Oggi nessun articolo di programmazione e niente inglese maccaronico.
Vorrei parlare in realtà di una funzionalità a mio avviso molto interessante presente in iOS8.
A volte può essere utile inserire nel vostro telefono informazioni che siano leggibili a tutti in caso di emergenza senza compromettere la privacy di altre, in pratica aprire una piccola finestra in cui far sbirciare piuttosto che aprire la porta di casa.

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La pirateria – e forse dico una cosa scontata – è un grosso problema anche per iOS.

Nel mondo del Jailbreak esistono AppStore fittizi dove è possibile scaricare gratuitamente copie di app che normalmente si trovano a pagamento.

Il tipo di utenza che usufruisce di questo servizio è divisibile in due macro-categorie:

a. persone che non compreranno mai la tua app

b. persone intenzionate all’acquisto, ma che desiderano provarla prima di investire i loro soldi nel tuo prodotto 

Riguardo al successivo pagamento da parte degli utenti tipo b. non bisogna farsi molte illusioni: sono davvero pochi coloro che regolarizzano la loro posizione andando sullo store virtuale di Apple.

Lo scenario è, dunque, tutt’altro che roseo. Un’ulteriore complicazione viene anche dalla natura stessa delle applicazioni. Questo genere di prodotti ha, infatti, una vita brevissima di utilizzo-medio, con il tangibile rischio che la ”prova” gratuita coincida perfettamente con il termine di utilizzo. Detto questo le app hanno anche costi rappresentativi del loro effettivo utilizzo. Apple, inoltre, non fornisce alcun periodo di trial sui prodotti distribuiti attraverso l’AppStore.

Come accade per altri settori, anche le tecniche per evitare la pirateria sulle app sono molto complesse, facilmente aggirabili e dall’elevata possibilità di creare un danno anche a chi l’applicazione l’ha regolarmente acquistata. Questo a causa di falsi positivi che possono essere causati anche per una semplice sostituzione del device. Non dimentichiamoci, poi, che Apple non vincola l’applicazione al dispositivo sul quale è stata scaricata, ma all’account dell’utente che l’ha acquistata.

Esistono soluzioni al problema? Una tecnica ottimale sarebbe quella di verificare se effettivamente l’utente ha effettuato l’acquisto, richiedendo una sorta di ricevuta digitale. Con iOS7 è stato introdotto un set di nuove API che consentono di ottenerla (anche se – a dire il vero – il sistema era comunque disponibile già con Lion). La classe è in oggetto SKReceiptRefreshRequest , interessante vero? Peccato che la verifica dello scontrino digitale sia ancora una procedura particolarmente complessa.

La ricevuta digitale sarebbe anche utilizzabile nel passaggio da applicazione a pagamento ad applicazione con modello freemium, in questo modo sarebbe possibile fornire a chi ha già pagato un set superiore di risorse.

La speranza è che venga rilasciata una qualche utility che renda l’analisi più snella (esiste già una lib su GitHub, che comunque richiede diverse conoscenze nell’ambito di certificati etc). O il danno economico diventerà sempre meno gestibile.

Nella post-PC era, l’App Economy  è diventato un settore in forte espansione (anche qui da noi, in Europa).

Si parla spesso di crescita del mondo mobile e, in particolare, del boom nella diffusione delle applicazioni. I dati sulla crescita dei due principali negozi virtuali di Apple e Google lo dimostrano: alti profitti e almeno un milione di applicazioni presenti su ciascuno di essi. E tutto ciò in poco tempo, considerando che AppStore è nato solo cinque anni fa.

Ma quanto impatta il mercato delle applicazioni mobile sull’economia reale, oltre ai guadagni dei grandi gruppi? Quanti posti di lavoro sono stati direttamente o indirettamente creati con la crescita di questo settore? Scopriamo cosa si nasconde dietro alle tante icone (più o meno flat) che ormai riempiono i display dei nostri dispositivi e che hanno reso “smart” i nostri telefoni (e i nostri tablet). L’indagine realizzata da Vision Mobile è particolarmente interessante in quanto focalizzata sui 28 Paesi dell’Unione europea (per una volta, dunque, senza i numeri dell’ipermonitorato mercato nordamericano).

