’editor degli storyboard consentono di creare una lista di celle fissa, statica, nel senso che non può cambiare a runtime (anche se non è completamente esatto perché certi comportamenti possono essere sovrascritti). Ciò comporta il non dover implementare i metodi di data source (UITableViewDataSource).

Lo svantaggio è che non sono celle riutilizzabili, quindi un uso massiccio impatta in maniera negativa sulle performance. Devono essere, pertanto, usate quando il numero di elementi in una UITableView è basso.

Si pensi, ad esempio, di dover comporre una lista di attributi che descrivono l’articolo di un negozio, come:

  • data inserimento articolo
  • pezzi a magazzino
  • costo articolo
  • etc…

Per un requisito del genere una table view statica è un ottimo candidato per creare un’interfaccia di questo tipo. Essa apporta maggiori vantaggi rispetto ad una classica view con label e campi di testo.

Perché ? :

  1. le UITableView sono un elemento estremamente “mantenibile”: se volessi aggiungere una voce mi basterebbe aggiungere un’altra row
  2. le UITableView ereditano dalle  UIScrollView posso anche non preoccuparmi delle diverse dimensioni di schermo
  3. non c’è bisogno di impazzire dietro ad autolayout
  4. non è necessario implementare i metodi di datasource
  5. se l’ interfaccia presenta dei campi da occultare in alcuni casi posso semplicemente dire alla tableview che a quell’index path per quel specifico caso l’altezza è 0 (solo per UITableViewController)

Mi occuperò, dunque, proprio dell’altezza delle UITableViewCell. Uno degli ostacoli forse più difficili da superare nell’utilizzo di queste è riuscire a creare delle celle di altezza variabile che si adattino al contenuto. Per capirci, è sufficiente pensare a quelle di what’s app o dell’applicazione messaggi.

L’altezza delle UITableViewCell viene infatti calcolata prima che queste vengano create e renderizzate a schermo perché le altezze sono necessarie per calcolare la contentSize della UIScrollView; una soluzione spesso adottata è quella di creare un modello di altezze, ovvero si precalcolano le altezze prima di visualizzare le celle per poi passare questo dato nel metodo – tableView:heightForRowAtIndexPath: . Un’operazione che poteva diventare ancora più complessa nel qual caso le celle fossero state di diverso tipo. Ciò comportava la creazione delle celle nella fase di precalcolo in maniera da realizzare tutti i calcoli necessari e fornire un’altezza corretta.

Si era di fronte al classico “collo di bottiglia”. Su table view, in presenza di un grande numero di righe, si poteva  giungere ad una situazione molto fastidiosa: un blocco momentaneo con un ritardo sul caricamento dell’interfaccia.

iOS7 ha introdotto un nuovo metodo – tableView:estimatedHeightForRowAtIndexPath: che rimanda al momento della visualizzazione il richiamo del metodo – tableView:heightForRowAtIndexPath:.

Sostanzialmente richiede una stima che consenta alla UITableView di potersi dare una contentSize di settare le altezze delle scrollbar etc.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad uno strumento che dovrebbe essere usato solo in certe occasioni. Infatti, il calcolo dell’altezza rimandato durante il caricamento della cella può creare un lag durante lo scrolling percettibile.

La stima da fornire può essere un numero fisso, magari basato su una media ipotetica dei diversi valori che l’altezza può assumere, oppure può essere un calcolo approssimato molto più veloce di quello più preciso.

Un suggerimento che vale la pena menzionare è il caching dei valori già calcolati delle altezze. Se le celle non subiscono modifiche dopo la loro visualizzazione è inutile ricalcolarne l’altezza ogni volta, basta restituire quella in cache.

 

Visto che l’argomento iBeacon sembra particolarmente interessante ho deciso di fare un video di 13 min con due piccole demo.

Spero possiate trovarlo interessante e perdonate le papere, ma andavo a braccio!!!!

Un altro articolo interessante sullo stesso argomento: iBeacon, behind the scene