Partiamo dagli utenti e da come è cambiato il consumo di ICT negli ultimi anni. A oggi, si calcola che circa il 50% degli europei ha nelle tasche o in borsetta uno smartphone. La stessa percentuale si riferisce a coloro che accedono a internet passando per i dispositivi mobile. La domanda, poi, non accenna a diminuire, con tassi di crescita superiori al 10% annui.

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Ma cosa incide su questa crescita che non accenna a diminuire? Concorrono a creare il cosiddetto “circolo virtuoso” della App Economy elementi quali dispositivi sempre più sofisticati, una connessione sempre attiva e App ogni giorno più interessanti e ben strutturate. Tuttavia a fare da veri catalizzatori del mercato sono i negozi virtuali App Store e Google Play Store.

Grazie ad essi, da una parte i consumatori trovano un luogo sicuro (per effettuare gli acquisti) e di facile accesso dove poter cercare e trovare applicazioni; dall’altra gli sviluppatori hanno a disposizione canali distributivi a basso costo, dove diffondere i propri prodotti su scala globale in maniera da raggiungere tutti i potenziali clienti.

Senza dubbio il mercato europeo è ancora acerbo rispetto a quello degli Stati Uniti. Come affermano gli autori dell studio: “Mobile and apps today are at a stage of development that is analogous to the internet pre-broadband”. Tuttavia i macrodati per il 2013 vanno in un’unica direzione, mostrando un settore in grande espansione.

Da un punto di vista economico, si calcola che nel 2013, il fatturato del settore delle applicazioni mobile (sviluppo e servizi) raggiungerà i 51 miliardi di euro. E ciò riguarda applicazioni in vendita negli store, contratti firmati con privati per lo sviluppo di prodotti digitali, per la fornitura di servizi e la vendita attraverso e-commerce.

Da un punto di vista dell’occupazione, i numeri mostrano una situazione in controtendenza rispetto alla crisi occupazionale che colpisce in molte parti dell’Unione. Sarebbero 794.000 mila i posti di lavoro creati intorno al settore delle applicazioni mobile. Di questi 529.000 mila direttamente legati alla App Economy; la maggioranza (62%) è composta da sviluppatori, seguita dai diversi livelli di management (30%).

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I Paesi dell’Unione europea poi, contribuiscono per il 22% alla produzione globale di applicazioni e relativi servizi. Si tratta della seconda posizione a livello mondiale dopo il Nord America (42%), davanti ai Paesi asiatici (18%).

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La crescita è quantificabile in 10 miliardi di euro per anno, con le proiezioni al 2016 che indicano un incremento fino a toccare i 15 miliardi di euro.

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Ovviamente, come avviene in altri settori, ci sono differenze tra regioni (resta significativo il divario tra Europa Occidentale e Orientale) e Stati (con la Gran Bretagna che, per fatturato e penetrazione di smartphone, si avvicina più ai dati d’oltreoceano. Risultati consistenti, comunque, anche per Francia e Germania).

Cosa potrebbe dare ulteriore carburante al settore? Sicuramente politiche a livello di Paese e di Unione europea che facilitino e promuovano l’accesso a internet, rendendone la penetrazione ancora più trasversale sia nei diversi Stati che nella società (per esempio con una migliore ripartizione fra le differenti fasce di età).

IOS7 è uscito, lo sappiamo e molti di noi lo hanno già installato. Il nuovo sistema operativo rappresenta un cambiamento radicale rispetto al 6, un cambiamento necessario per svecchiare un prodotto che rischiava di essere visto come “datato”, specie se confrontato con quelli proposti da concorrenti che, con il trascorrere degli anni, hanno saputo produrre sistemi operativi molto accattivanti.

Non parlerò delle funzioni di iOS7, delle quali è stato detto già abbastanza. Voglio guardare “il dietro le quinte” e ripercorrere le trasformazioni che iOS7 ha subito negli ultimi mesi, dalla developer preview 1 fino al rilascio ufficiale odierno. Un’altra maniera per capire il modus operandi di Apple, fra tentativi, certezze e modifiche dell’ultima ora.

Per noi sviluppatori iOS7 rappresenta “un problema” anzi, due problemi. Il primo è il missmatch creativo che si è creato tra sistema operativo e applicazioni “vecchie” che per lo più utilizzavano lo scheumorfismo.

Il secondo sono le API e il nuovo modo di “vedere” le applicazioni.

La questione ha due risvolti, entrambi da considerare.

Senza dubbio per innovare, è necessario guardare avanti e, nel caso, prendere decisioni unilaterali, di forza, in maniera che tutti vi si adeguino senza negoziare. Lasciando troppa libertà si corre il rischio che ognuno continui sulla sua vecchia strada, implementando API vecchie. Una nota personale: è da tempo che mi riprometto di imparare bene il linguaggio “Ruby”, ma ad ogni rilascio di sistema operativo mi vedo costretto a ricominciare a studiare tutto daccapo.

Apple è decisamente coerente con quello che dice e fa; alcuni elementi dell’interfaccia grafica standard sono stati macellati da diversi sviluppatori (me compreso) per accontentare le richieste di clienti a cui non piaceva il pop up bluetto perché non in linea con i colori aziendali. Da Cupertino, infatti, non si smetteva di sconsigliare modifiche a tali componenti, avvertendo che release future avrebbero potuto generare cambiamenti, con il rischio di dare vita a comportamenti inaspettati con l’applicazione di questi hack… Insomma tutti ne erano consapevoli tanto ieri come oggi.

 

Tuttavia, se la filosofia che sta dietro a determinate scelte è comprensibile, le vie che propone per renderla operativa sono talvolta meno limpide.

Parliamo del minimalismo dell’interfaccia grafica di iOS7. È chiaro che questa scelta non è fine a sé stessa come su altri sistemi (una pura questione estetica, di gusto), ma propedeutica al contenuto e al contesto presentato, animazioni incluse.

Meno chiaro, invece, la maniera attraverso la quale trasformare il concetto in qualcosa di reale, attraverso la programmazione. Infatti, benché iOS7 preveda che tutte le app compilate debbano utilizzare come area lo schermo intero, ad oggi sembra non esistere un modo semplice per cambiare questa azione e renderla simile ad iOS6. Una scelta che ha fatto letteralmente impazzire un certo numero di sviluppatori. Capita che le “vecchie” applicazioni ricompilate vengano visualizzate con un layout diverso e con i contenuti che “scivolano” sotto la status bar. Un problema non da poco per chi come me sta lavorando per implementare animazioni di transizione diverse da quelle standard tra una sezione e un’altra senza usare gli strumenti forniti da Apple.

Non c’è dunque da stupirsi se il forum ufficiale della Mela morsicata è animato da discussioni visitate da migliaia di persone. In pratica, con questa scelta, si obbliga lo sviluppatore da una parte a “ridisegnare” gran parte del layout e dall’altra a tenere sempre presente la bicompatibilità con il vecchio sistema.

Gli stessi ingegneri Apple si sono dimostrati non esattamente all’altezza: le loro risposte ancora latitano e quando arrivano, non sono del tutto esaustive, soffermandosi su un solo modo di programmare , talvolta utilizzato da una percentuale minima dei programmatori. Intanto anch’io mi sono cimentato, proponendo una soluzione che riduca l’impatto sulle ore di lavoro e mantenga la retrocompatibilità con il 6. La speranza è che funzioni.

 

Il confronto con i programmatori ha portato Apple ha fare alcuni importanti correttivi. Dai primi giorni di settembre è possibile scaricare anche le versioni vecchie per quelle app che hanno interrotto la compatibilità con i precedenti sistemi operativi.

Nel nostro caso stiamo sviluppando un update per un nostro prodotto, iEtiquette che sarà compatibile solo con iOS7. Mentre per chi non avesse o potesse aggiornare sarà comunque possibile scaricare la versione precedente. Questa è una scelta di importanza enorme perché favorisce sia sviluppatori che utenti.

Il cambiamento, come dicevo all’inizio di questo post è radicale. Sicuramente qualcuno si lamenterà. Negli ultimi giorni ho letto di diverse polemiche riguardo ad aggiornamenti  di applicazioni a pagamento che – con il pretesto del passaggio al sistema 7 – dovranno essere pagate di nuovo dagli utenti che le avevano a suo tempo scaricate. Un caso eclatante – notizia di oggi – riguarda il task manager CLEAR che nella nuova versione iOS7 compatibile richiede ben 3 euro.

L’effort per rendere una app compatibile con iOS7 è molto elevato e per applicazioni complicate (CLEAR non è tra queste) è abbastanza normale che gli sviluppatori richiedano un pagamento. Il problema è che non è possibile fissare un prezzo di update, o gratis o tutto. D’altra parte ritengo che sia normale che un’applicazione supporti gratuitamente un solo sistema operativo. È una situazione che nel mondo desktop viviamo tutti i giorni (è probabile che qualcuno se ne approfitti, avvelenando il mercato).

 

Altre sorprese passate in sordina sono la possibilità di scaricare app in 3G fino a 100MB (prima il limite era di 50MB) e che un’applicazione per iPhone su iPad userà le risorse per retina display e verrà visualizzata a quasi tutto schermo, con un miglioramento sull’usabilità davvero notevole.

 

Quanto le applicazioni mobile assomigliano a quelle per il web e viceversa? Il mondo di internet e quello delle App sono così lontani? Quesiti che confondono chi non è “addentro” alle questioni del mobile e che fanno infuriare gli sviluppatori puristi che si sgolano per dire che sono “due mondi diversi”.

Chissà che l’iniziativa di Quixey non mischi un po’ le carte. Si veda l’articolo di Sarah Perez per Techcrunch.com

 

Ready For A “Web” Of Apps? Quixey Launches AppURL, A New Way To Enable Deep Linking Across Mobile Applications

Mobile app search engine Quixey is today introducing a new initiative called AppURLwhich proposes a way to make mobile apps work more like the web. Instead of apps existing as standalone silos, AppURL would allow users to navigate from one app directly to a specific piece of content found in another – like an article within a news application, a restaurant listing on Yelp, or a particular friend’s profile in a social app, for example.

This concept is called “deep linking,” and it’s not an altogether new one. There have been a few attempts to kickstart its adoption in the industry before, most recently with the debut of Cellogic’s new service called Deeplink.me, which is essentially a bit.ly for mobile app deep linking. Earlier efforts have also included things like OneMillionAppSchemes.com, a database that tried to open source the unpublished custom URL schemes for iOS applications, and PhotoAppLink, an older open source initiative aiming to simplify photo editing by tying multiple photo-editing apps together using similar app-linking technology. (I’ve personally advocated for deep linking myself, I have to note.)

“The idea for deep linking isn’t necessarily new,” agrees Quixey co-founder and CEO Tomer Kagan. “Twitter has their cards,” he says, referring to Twitter’s push to have developers publish additional HTML on their webpages in order to create more media-rich tweets. ”And other companies have their own proprietary schemes. But we’re saying that not every company should redevelop their own way of doing this. There should be a universal way of doing this – a universal initiative that everyone gets behind that doesn’t benefit one person over the other.”

Con una battutaccia da avanspettacolo, potremmo dire che il mercato delle applicazioni medicali – le cosiddette mHealth o mobile Health – gode di ottima salute… In effetti, stando a diverse ricerche, il numero di applicazioni mobile legate alla salute e alla medicina è aumentato in maniera esponenziale.

Ad oggi i dati mostrano come il 19% di coloro che possiedono uno smartphone abbia installato nel proprio dispositivo almeno un’applicazione di carattere medicale. Tra 5 anni si stima che la percentuale possa salire al 50% (contando anche i possessori di tablet).

Chi si cimenterà nell’ideazione e nello sviluppo di un’applicazione di questo genere dovrà far fronte a una triplice sfida. Innanzitutto mantenere alto l’interesse sul lato consumer, con prodotti personali orientati più al benessere o alla conoscenza, in generale, delle malattie. Secondariamente, riuscire a sviluppare applicativi d’aiuto quotidiano per chi deve convivere con una malattia cronica. Da ultimo, cercare di aprirsi uno spazio sempre più ampio nel settore medico-sanitario con soluzioni in grado di interagire con strutture complesse come gli ospedali o, addirittura, come i sistemi sanitari (locali, regionali o nazionali). I dispositivi mobile e i loro applicativi allora entreranno nel vivo della gestione dei dati dei pazienti, dell’organizzazione dell’attività dei medici e del lavoro delle assicurazioni.

Per un approfondimento si veda l’articolo di Ken Terry per Informationweek.com

 

Mobile Health Market To Reach $26B By 2017

The market for mobile health applications and associated devices will grow at a compound annual growth rate of 61% to reach $26 billion in revenue by 2017, according to a new report from Research and Markets. Most of that revenue will come not from software downloads, but from mobile health device sales and services, the report says.

Based partly on a survey of 324 “opinion leaders,” the report also estimates that about 50% of mobile phone and tablet users will have downloaded mobile health — mHealth — apps within five years. In contrast, 11% of cell phone users and 19% of smartphone users had mHealth apps on their devices in 2012, according to a Pew Internet survey.

The Research and Markets study predicts that smartphone user penetration will be the main driver for mHealth apps uptake and that “buyers will continue to drive the market.” Applications will enter traditional health distribution channels; second-generation apps will focus on chronic diseases; and mHealth business models will broaden, the report states.

The report divides the development of the mHealth market into three phases. Having gone through the initial trial phase, the market has now entered the commercialization stage. This is characterized by “a massive increase of offered solutions, the creation of new business models and the concentration on private, health-interested people, patients and corporations as major target groups,” said the report.

The third phase, in which mHealth apps will become part of doctors’ treatment plans, is mainly being held back by “missing regulations,” the report says. This is a reference to the long-delayed final rule of the Food and Drug Administration (FDA) on the use of mHealth apps as medical devices. Some observers view the absence of the FDA regulations, expected to arrive this fall, as a deterrent to investment in apps designed for people with chronic diseases.

There are other major obstacles, however, to the integration of mHealth apps with mainstream healthcare. One is the difficulty of integrating monitoring data with the clinical workflow and electronic health records. Another is the current lack of payment to doctors for viewing this data.

The report hypothesizes that in the next phase of the market, “health insurers will become the main payer, especially for the more advanced mHealth solutions (2d generation mHealth applications).” Today, however, most health plans are not even paying for home monitoring, let alone the use of mobile apps in treatment. Three large self-insured employers recently agreed to cover WellDoc’s diabetes management app as a prescription benefit, but that’s the exception so far.

John Moore, founder and CEO of Chilmark Research, which has also studied the mobile health market, told InformationWeek Healthcare that the transition to new reimbursement methods might reshape physicians’ attitudes about mobile health. “We’re moving to a capitated care model where providers are taking financial risk, and with that we’re seeing a number of provider organizations begin to monitor patients outside of the exam room. But it’s very preliminary—it’s all pilots. There have been no broad rollouts of any of this stuff,” he said.

Even if Research and Markets’ forecast about downloads of mHealth apps turns out to be accurate, Moore said, most of those apps will continue to be medical reference and fitness/wellness programs. “The vast majority will not be integrated [with physician treatment plans],” he said.

However, he admitted, the crystal ball is blurry at this point. One factor that could change the equation, he noted, is the proposed Meaningful Use Stage 3 criteria. Among other things, those would require that EHRs accept patient-generated data, including biometric data on weight, blood pressure, and blood glucose.

How about the workflow issue? “Maybe the data will go into a cloud-based system that will convert it for EHRs to digest,” he suggested. But doctors might still be reluctant to view the data unless they were convinced it would help them provide better care without increasing their liability.

Meanwhile, he pointed out, lots of companies are coming with new app-related monitoring devices to “surf the wave” set in motion by Nike and other fitness firms. Already, he said, some firms are selling their devices with free applications and coupling those with other apps you have to pay for. For example, a fitness app might be combined with a weight-loss program that is using the same data.

“What we haven’t found yet is when is there a convergence between consumer needs for health and wellness activities and when providers will use it in the context of care delivery and monitoring a patient over time,” Moore said.